Michelangelo

Buongiorno, mi chiamo Michelangelo. Se avete un po’ di tempo, vorrei raccontarvi la mia storia.

Io non ho passato, io non ho presente, io non ho futuro.

Io mi sveglio ogni mattina, vivo la giornata, torno nel mio angolo, sopra il mio cartone e vi aspetto domani per passare insieme un’altra giornata, io vivo qui in strada, io non chiedo nulla.

Io non mi ricordo ieri, io non mi ricordo oggi, io non mi ricorderò domani.

Io vivo la giornata, io sono felice, non mi domando nulla, non vi domando nulla, oggi sarà uguale a ieri, domani sarà uguale a oggi.

Io non ho sogni, erano speranze, io non ho certezze, erano inganni, io non ho progetti. Vi aspetto qui, sopra il mio marciapiede, sopra il mio cartone, con la pioggia, col sole, col caldo o col freddo, col vento, con la nebbia.

Io domani ci sarò e ti dirò buongiorno.

Oggi è uguale a ieri, ieri è uguale a domani, domani è uguale a oggi.

Per me non ci sono stagioni, per me non ci sono feste, per me non ci sono ferie, per me non ci sono vacanze, ogni giorno, io sono qua, seduto su questo marciapiede, vi guardo passare e vi saluto.

Aspetto un tuo gesto, aspetto un tuo sguardo, aspetto un tuo saluto ma so che non arriverà.

Perché io sono Michelangelo, io vivo in strada, io sono nessuno, io sono l’ultimo degli ultimi, ma Io sono il primo per me stesso.

Buongiorno, mi chiamo Michele, se avete un po’ di tempo vorrei raccontarvi la mia storia.

Io sono Michele, ogni mattina passo di qui e ogni mattina sento quest’uomo ripetere, come un mantra, sempre la stessa litania, quasi come fosse una filastrocca per bambini, ma più dura, triste angosciante.

Io ogni giorno lo vedo qui e ogni giorno lo sento, ormai quasi neppure lo ascolto, ma questa mattina mi son svegliato pensando a quel signore, seduto sul suo cartone. Oggi mi fermerò, oggi condividerò un panino con lui, oggi mi siederò lì vicino e ascolterò la sua storia.

Non so perché oggi mi sento di dover fare così!

«Buongiorno Michelangelo Come sta? Posso sedermi qui vicino a lei? Mi fa compagnia? Lo mangia panino con me? E mi racconta la sua storia?»

Dicendo questo Michele si avvicinò all’uomo, che guardò perplesso, questo ragazzo tutto elegante, con il suo bel vestito grigio, la cravatta, i mocassini, la borsa contenente documenti, sicuramente importanti.

Chi era? Perché si avvicinava lui? Che cosa voleva? Perché gli tendeva un panino?

Aveva fame, ne aveva voglia, ne sentiva il profumo. Sapeva di buono, sapeva di cose che aveva dimenticato, sapeva di famiglia, sapeva di cucina, sapeva di casa, sapeva di vita.

«Quasi quasi lo prendo», pensò e così pensando allungò la mano, strinse il panino e se lo mise in tasca, lo avrebbe mangiato dopo, da solo, assaporandone ogni boccone.

Era una vita che nessuno gli offriva nulla.

Chi era quel giovane perché s’interessava lui? Michelangelo aveva paura.

Michelangelo guardando il giovane, spostò di qualche metro il suo cartone, aprì il panino, lo annusò e non riuscì a resistere, lo addentò.

Buongiorno, mi chiamo Michelangelo. Se avete un po’ di tempo, vorrei raccontarvi la mia storia.

Io non ho passato, io non ho presente, io non ho futuro.

Michelangelo iniziò a recitare il suo mantra e mentre recitava si sentì leggero, si sentì un uomo nuovo, si sentì come librarsi in aria e volare lontano, si sentì spuntare le ali.

Michelangelo ricordò.

Lui aveva un passato, lui era un angelo, lui era caduto, colpito da una maledizione. Condannato a vivere su di un cartone qualsiasi, su un marciapiede qualsiasi, di una città qualsiasi, circondato da inutili uomini qualsiasi, attendendo un uomo buono, che gli offrisse qualcosa, che s’interessasse di lui, che ascoltasse la sua storia, che spezzasse la maledizione e prendesse il suo posto, su un cartone qualsiasi, su un marciapiede qualsiasi, di una città qualsiasi, circondato da inutili uomini qualsiasi.

Michelangelo, si guardò attorno, si vide riflesso in una nuvola, era bello, biondo, vestito d’azzurro, aveva sulla schiena scintillanti ali dorate. Michelangelo era libero, Michelangelo aveva ripreso il suo posto. era tornato a essere un angelo.

Allora guardò in basso e vide un uomo seduto su di un cartone qualsiasi, su un marciapiede qualsiasi, di una città qualsiasi, circondato da inutili uomini qualsiasi, recitare come ipnotizzato una storia, quasi una filastrocca, Vide Michele, che aveva spezzato la maledizione e aveva preso il posto suo.

Buongiorno, mi chiamo Michelangelo, se avete un po’ di tempo, vorrei raccontarvi la mia storia.

Io non ho passato, io non ho presente, io non ho futuro.

Io mi sveglio ogni mattina, vivo la giornata, torno nel mio angolo, sopra il mio cartone e vi aspetto domani, per passare insieme un’altra giornata, io vivo qui in strada, io non chiedo nulla.

Io non mi ricordo ieri, io non mi ricordo oggi, io non mi ricorderò domani.

Io vivo la giornata, io sono felice, non mi domando nulla, non vi domando nulla, oggi sarà uguale a ieri, domani sarà uguale a oggi.

Io non ho sogni, erano speranze, io non ho certezze, erano inganni, io non ho progetti. Vi aspetto qui, sopra il mio marciapiede, sopra il mio cartone, con la pioggia, col sole, col caldo o col freddo, col vento, con la nebbia.

Io domani ci sarò e ti dirò buongiorno.

Oggi è uguale a ieri, ieri è uguale a domani, domani è uguale a oggi.

Per me non ci sono stagioni, per me non ci sono feste, per me non ci sono ferie, per me non ci sono vacanze, ogni giorno, io sono qua, seduto su questo marciapiede, ti guardo passare e ti saluto.

Aspetto un tuo gesto, aspetto un tuo un tuo sguardo, aspetto un tuo saluto ma so che non arriverà.

Perché io sono Michele, io vivo in strada, io sono nessuno, io sono l’ultimo degli ultimi, ma Io sono il primo per me stesso.

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Davvero un modo originale di affrontare il Lab! Brava Lorenza! Ma sai che nel mantra, ripetuto quasi all’infinito, io ci ho visto l’esecuzione di una canzone rap?
    Sarò da ricovero, però il ritmo era coinvolgente ?
    Un saluto.

  2. Ciao Lorenza, buon “loop” a te ? Leggendo il tuo racconto ci sono entrata, nel loop\mantra. In questa terra siamo spesso soli, inseriti in una routine che ci vede compiere gli stessi gesti ogni giorno. Poco a poco ci allontaniamo da noi stessi, diveniamo e ci identifichiamo in quei gesti lasciandoci vincere dalla stanchezza. Eravamo dei, capaci di mettere le emozioni e la bellezza sopra ogni cosa. A volte basta una piccola scintilla, un evento fortuito, per fare la differenza ed uscire dal bozzolo: una stretta di mano o un panino.

  3. Molto bello, una riflessione sulla sofferenza dal ritmo ipnotico, quasi una poesia, quasi una preghiera.
    Ti fa sentire pesante e insieme leggero leggerla.

  4. Ciao Lorenza, il loop in cui intrappoli piacevolmente il lettore è in realtà una sorta di catarsi che aiuta i tuoi protagonisti ad andare avanti, a sopravvivere. E infatti, al movimento catartico subentra una sorta di ascesi (in cui vedo un simbolo di rinascita che ognuno di noi può raggiungere interiormente ) dettata da un gesto di bontà. A volte basta poco per renderci felici, farci ricordare che tutti noi esistiamo e che abbiamo un posto in questa vita. Complimenti per il tuo lab “mistico”, un saluto?!

  5. Un racconto atipico, raccontato come un mantra. Mi è piaciuto il ritmo, quasi angosciante come può essere la vita in strada e ho apprezzato il cambio di prospettiva tra chi lascia e chi arriva.
    Alla prossima lettura…

    1. Uffa sbaglio sempre, doveva essere una risposta e non un commento, ma da cellulare sbaglio. Scusate. Ripeto qui la risposta.
      Grazie, ? sono contenta ti sia arrivato il messaggio, proprio come lo avevo in testa io. L’idea di un mantra ripetuto quasi a convincersi, quasi ad esorcizzare l’angoscia.