Mi sono tenuto una gabbia
Serie: Fuori pagina
- Episodio 1: Mi sono tenuto una gabbia
STAGIONE 1
Non so perché dovrei sentire questo incontrollabile bisogno di scrivere delle parole che spieghino, fondamentalmente, i cazzi miei.
Mia madre me l’ha sempre detto, fin da bambino e soprattutto mentre mi faceva la riga laterale ai capelli col pettine dalle setole delicate. Mi puliva lo sporco che non c’era sulla guancia, inzuppando il pollice in bocca e strusciandolo con una forza inaudita sulla macchia che non c’era.
«Mi raccomando, a scuola fai il bravo e l’educato con gli altri bambini e con le maestre, capito?»
Con delle deviazioni sul percorso, sì, ma bene o male nella mia vita ho seguito queste regole impostemi con forza e manipolazione.
Ma, arrivato alla mia età, trovarmi qui a cercare le parole giuste da scrivere, parole di scuse per non aver pubblicato più niente negli ultimi cinque anni e parole che annuncino una mia pausa dalla scrittura, più che educazione mi sembra una forma molto fine di sottomissione e un pizzico di presunzione.
Ci sono altri autori. Scrittori molto più bravi di me.
Ma insomma, prendetela come volete. Io ve l’ho detto…
«Non va bene.»
Esclamò improvvisamente, sbattendo il pugno sinistro, quello che non impugnava la penna, accanto al foglio appoggiato sulla scrivania.
L’urto e le vibrazioni del colpo interruppero per qualche secondo la musica classica che usciva dal giradischi appoggiato sulla curva nord della scrivania.
Il silenzio che seguì fu breve. La musica ripartì, ma venne interrotta quasi subito dalla seconda frase, che provocò un’eco improvvisa nella stanza, sproporzionatamente grande per l’uso che le si concedeva.
Le pareti, per raggiungere il soffitto, si erano dovute attrezzare con tanto di corso in alpinismo.
La stanza era arredata però con poco: la scrivania moderna arrivata da poco, un camino, anche quello rifatto da poco, una poltrona piccola in pelle marrone scuro e un tavolino di vetro. Sopra, tre bottiglie, un posacenere pieno e due bicchieri di vetro con una decorazione scolpita lungo tutta la circonferenza inferiore.
«E poi perché dovrei farlo? Perché dovrei scusarmi?»
L’eco arrivò fino al maggiordomo, impegnato a pulire i vetri sulla parete nord della stanza.
«Dite a me, signorino Allan?» urlò mentre era chinato a sciacquare il panno nell’acqua.
«No, Michele.»
Allan si voltò con le mani tra i capelli, con lo sguardo di un bambino che è stato beccato dalla mamma a fare qualcosa che non doveva.
Poi tornò verso il foglio, levò le mani dai capelli e ne afferrò con entrambe le mani i bordi. Lo sollevò e, con un tono stavolta molto più basso, quasi rassegnato, ma con uno sguardo fermo e sicuro, disse:
«Io voglio solo scrivere.»
Le braccia e le mani diventarono una morsa che deformò brutalmente il foglio fino a ridurlo a una forma sferica, piena di pieghe e incurvature tipiche di un pestaggio violento appena ricevuto.
Diede una spinta con i piedi.
La sedia ergonomica arretrò senza emettere alcun rumore. Aveva ruote con rivestimento antigraffio e un sistema di lubrificazione e ammortizzazione pensato proprio per quello.
Era nera, con ricami rossi. Nuova anche quella.
Gliel’aveva regalata un agente che voleva ingaggiarlo per uno spot pubblicitario. Allan avrebbe dovuto scrivere seduto comodamente sulla sedia, poi alzare la testa e dire, ovviamente sorridendo:
«Le idee, così, escono meglio.»
Battuta da pronunciare mentre accarezzava la sedia.
Si rifiutò di girare lo spot e si tenne la sedia.
La spinta indietro fece però sbattere lo schienale contro la curva sud della scrivania “Circolare”, progettata da un cervellone svedese.
Aveva la forma di un otto, ma la parte centrale che univa le due linee creava uno spazio interno quasi chiuso, con un varco sulla curva destra per entrare e uscire dalla “Scrivania Shvat, la scrivania come spazio libero che ti avvolge”.
Così l’aveva presentata un altro agente.
Per un altro spot.
«Mi sono tenuto una gabbia», esclamò sottovoce dopo l’urto.
Si alzò, costeggiò l’interno della scrivania fino all’uscita e, una volta fuori, si voltò per qualche istante a guardare quell’enorme otto.
Sorrise.
Il rumore dei suoi passi accompagnò il percorso fino al camino e rimbombò per tutta la stanza.
Allan si sedette sulla poltrona e, nel silenzio rotto soltanto dallo schioccare del fuoco, gettò la palla di carta tra le fiamme.
Restò lì a guardarla consumarsi.
«Quella è la decima, giusto, signorino Allan?»
«Forse l’undicesima, Michele.»
Continuò a guardare il foglio bruciare.
«C’è qualcosa che non va, signorino?»
Allan si voltò e vide, per un istante, il ricordo di quell’uomo alto e magro, con i baffi scuri e una capigliatura impeccabile, sempre precisa, che lo seguiva ovunque nella villa di famiglia.
Ora il volto era invecchiato insieme agli anni della loro conoscenza.
Michele lo guardava sorridendo mentre apriva una delle tre bottiglie, quella di scotch, e gli versava le solite due dita nel bicchiere di vetro decorato.
«Vorrai dire: cosa c’è che non va stavolta?»
Lo disse sorridendo mentre afferrava il bicchiere.
«Certo, signorino. Se le avessi voluto chiedere della volta scorsa o di quella che verrà, avrei usato un altro verbo nella domanda. Non trova?»
Michele sorrise.
Allan si voltò, diede un sorso di scotch e poi si rilassò, lasciando scivolare la schiena lungo la poltrona e allungando i piedi sullo scalino del camino.
«Hai ragione, come sempre, d’altronde.»
«Ho solo qualche anno in più di lei. Tutto qui.»
«Ed è una qualità, Michele.»
«Certo. Una delle poche qualità dell’avere settantasei anni.»
Allan sorrise, diede un sorso frettoloso dal bicchiere e si alzò in piedi, voltandosi verso Michele.
«Tu come fai?»
«A fare cosa, signorino?»
«A fare sempre il tuo dovere, Michele. Come fai?»
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