
Mia madre
Serie: In Your Room
- Episodio 1: L’Ombra
- Episodio 2: Black Mamba
- Episodio 3: Il Grande Cerchio nel Cielo
- Episodio 4: Mia madre
- Episodio 5: Aria
STAGIONE 1
Mia madre diceva che con l’amore non si scherza. Che, quando chiedi al cuore, ti risponde con un nome e uno soltanto.
Lory nei pensieri. Lory, nel caffè. Paola mi parlava e io, io pensavo a Lory.
Sarà stato che una cosa così, a cinquant’anni, non me l’aspettavo. Che avevo dimenticato cosa significasse la parola ‘inconfessabile’. D’improvviso mi riscoprivo poeta e parlavo allo specchio con patetiche metafore.
Ma Donna Concetta non la vedeva così, lei e la sua maledetta lingua biforcuta:
-Quello lì ha perso la testa per la Lory… ve lo dico io! Potrebbe essere sua figlia.
L’arpia mi avrebbe rovinato un giorno o l’altro. Tra lei e una mantide religiosa l’unica differenza era che di sacro, la mantide, almeno l’apparenza ce l’aveva. Non era un caso se, su tutti i muri della zona, c’era il suo nome accompagnato da un affettuoso epiteto.
Facevo di tutto per vedere Lory. Uscivo nel momento in cui lei usciva, tornavo quando tornava e se si attardava in auto per telefonare, io fingevo di aver dimenticato qualcosa nel portaoggetti per spiarla, per osservare una volta in più il movimento dei suoi capelli legati a coda. La suggestione era tale da trasformarsi in involontaria immedesimazione… lei scrollava il capo io scrollavo il capo, si leccava le labbra io leccavo le labbra.
Dovevo però stare in guardia: Donna Concetta era in agguato. Quando la strega compariva, mi lanciavo sotto il sedile e tornavo su dopo un buon minuto.
Le occasioni più ghiotte per osservare Lory coincidevano con le sue uscite in giardino: non le avrei mancate per nulla al mondo. E come avrei potuto, sapendo che mi sarei trovato di fronte ai suoi leggings affusolati… per non parlare, nella calda stagione, dei pantaloncini che le disegnavano la linea del perizoma. Così mi piazzavo dietro la finestra, discreto come un’ombra, per gustarmi quello spettacolo reso ancor più sensuale dalla grazia nei movimenti: un ensemble che mi provocava delle indescrivibili colate di desiderio.
Mia madre diceva che i pensieri, a volte, urlano più delle parole. Allora ero giovane e continuare a crederci rappresentava, ormai, una mission impossible:
-Voltati!
…lei girava su sé stessa e io annaspavo in quegli occhi azzurri che, nonostante tutti i miei sforzi, non incrociavo quasi mai;
-Sporgiti avanti!
…si sporgeva sulle aiuole, i seni che le scoppiavano;
-Alzati sulle punte!
…la pelle chiara, liscia come quella di un tamburo, si affacciava dalla maglia che diventava più corta mentre lei si allungava in alto, facendo leva sui piedi. Quelli sì che ti dicono tanto di una persona e Lory ce li aveva belli, pieni: avrei voluto buttarmi in ginocchio per baciarli, poi morderli come fossero due hamburger.
-Guardami!
…ma lei continuava, ignara. E io che sbavavo su quel maledetto vetro.
Un giorno però accadde qualcosa. Tutto era iniziato il pomeriggio precedente quando, rientrando a casa, trovai Paola in cucina con Lory, davanti a un caffè. Maledetto caffè!
Averla così vicina mi sconvolgeva, sentivo l’odore della sua pelle giovane e potevo guardarle la bocca da vicino. Il cervello per poco non mi esplodeva: impossibile descrivere quanto fosse difficile mantenere la freddezza, mentre il cuore mi schizzava in gola. La sola possibilità di scamparla era mantenere un silenzio assoluto, al limite della maleducazione, pur di non far uscire quelle parole strozzate che troppo avrebbero somigliato a gemiti di desiderio. Paola mi guardava. Lory mi guardava. Stavo lì, immobile, con le mani che tremavano: ma in qualche modo riuscii a salvarmi da quelle sabbie mobili.
Una volta al piano superiore mi buttai sotto la doccia, girando la manopola sul blu. L’acqua gelida fece il suo e i sensi tornarono a funzionare… di nuovo le udii parlottare.
A cena finsi la più ipocrita indifferenza. Paola mi parlò di Lory, di quante volte, ancora bambina, aveva passato i pomeriggi da noi. Noi che, senza figli, la viziavamo come una principessa. Mentre lei raccontava, avvertivo un’inflessione strana nella sua voce, quasi una nota stonata.
Mia madre diceva che le donne ne sanno una più del diavolo… buon Dio se aveva ragione! La mattina successiva, aprendo gli occhi mi resi conto che Paola era sveglia e mi guardava in silenzio.
-Rocco… voglio chiederti una cosa e tu mi dirai la verità.
Deglutii con difficoltà:
-Certo!
-Si tratta di Lory. Senti qualcosa per lei?
-Ma… cosa vi siete detti ieri?
Il suo sguardo sembrò violare il mio pensiero tremolante. Evitai di fare un solo movimento per scongiurare il peggio.
-Voglio sapere cosa provi. Voglio sapere se Lory c’è!
Mi puntò il dito sulla fronte e premette forte. La vista si appannò, i polmoni quasi collassarono.
Paola era sempre stata una donna dal carattere forte, anche troppo: in vent’anni di matrimonio non l’avevo mai vista piangere, né lasciarsi prendere dalle emozioni. Così rimasi stupito quando, d’improvviso, saltò su a cavalcioni, tolse la vestaglia e mi possedette con violenza dando sfogo alla frustrazione, in preda a un istinto malsano. Qualcosa che sembrava tutto fuorché gelosia; qualcosa che, se un brivido mi dava, era quello di un cubetto di ghiaccio lungo la schiena.
Non soddisfatta, accelerò il suo muoversi insensato:
-Non ce la fai neanche a fingere!
Compresi dove voleva arrivare… umiliarmi. Dimostrare, per l’ennesima volta, che non potevo sfuggire al suo intuito, alla sua chirurgica razionalità. E quando ormai annaspavo, mi dette il colpo di grazia:
-Lory… Lory…!
Sentirle pronunciare quel nome nell’attimo fuggente mi mandò in tilt. Vidi Lory completamente nuda su di me, la testa inclinata all’indietro, le sue mani che mi strapazzavano i capelli pretendendo quel di più che nessuno mi aveva mai chiesto. I suoi seni gonfi mi soffocavano, come se sapessero che non cercavo altro: morsi allora con forza seguendo un istinto animale. Ormai ero su un altro pianeta e non ricordavo più chi fosse Paola, né m’importava. Sentivo Lory scorrere in ogni recesso del corpo… Lory nelle cavità del cuore, nel denso scorrere del sangue. Lory, nel caldo brivido tra le gambe.
Non potei trattenere un gemito profondo.
Paola si bloccò restando su, immobile e ansimante, per un buon minuto. Attorno a noi, un silenzio devastante le sussurrava la spietata realtà: su quel letto, era lei la clandestina.
Una verità che, da troppo tempo, si prendeva gioco di noi.
A distanza di due anni da allora la mia vita non era più la stessa. Mi ero spostato in un piccolo appartamento, non distante da dove abitavo in precedenza. Potevo ormai fregiarmi del titolo di single: Paola, qualche giorno dopo quella fatidica mattina, mi aveva chiesto la separazione. Le restò il lavoro, la casa, i libri. Senza dimenticare le sue care amiche e l’immancabile telefonino, quello che mi aveva fatto sentire, per anni, uno sconosciuto di passaggio durante degli incontri serali stabiliti da contratto.
Mia madre diceva che non si è mai grandi abbastanza per fare le scelte di una vita intera. Non furono le bugie a distruggere il nostro matrimonio, ma l’ignoranza di noi stessi, della nostra natura, quella che il tempo un giorno ci rivela facendoci scoprire ciò che siamo, cosa davvero vogliamo. Paola, in fondo, aveva dimenticato di possedere un corpo e non desiderava che tranquillità. Mentre io, io ero un fremito senza fine di passione.
Ma ormai era acqua passata. E se avevo dovuto superare qualche momento difficile, dimenticai tutto in meno di un secondo quando convinsi Lory, dopo una corte appassionata, a uscire con me. Fu come rinascere: ricordo ancora il tramonto, la passeggiata sul lungomare, la gioia immensa di averla accanto! Colto da un’improvvisa ispirazione le presi dei tulipani, un gesto spontaneo che la conquistò nel profondo.
Ci catapultammo nel mio bilocale e facemmo l’amore quella sera stessa. Fu l’inizio di una storia appassionata, senza regole né vincoli: non pretesi mai di essere il suo sacro uno. Avremmo presto ribaltato i pronostici dei benpensanti e oltrepassato ogni limite di decenza, travolgendo il comune senso del pudore contro lo strisciante bigottismo.
Mia madre diceva che la vita, a volte, ti sorprende. Oggi, chiuso tra le mura di quest’ospedale, ripenso a quei giorni con il sorriso. Da giovane mi credevo quadrato, sposandomi pensai di essere diventato un cerchio, ma con Lory ho capito che la sola forma capace di contenere un cuore vibrante è quella di una nuvola.
Così, pur disfatto dal dolore sorrido, davanti alle infermiere incredule, conscio di essere un privilegiato per aver vissuto più vite di un comune mortale. E tra tutte le verità incontrate nel cammino una svetta tra tutte, quella il cui sussurrare mi è stato accanto dal primo giorno, passo dopo passo, seguendomi nelle mille albe, negli altrettanti tramonti: mia madre sì che la sapeva lunga.
Serie: In Your Room
- Episodio 1: L’Ombra
- Episodio 2: Black Mamba
- Episodio 3: Il Grande Cerchio nel Cielo
- Episodio 4: Mia madre
- Episodio 5: Aria
Che esperienza, leggere questo racconto! Aristotele sarebbe stato davvero contento di te: leggendoti ho vissuto un’esperienza di catarsi del tipo più classico. Ho rivissuto con una certa esaltazione il tempo in cui ero una Lory, in giovinezza; mi sono resa conto del fatto che da tempo ormai sono una Paola e che comunque tutto ciò non ha importanza dato che si accorcia la distanza verso il momento in cui non sarò che una morente. Non credo sia questione solo di tecnica, anche se la tua è notevole, probabilmente è quello di cui parli nella risposta a gionni bello: la capacità di dare.
Cara Francesca, è da un po’ che nessuno passava di qui. Ed è da un po’ che non ci passavo io…
Ti ringrazio per il bel complimento sulla tecnica, continuo a lavorarci tanto, la parola è il nostro strumento e, per chi come me – forse come te – ci lavora da anni l’affinamento è diventato un “must”. Come la coscienza che la strada è senza fine.
Un ringraziamento particolare per la “capacità di dare”, sai questa nostra passione non vuole solo tecnica ma, sarà banale dirlo, nasce proprio da questo bisogno di unirci, spiritualmente, ai lettori.
Quello che hai detto di te, questa accettazione serena del tempo che passa, mi è piaciuto davvero tanto. Forse più di altri, proprio noi che scriviamo abbiamo la responsabilità di portare questa consapevolezza nelle nostre storie semplici.
Un abbraccio.
chi ha citato Nabokov ha visto nel giusto. La signora Haze è in agguato agli angoli del desiderio. E Dolores (o, se mi permetti, DoLorys) è sempre un magnifico veleno.
Bello il gioco di parole. Certo, la mente torna al capolavoro dello scrittore russo e il parallelo è quasi inevitabile. Cè da chiedersi se la gioventù conservi in sé, a prescindere, la genuina capacità di “dare” o se non si tratti, infine, di un aspetto peculiare che contraddistingue certe anime.
Permettimi una digressione personale, sono un fan di Johnny Bravo (in generale, di alcuni personaggi dei cartoni): c’entra qualcosa con il tuo pseudonimo?
Grazie dell’apprezzamento.
grazie Robért per darmi modo di chiarire: Bello è il mio cognome (sono di origini meridionali, calabresi in particolare, e lì questo cognome è abbastanza diffuso). Gionni invece è solo un diminutivo.
Questo racconto è splendido, ti rapisce come un brigante e ti fa innamorare preda di una sindrome febbrile.
Eh sì. Qui credo che c’entri anche una certa sintonia di visuale, di sentimenti.
Mi colpisce, e tanto, che ci siano stati commenti di soli lettori (uomini, intendo).
Davvero contento di questo tuo cenno di presenza.
Una confidenza, da qualche settimana mi dicono che sono distratto… tutto merito di Lory. Lei è l’antidoto a questa noiosissima epoca attuale.
Un abbraccio, con stima.
Il racconto narra di istinti e passioni, pero’ fa pensare. Fa pensare a come possa sembrar strano che anche a 50 anni si possa prendere una cotta di quel genere, tipica di altri periodi della vita. Eppure evidentemente accade. Poi mi sono chiesto: “Mamma mia, e se capitasse a me?”, questo per dire quanto la magia di coinvolgere il lettore ti sia perfettamente riuscita.
Rocco aveva la possibilità di mentire a Paola, di reprimere le sue pulsioni per Lory e continuare la sua vita; su quel letto ha scelto l’ignoto. Immaginati se avesse detto: “Lory? ma che dici! come ti vengono in mente queste cose!” Niente separazione, niente tulipani, niente ospedale. La vita è davvero sorprendente.
Per niente banale questa osservazione finale, di cui credo aver colto il segno. Quanti matrimoni potrebbero starci dentro una bugia… se non in due.
In una prima versione di questo testo, che mi ha lasciato incerto fino alla fine, anche Paola s’innamorava di Lory.
Grazie Francesco.
Ed ecco spuntare Nabokov, in versione poeticamente comparabile ma in versione moderna. Lo sentivo nell’aria. Un inchino, come già altre volte, alla maestria di Robért de Sablé. Il racconto è estremamente incisivo nella sua eleganza, coinvolgente e straziante pur nel finale sollevato. E la scelta della musica che lo accompagna è anch’essa non scontata, non banale. La versione selezionata non è quella arcinota dei Matia Bazar ma quella assai più elegante e matura della Ruggero accompagnata dai Subsonica e tratta da una raccolta che contiene delle rate perle di musica e passione, fra le quali la più bella versione di Ti Sento che mi sia mai capitato di incontrare, accompagnata dai Timoria.
Grazie per questa lettura così intensa e per le belle parole.
Se penso che questa serie l’ho iniziata per “riparare” a un errore di pubblicazione resto incredulo. Più vado avanti e più la sento congeniale e alla fine che dire, Giancarlo: nulla è casuale in realtà.
La difficoltà più grande è riuscire a entrare ‘nelle vostre stanze’ senza fare rumore, mantenendo soprattutto l’equilibrio nella descrizione delle scene clou. Lì facile che scappi di mano la situazione: voi mi capite.
Apprezzo amche molto (anzi, motlissimo) la piccola nota musicale poichè anche qui è evidente l’influenza del pezzo sulla scrittura. In particolare, il finale inventato dai Subsonica andava proprio nella direzione giusta, rendendo in tutta la sua potenza la forza del sogno, tanto più sofferta quanto più è sentita. Aggiungo che c’è un’altra brevissima scheggia musicale, si tratta delle parole “sacro uno”, e qui se conosci i testi dei Depeche Mode come me il “warning” scatta subito.
Grazie ancora.
Non conosco a memoria tutti i testi dei Depeche Mode, anche se sono un gruppo fra quelli che ho sempre apprezzato di più. Certo, leggendo il racconto, qualcosa mi suonava, ritmato ed elegante, nelle orecchie…
Someone to hear your prayers
Someone who cares
Your own personal Jesus
Someone to hear your prayers
Someone who’s there