Mi chiamo Sarah
Premessa:
Sarah esiste in mille volti, con altri nomi, sotto altri cieli che esplodono. Esiste per dare pace alla mia coscienza dopo aver visto un video su un campo profughi. Sarah è tutto ciò che non viene detto, e in quel silenzio si misura la distanza dall’orrore. Questo testo è per lei, e per ogni vittima senza voce.
Mi chiamo Sarah e sono felice. Sono felice perché mi hanno detto che nascere, venire al mondo, è una cosa buona. Mi chiamo Sarah e sono felice perché ho accanto a me la mia mamma, e sono felice perché mi hanno detto che se hai la mamma vuol dire che hai qualcuno che ti vuole bene, e allora sono felice. Sono felice anche quando sento la voce di mio padre. Mi chiama: Sarah. E sono felice quando lo sento, perché se hai un papà che si occupa di te, mi hanno detto che non mi manca nulla per essere felice.
Mi chiamo Sarah e sono felice anche se l’acqua è gialla e sa di ruggine. Ma mi hanno detto che l’acqua è un dono del cielo, e se hai un dono dentro un bicchiere di plastica potrai bere, allora puoi essere felice. Mi chiamo Sarah e sono felice anche quando facciamo la fila sotto il sole che brucia la terra. Mi hanno detto che la fila è un gioco, che alla fine del gioco, se resisti, ti regalano un sacco di tela bianca con dentro il grano. Mi chiamo Sarah e sono felice anche se la pancia fa rumore e morde come un cane arrabbiato. Mi hanno detto che quel rumore è un buon segno. Significa che sto bene, che la pancia è viva e aspetta, e allora sono felice. Perché se hai qualcosa per cui aspettare, mi hanno detto che sei una bambina fortunata.
Mi chiamo Sarah e sono felice. Sono felice perché mi hanno detto che quando il cielo trema, e fa quel rumore infernale che ti esplode nella testa, è solo un trucco di magia. Lassù ci sono gli aerei che giocano a rincorrersi, e i botti forti sono solo fuochi d’artificio per nasconderli alla mia vista. Mi chiamo Sarah e sono felice perché mi hanno detto, quando ci sono gli aerei nel cielo, di stare ferma sotto il tavolo, vicina alla mia mamma. Perché sotto il tavolo facciamo una magia. Ci nascondiamo, come fanno gli aerei.
Mi chiamo Sarah e sono felice anche se la polvere entra negli occhi e non si respira. Perché mi hanno detto che la polvere serve a coprire le ferite della terra, che le guarisce. Mi chiamo Sarah e sono felice perché ho visto le case dei vicini diventare cumuli di sassi. E sono felice perché mi hanno detto che quei sassi servivano per costruire un castello più grande. Un castello bellissimo, dove saremmo andati tutti insieme. Mi hanno detto così. Io ci credo. E allora sono felice.
Mi chiamo Sarah e sono felice perché mi hanno detto che dobbiamo correre. Scappare di notte è una scommessa con il buio, e allora scappo. E sono felice. Sono felice perché bisogna correre senza fare rumore, calpestando i vestiti abbandonati e le scarpe rotte nel fango. Mi chiamo Sarah e sono felice perché la mamma mi tiene la mano così forte che quasi mi fa male. E se mi stringe la mano, vuol dire che non mi lascia cadere. E allora sono felice, perché mi hanno detto che se la mamma ti tiene per mano, non hai nulla da temere.
Mi chiamo Sarah e sono felice anche se tutto intorno ci sono gli spari. Perché mi hanno detto che gli spari sono come i rami secchi che si spezzano nel fuoco. E allora sono felice anche se ho paura. Perché se ti avvicini al fuoco puoi farti male, così mi hanno detto, e allora sono felice perché io corro lontano. Mi chiamo Sarah e sono felice perché mi hanno detto che i cacciatori cercano le prede nel bosco, ma noi non siamo prede, noi siamo persone. E allora sono felice, perché le persone non si cacciano se corrono. Questo me lo hanno detto. Allora corriamo.
Mi chiamo Sarah e sono felice perché mio padre è rimasto indietro. Mi hanno detto che doveva chiudere la porta di casa, che ci avrebbe raggiunti dopo. E allora sono felice. Perché noi una porta non l’avevamo più. E se papà è rimasto indietro a chiudere una porta, vuol dire che ne ha costruita una nuova. Solo per proteggermi. E se mio papà mi ripara allora sono felice.
Mi chiamo Sarah e sono felice. Ora, dentro un altro rifugio, una stanza senza finestre dove l’aria è fredda e sa di muffa. E allora sono felice, perché mi hanno detto che se hai un rifugio, allora non sei in pericolo. Mi chiamo Sarah e sono felice perché ci sono tante mamme e tanti bambini, anche se nessuno parla. Hanno tutti gli occhi aperti e guardano il soffitto. Aspettano che finisca. E allora sono felice, perché mi hanno detto che quando finisce il gioco del castello, torna papà a portarci il pane fresco. E io sarò felice.
Mi chiamo Sarah e sono felice perché sono arrivate le voci degli uomini fuori dalla porta. Voci grandi, che ci chiedono di uscire. E allora sono felice, perché se mi hanno detto di uscire, vuol dire che il gioco è finito. Mi chiamo Sarah e sono felice perché ho guardato la mamma e nei suoi occhi ho visto la pace. E allora ho capito: se mia mamma ha trovato la pace, allora devo essere felice. Mi chiamo Sarah e sono felice perché ho spalancato la porta e sono corsa incontro agli uomini. Volevo dirgli che il gioco era finito e che potevamo tornare a casa. E allora sono felice, perché mi hanno detto di correre, così potrò tornare al castello, dal mio papà .
Mi chiamo Sarah e sono felice. Perché mi hanno detto, ora che sono avvolta in questo telo, che per essere felice non dovevo esistere. In un mondo che non mi ha voluto.
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