Milwaukee (di Jacob Frances Butler, detto “Eclipse-Jack”, drammaturgo, internato, Milwaukee 1875 – Londra 1922)

Serie: OLOTIPI DELL'IMMAGINARIO


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Episodio in due parti: parte prima.

A dodici anni, Jacob Frances Butler, il figlio di un facoltoso uomo d’affari di Milwaukee, uccise lo zio con un attizzatoio da camino, in una sera di di­cembre della quale non lasciò mai un resoconto coerente: a chi glielo chiedeva, negli anni, rispon­deva sempre con un dettaglio diverso, come se l’episodio non fosse un ricordo, bensì un copione da riscrivere ogni volta per un nuovo spettatore.

La famiglia, onde evitare il processo (e so­prattutto la vergogna), lo imbarcò per l’Inghilterra sotto falso nome prima che compisse tredici anni, facendolo internare al Bethlem – quello che i lon­dinesi, da secoli, chiamavano più “affettuosamen­te” Bedlam – e appioppandogli una diagnosi com­prata insieme al silenzio dei testimoni.

Fu lì, tra le mura di un manicomio che aveva ospitato oltre sei secoli di follia, che Jacob smise di essere il ragazzo di Milwaukee e cominciò a diven­tare Eclipse-Jack. Il soprannome nacque durante un’eclissi solare osservata dal cortile dell’istituto, nell’estate del 1889: mentre gli altri pazienti veni­vano trascinati via dagli infermieri, terrorizzati dal buio a mezzogiorno, Jacob restò immobile a con­templare la corona infuocata fissa nel cielo e, quando tornò la luce, disse a chi lo teneva per un braccio, con una calma che agli infermieri parve più inquietante di qualsiasi urlo: “Ora so come si muovono più menti nello stesso corpo.” Nessuno capì cosa intendesse. Lui lo sapeva benissimo, e passò i successivi trent’anni a dimostrarlo.

Cominciò col teatro: convinse la direzione del Bethlem, con quella commistione di fascino e minaccia che i medici finirono per registrare come parte del suo quadro clinico più che dote perso­nale, a lasciargli allestire piccole rappresentazioni nella sala comune.

Non scriveva ruoli, in principio: osservava. Passava settimane a studiare un singolo paziente – la logica interna del suo delirio, il vocabolario con cui la mente lo difendeva dal mondo – prima di scrivergli addosso un copione che sembrava non tanto rappresentare la sua follia quanto conversar­ci, rispondere alle sue premesse assurde con la stessa assurda grammatica, come se Jacob posse­desse un orecchio capace di sentire la logica sepol­ta sotto ogni delirio e restituirgliela in forma di battute.

Un uomo era convinto che sua moglie fosse stata sostituita, mesi prima, da un’impostora identi­ca in ogni dettaglio – la sindrome aveva un nome che i medici del Bethlem si scambiavano con un certo orgoglio clinico, ma per l’uomo non era una sindrome: era l’unica cosa vera che gli restava. Ogni tentativo di convincerlo del contrario, ogni è sempre lei, guardala bene, non faceva che confer­margli l’esistenza di un complotto ancora più va­sto.

Jacob non provò a contraddirlo. Scrisse per lui un piccolo dramma da camera in cui il perso­naggio della moglie, chiamato semplicemente “Lei”, veniva affidato a un’attrice diversa a ogni singola replica – mai la stessa donna due sere di fila, per regola non scritta ma inderogabile – così che l’uomo, seduto in prima fila, potesse indicare il palco in ogni occasione e dire: visto? Non è lei, ed essere, all’interno di quella finzione, semplicemente nel giusto. Per la prima volta qualcuno non gli chiede­va di smettere di vedere ciò che vedeva: gli co­struiva attorno un mondo in cui le sue visioni era­no corrette.

I medici, che pure diffidavano di lui, dovette­ro ammettere che dopo le rappresentazioni di Bu­tler certi pazienti dormivano meglio. Nessuno sep­pe mai dire se Jacob li stesse curando o semplice­mente arredava con stile la loro prigione.

Fu il moltiplicarsi di questi copioni – uno per ogni folle entrato nella sua orbita – a fargli concepire l’idea del libro.

Non voleva scrivere un romanzo sul Be­thlem: voleva costruire un oggetto che si compor­tasse come il Bethlem, che ne replicasse il mecca­nismo interno; un’unica voce all’inizio, sana quanto bastava per farsi seguire, e poi, pagina dopo pagi­na, la stessa disgregazione in tante voci parallele che aveva visto accadere, sotto i suoi occhi, in ogni paziente che aveva imparato a rappresentare.

Continua...

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Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco

Discussioni

  1. “…un’attrice diversa a ogni singola replica…” Un modo per spiegare le personalità multiple? Come tanti attori diversi che però sono “contenuti”, di volta in volta, dallo stesso personaggio o come il sole e la luna che si allineano e sembrano un solo astro? Mi piace! Bravo, Nicholas!

    1. Ciao Concetta! Sì! Questo raccontino purtroppo l’ho dovuto dividere in due episodi, ma con la seconda parte si capirà la composizione del libro e ciò che lo lega alla storia del protagonista (e la tematica trattata). Grazie mille per la lettura 🤗