Milwaukee – Dettaglio (di Jacob F. Butler, detto “Eclipse-Jack”, drammaturgo, internato, Milwaukee 1875 – Londra 1922)

Serie: OLOTIPI DELL'IMMAGINARIO


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Episodio in due parti: parte seconda.

Milwaukee comincia come un romanzo qua­lunque: trenta facciate in cui una voce sola raccon­ta l’America come un apparato digerente di anime, una terra che inghiotte i suoi figli e li sfalda lenta­mente, senza fretta, come uno stomaco. Poi, a pa­gina trentuno, senza preavviso, il libro si divide in due: due piccole copertine affiancate, due titoli di­stinti di autori diversi – La città che mangia i ca­valli di un certo Harold Finch, e Manuale di sedu­zione per lampioni pubblici di un certo Bernard Voss –, ciascuno attribuito, si scoprì poi frugando tra i registri del Bethlem, a un paziente realmente internato lì in quegli anni.

Dopo altre trenta pagine il libro si divide an­cora, generando quattro narrazioni simultanee – un trattato sul sonno delle patate, un ministero delle talpe, sette modi per sposare una nuvola, l’autobio­grafia di una gamba amputata –, poi, con una nuo­va frattura, otto. Tra queste, un catalogo dei rimor­si domestici attribuito a una certa Miriam Oates e una ricetta per addomesticare il tuono firmata da un paziente ricordato nei registri solo come il Re­verendo H.

Poi sedici, infine trentadue narrazioni, sino a trasformare il volume in una sorta di biblioteca pa­tologica, suddivisa in celle geometriche sempre più microscopiche, ognuna il ritratto in miniatura di una mente che Jacob aveva ascoltato abbastanza a lungo da poter far parlare da sola.

Contate una per una, dalla voce singola ini­ziale fino all’ultima frattura, le copertine del volu­me sono sessantatré. Non un numero misterioso: chiunque raddoppi cinque volte, partendo da uno, e vi sommi i prodotti ottenuti arriva necessariamente lì, e la matematica non ha alcun merito nella fac­cenda. Ciononostante, il dottor Fenwick, che aveva in cura il drammaturgo (e una certa inclinazione per le simmetrie), giunse a constatare che il nume­ro sessantatré corrispondeva, secondo la medicina pitagorica e l’astrologia della Grecia antica, al co­siddetto grande climaterio: l’anno in cui il corpo umano si guasta per obbligo aritmetico.

Nessun collega di Fenwick parve interessarsi all’allusione, sebbene il medico vi dedicasse, negli anni a seguire, ogni margine libero del proprio ser­vizio, cercando un legame tra la follia di Butler e quelle sessantatré sezioni.

La paginazione stessa del libro, poi, venne alterata secondo una logica che i tipografi giudica­rono un errore, prima di scoprire che era intenzio­nale: le pagine dispari a sinistra, le pari a destra, invertite rispetto a ogni convenzione, come se an­che l’atto meccanico di sfogliare dovesse restituire al lettore la sensazione – quasi impercettibile – di trovarsi nel corpo sbagliato.

Non esiste, nel volume, un’indicazione di quale delle sessantatré narrazioni leggere per pri­ma, né in quale ordine procedere una volta che il libro si è frantumato. L’unica istruzione che Jacob lasciò, stampata sull’ultima pagina utile, recita che ogni sezione è una cura, ogni scelta una chiave, senza specificare per che cosa, o per aprire quale porta.

Non si seppe mai con certezza se Butler stes­se davvero catalogando la follia altrui o cercando, attraverso sessanta voci non sue, di riprodurne il funzionamento nella propria testa, un tentativo di replicare artificialmente ciò che l’attizzatoio e l’eclissi gli avevano già fatto intravedere trent’anni prima.

Il teatro del Bethlem chiuse nel 1920, non per una tragedia cercata ma per una svista organiz­zativa che si rivelò più devastante di qualsiasi cata­strofe: Butler, a causa di un disguido, si trovò co­stretto a far recitare per due sere consecutive la stessa paziente nel ruolo di “Lei”, contando sul fat­to che nessuno se ne sarebbe accorto.

L’uomo affetto da Capgras, però, se ne accor­se subito: non si tranquillizzò, come ormai aveva imparato a fare davanti a un volto sempre nuovo. Capì anzi, con la disperata lucidità di chi vede crollare ogni propria certezza, che i suoi persecuto­ri erano tornati alla ribalta. Aggredì quindi l’attrice sul palco, prima che qualcuno riuscisse a fermarlo.

Nessuno morì, quella sera, ma il consiglio direttivo del Bethlem chiuse immediatamente il teatro, giudicandolo “un dispositivo terapeutico di esito imprevedibile” – la stessa regola di variazio­ne continua che per mesi aveva tenuto salda la pace del paziente, una volta infranta, gli aveva re­stituito con gli interessi tutto l’orrore da cui l’aveva protetto. Jacob non scrisse più nulla dopo quella sera: non un copione, non una lettera, non una riga aggiunta al margine del suo unico libro, che restò fermo a pagina centoventidue, alla sessantatreesi­ma e ultima moltiplicazione, senza mai richiudersi in una voce sola, come era cominciato.

Il drammaturgo visse altri due anni al Be­thlem, in un silenzio che il personale definì, nei re­gistri, “di natura non clinica” – cioè un silenzio scelto, non subìto –, prima di morire nel 1922, sen­za che nessuno riuscisse mai a stabilire quale, tra le sessantatré storie scritte, fosse quella che ancora continuava a raccontare a se stesso.

Continua...

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Discussioni

  1. Leggendo gli altri commenti, a cui ora si aggiunge anche il mio, mi viene da sorridere, perché in un certo senso sono un po’ la riprova di quello che mi trasmette il racconto stesso: un testo, e molteplici voci e punti di vista e chiavi di lettura… Ma sempre un testo soltanto: tante menti in un unico corpo. Mi sembra che si avvicini parecchio, più di altri, al quarto racconto della serie.
    Ricollegandomi al commento che ho lasciato sotto la prima parte, mi lascia esterrefatto la coerenza con cui è costruita la vicenda del paziente con la sindrome “da sostituzione”: somiglia quasi a un risveglio da una caverna di Platone, solo molto più traumatico. Lo specchio che aveva ammirato per tutto quel tempo all’improvviso si crepa, e le due dimensioni tornano a stridere: la follia si riconosce di nuovo allo specchio. Difficile dire quale sia la verità, ammesso che di verità si possa parlare… Grazie Nicholas, ogni tuo testo per me è “cibo letterario” e non solo, e non c’è mai una volta che io senta di aver esaurito con un solo commento tutto quel che ci sarebbe da dire ancora – il che vuol dire, credo, che si tratta di testi che si prestano in modo eccellenti a seconde (e svariate) letture.

    1. Grazie a te!🙏🏻 Le tue analisi sono illuminati anche per me, su me stesso. Ora che mi nomini gli specchi, mi fai ripensare a tutta la serie in chiave di grande specchio. Il prossimo racconto sarà una rivelazione anche per te😂.
      Grazie ancora, Gabriele🤗

  2. La costruzione volutamente demenziale e ingegnosa del libro con sessantré storie, colpisce nella sua architettura e suscita riflessioni e dubbi su cosa sia normale o patologico o semplicemente straordinario.

  3. “Ogni sezione è una cura, ogni scelta una chiave” – Molto coinvolgente, di grande fascino. Durante la lettura un ‘inquietudine scura e un velo di ironia si sono avviluppati dentro di me come in una treccia sporca, che si sta sciogliendo per scivolare nell’oblio. Una scrittura potente, a mio avviso.

  4. ​”…senza che nessuno riuscisse mai a stabilire quale, tra le sessantatré storie scritte, fosse quella che ancora continuava a raccontare a se stesso.” Azzardo l’ipotesi che il povero Jack cambiasse la posizione delle pagine di un libro, così come si cambia continuamente quella del gioco delle tre carte, in modo da non trovare mai una verità che neanche lui voleva sapere. Molto interessante questo racconto, Nicholas!👏👏

    1. Ciao Concetta! Un altro libro labirintico, ma stavolta dal meccanismo più classico (ah: la storia precedente l’ho sistemata. Devo ammettere che la descrizione dell’assemblaggio del libro leggibile in due versi era parecchio ostica da capire. Dopo il tuo commento ho risistemato la parte: e ti ringrazio tanto, perché credo di averla resa molto più chiara). Altro grazie per la lettura di questo brano e per il bellissimo commento🙏🏻🤗

        1. 😄 Lo so, però mi ha aiutato parecchio. Mi piace esprimere idee difficili nel modo più limpido possibile. Lo sento come un dovere verso chi legge🤗