Milwaukee – Dettaglio (di Jacob F. Butler, detto “Eclipse-Jack”, drammaturgo, internato, Milwaukee 1875 – Londra 1922)
Serie: OLOTIPI DELL'IMMAGINARIO
- Episodio 1: Zafiristan (di Learco Bissoli, illustratore, cartotecnico)
- Episodio 2: Songs for Broken Hands (di Peggy “Fingerless” Ford, arpista, Folkways Records)
- Episodio 3: Escaping Downtown / To the River Valley (di Muddy Gennet & the Terminal Ensemble, Sick Town Tapes, Bruxelles 1999)
- Episodio 4: Come restare incinta durante una gravidanza (di Elena Marini, scrittrice, Torino)
- Episodio 5: Milwaukee (di Jacob Frances Butler, detto “Eclipse-Jack”, drammaturgo, internato, Milwaukee 1875 – Londra 1922)
- Episodio 6: Milwaukee – Dettaglio (di Jacob F. Butler, detto “Eclipse-Jack”, drammaturgo, internato, Milwaukee 1875 – Londra 1922)
STAGIONE 1
Milwaukee comincia come un romanzo qualunque: trenta facciate in cui una voce sola racconta l’America come un apparato digerente di anime, una terra che inghiotte i suoi figli e li sfalda lentamente, senza fretta, come uno stomaco. Poi, a pagina trentuno, senza preavviso, il libro si divide in due: due piccole copertine affiancate, due titoli distinti di autori diversi – La città che mangia i cavalli di un certo Harold Finch, e Manuale di seduzione per lampioni pubblici di un certo Bernard Voss –, ciascuno attribuito, si scoprì poi frugando tra i registri del Bethlem, a un paziente realmente internato lì in quegli anni.
Dopo altre trenta pagine il libro si divide ancora, generando quattro narrazioni simultanee – un trattato sul sonno delle patate, un ministero delle talpe, sette modi per sposare una nuvola, l’autobiografia di una gamba amputata –, poi, con una nuova frattura, otto. Tra queste, un catalogo dei rimorsi domestici attribuito a una certa Miriam Oates e una ricetta per addomesticare il tuono firmata da un paziente ricordato nei registri solo come il Reverendo H.
Poi sedici, infine trentadue narrazioni, sino a trasformare il volume in una sorta di biblioteca patologica, suddivisa in celle geometriche sempre più microscopiche, ognuna il ritratto in miniatura di una mente che Jacob aveva ascoltato abbastanza a lungo da poter far parlare da sola.
Contate una per una, dalla voce singola iniziale fino all’ultima frattura, le copertine del volume sono sessantatré. Non un numero misterioso: chiunque raddoppi cinque volte, partendo da uno, e vi sommi i prodotti ottenuti arriva necessariamente lì, e la matematica non ha alcun merito nella faccenda. Ciononostante, il dottor Fenwick, che aveva in cura il drammaturgo (e una certa inclinazione per le simmetrie), giunse a constatare che il numero sessantatré corrispondeva, secondo la medicina pitagorica e l’astrologia della Grecia antica, al cosiddetto grande climaterio: l’anno in cui il corpo umano si guasta per obbligo aritmetico.
Nessun collega di Fenwick parve interessarsi all’allusione, sebbene il medico vi dedicasse, negli anni a seguire, ogni margine libero del proprio servizio, cercando un legame tra la follia di Butler e quelle sessantatré sezioni.
La paginazione stessa del libro, poi, venne alterata secondo una logica che i tipografi giudicarono un errore, prima di scoprire che era intenzionale: le pagine dispari a sinistra, le pari a destra, invertite rispetto a ogni convenzione, come se anche l’atto meccanico di sfogliare dovesse restituire al lettore la sensazione – quasi impercettibile – di trovarsi nel corpo sbagliato.
Non esiste, nel volume, un’indicazione di quale delle sessantatré narrazioni leggere per prima, né in quale ordine procedere una volta che il libro si è frantumato. L’unica istruzione che Jacob lasciò, stampata sull’ultima pagina utile, recita che ogni sezione è una cura, ogni scelta una chiave, senza specificare per che cosa, o per aprire quale porta.
Non si seppe mai con certezza se Butler stesse davvero catalogando la follia altrui o cercando, attraverso sessanta voci non sue, di riprodurne il funzionamento nella propria testa, un tentativo di replicare artificialmente ciò che l’attizzatoio e l’eclissi gli avevano già fatto intravedere trent’anni prima.
Il teatro del Bethlem chiuse nel 1920, non per una tragedia cercata ma per una svista organizzativa che si rivelò più devastante di qualsiasi catastrofe: Butler, a causa di un disguido, si trovò costretto a far recitare per due sere consecutive la stessa paziente nel ruolo di “Lei”, contando sul fatto che nessuno se ne sarebbe accorto.
L’uomo affetto da Capgras, però, se ne accorse subito: non si tranquillizzò, come ormai aveva imparato a fare davanti a un volto sempre nuovo. Capì anzi, con la disperata lucidità di chi vede crollare ogni propria certezza, che i suoi persecutori erano tornati alla ribalta. Aggredì quindi l’attrice sul palco, prima che qualcuno riuscisse a fermarlo.
Nessuno morì, quella sera, ma il consiglio direttivo del Bethlem chiuse immediatamente il teatro, giudicandolo “un dispositivo terapeutico di esito imprevedibile” – la stessa regola di variazione continua che per mesi aveva tenuto salda la pace del paziente, una volta infranta, gli aveva restituito con gli interessi tutto l’orrore da cui l’aveva protetto. Jacob non scrisse più nulla dopo quella sera: non un copione, non una lettera, non una riga aggiunta al margine del suo unico libro, che restò fermo a pagina centoventidue, alla sessantatreesima e ultima moltiplicazione, senza mai richiudersi in una voce sola, come era cominciato.
Il drammaturgo visse altri due anni al Bethlem, in un silenzio che il personale definì, nei registri, “di natura non clinica” – cioè un silenzio scelto, non subìto –, prima di morire nel 1922, senza che nessuno riuscisse mai a stabilire quale, tra le sessantatré storie scritte, fosse quella che ancora continuava a raccontare a se stesso.
Serie: OLOTIPI DELL'IMMAGINARIO
- Episodio 1: Zafiristan (di Learco Bissoli, illustratore, cartotecnico)
- Episodio 2: Songs for Broken Hands (di Peggy “Fingerless” Ford, arpista, Folkways Records)
- Episodio 3: Escaping Downtown / To the River Valley (di Muddy Gennet & the Terminal Ensemble, Sick Town Tapes, Bruxelles 1999)
- Episodio 4: Come restare incinta durante una gravidanza (di Elena Marini, scrittrice, Torino)
- Episodio 5: Milwaukee (di Jacob Frances Butler, detto “Eclipse-Jack”, drammaturgo, internato, Milwaukee 1875 – Londra 1922)
- Episodio 6: Milwaukee – Dettaglio (di Jacob F. Butler, detto “Eclipse-Jack”, drammaturgo, internato, Milwaukee 1875 – Londra 1922)
”…senza che nessuno riuscisse mai a stabilire quale, tra le sessantatré storie scritte, fosse quella che ancora continuava a raccontare a se stesso.” Azzardo l’ipotesi che il povero Jack cambiasse la posizione delle pagine di un libro, così come si cambia continuamente quella del gioco delle tre carte, in modo da non trovare mai una verità che neanche lui voleva sapere. Molto interessante questo racconto, Nicholas!👏👏
Ciao Concetta! Un altro libro labirintico, ma stavolta dal meccanismo più classico (ah: la storia precedente l’ho sistemata. Devo ammettere che la descrizione dell’assemblaggio del libro leggibile in due versi era parecchio ostica da capire. Dopo il tuo commento ho risistemato la parte: e ti ringrazio tanto, perché credo di averla resa molto più chiara). Altro grazie per la lettura di questo brano e per il bellissimo commento🙏🏻🤗
Ma non era una critica negativa quella dell’altro racconto, anzi, mi piace fare acrobazie con la mente!😄
😄 Lo so, però mi ha aiutato parecchio. Mi piace esprimere idee difficili nel modo più limpido possibile. Lo sento come un dovere verso chi legge🤗
Bello! Mi ha affascinato il sottile e lucido pensiero di Eclipse-Jack, quel ricamare sulle realtà degli altri. Bravissimo Nicholas, per intuizione e costruzione. Ottima scrittura!
Ciao Giuseppe! Grazie mille per la lettura!🤗