Milwaukee (di Jacob Frances Butler, detto “Eclipse-Jack”, drammaturgo, internato, Milwaukee 1875 – Londra 1922)
Serie: OLOTIPI DELL'IMMAGINARIO
- Episodio 1: Zafiristan (di Learco Bissoli, illustratore, cartotecnico)
- Episodio 2: Songs for Broken Hands (di Peggy “Fingerless” Ford, arpista, Folkways Records)
- Episodio 3: Escaping Downtown / To the River Valley (di Muddy Gennet & the Terminal Ensemble, Sick Town Tapes, Bruxelles 1999)
- Episodio 4: Come restare incinta durante una gravidanza (di Elena Marini, scrittrice, Torino)
- Episodio 5: Milwaukee (di Jacob Frances Butler, detto “Eclipse-Jack”, drammaturgo, internato, Milwaukee 1875 – Londra 1922)
- Episodio 6: Milwaukee – Dettaglio (di Jacob F. Butler, detto “Eclipse-Jack”, drammaturgo, internato, Milwaukee 1875 – Londra 1922)
- Episodio 7: L’altra me (firmato Alba / Alceo Ferretti, Fiorani Edizioni)
- Episodio 8: L’altra me – Dettaglio (firmato Alba / Alceo Ferretti, Fiorani Edizioni)
- Episodio 9: Guida al respiro subacqueo (di Marco J. Balestri, istruttore di apnea, Fiorani Edizioni)
- Episodio 10: Guida al respiro subacqueo – Dettaglio (di Marco J. Balestri, istruttore di apnea, Fiorani Edizioni)
- Episodio 1: Enciclopedia Panteistica delle Imprecazioni (di Lorenzo Vesperi, Edizioni Oblique)
- Episodio 2: Previeni la calvizie con la tricotillomania (di Gabriele Neri, Fiorani Edizioni)
- Episodio 3: Compendio di Diritto Fallimentare e Pulizia del Karma (di Giulia Samaras, Edizioni Liminali)
- Episodio 4: Bianco Litio (film mai completato di Renato Correzzana)
- Episodio 5: Bianco Litio – Dettaglio (film mai completato di Renato Correzzana)
STAGIONE 1
STAGIONE 2
A dodici anni, Jacob Frances Butler, il figlio di un facoltoso uomo d’affari di Milwaukee, uccise lo zio con un attizzatoio da camino, in una sera di dicembre della quale non lasciò mai un resoconto coerente: a chi glielo chiedeva, negli anni, rispondeva sempre con un dettaglio diverso, come se l’episodio non fosse un ricordo, bensì un copione da riscrivere ogni volta per un nuovo spettatore.
La famiglia, onde evitare il processo (e soprattutto la vergogna), lo imbarcò per l’Inghilterra sotto falso nome prima che compisse tredici anni, facendolo internare al Bethlem – quello che i londinesi, da secoli, chiamavano più “affettuosamente” Bedlam – e appioppandogli una diagnosi comprata insieme al silenzio dei testimoni.
Fu lì, tra le mura di un manicomio che aveva ospitato oltre sei secoli di follia, che Jacob smise di essere il ragazzo di Milwaukee e cominciò a diventare Eclipse-Jack. Il soprannome nacque durante un’eclissi solare osservata dal cortile dell’istituto, nell’estate del 1889: mentre gli altri pazienti venivano trascinati via dagli infermieri, terrorizzati dal buio a mezzogiorno, Jacob restò immobile a contemplare la corona infuocata fissa nel cielo e, quando tornò la luce, disse a chi lo teneva per un braccio, con una calma che agli infermieri parve più inquietante di qualsiasi urlo: “Ora so come si muovono più menti nello stesso corpo.” Nessuno capì cosa intendesse. Lui lo sapeva benissimo, e passò i successivi trent’anni a dimostrarlo.
Cominciò col teatro: convinse la direzione del Bethlem, con quella commistione di fascino e minaccia che i medici finirono per registrare come parte del suo quadro clinico più che dote personale, a lasciargli allestire piccole rappresentazioni nella sala comune.
Non scriveva ruoli, in principio: osservava. Passava settimane a studiare un singolo paziente – la logica interna del suo delirio, il vocabolario con cui la mente lo difendeva dal mondo – prima di scrivergli addosso un copione che sembrava non tanto rappresentare la sua follia quanto conversarci, rispondere alle sue premesse assurde con la stessa assurda grammatica, come se Jacob possedesse un orecchio capace di sentire la logica sepolta sotto ogni delirio e restituirgliela in forma di battute.
Un uomo era convinto che sua moglie fosse stata sostituita, mesi prima, da un’impostora identica in ogni dettaglio – la sindrome aveva un nome che i medici del Bethlem si scambiavano con un certo orgoglio clinico, ma per l’uomo non era una sindrome: era l’unica cosa vera che gli restava. Ogni tentativo di convincerlo del contrario, ogni è sempre lei, guardala bene, non faceva che confermargli l’esistenza di un complotto ancora più vasto.
Jacob non provò a contraddirlo. Scrisse per lui un piccolo dramma da camera in cui il personaggio della moglie, chiamato semplicemente “Lei”, veniva affidato a un’attrice diversa a ogni singola replica – mai la stessa donna due sere di fila, per regola non scritta ma inderogabile – così che l’uomo, seduto in prima fila, potesse indicare il palco in ogni occasione e dire: visto? Non è lei, ed essere, all’interno di quella finzione, semplicemente nel giusto. Per la prima volta qualcuno non gli chiedeva di smettere di vedere ciò che vedeva: gli costruiva attorno un mondo in cui le sue visioni erano corrette.
I medici, che pure diffidavano di lui, dovettero ammettere che dopo le rappresentazioni di Butler certi pazienti dormivano meglio. Nessuno seppe mai dire se Jacob li stesse curando o semplicemente arredava con stile la loro prigione.
Fu il moltiplicarsi di questi copioni – uno per ogni folle entrato nella sua orbita – a fargli concepire l’idea del libro.
Non voleva scrivere un romanzo sul Bethlem: voleva costruire un oggetto che si comportasse come il Bethlem, che ne replicasse il meccanismo interno; un’unica voce all’inizio, sana quanto bastava per farsi seguire, e poi, pagina dopo pagina, la stessa disgregazione in tante voci parallele che aveva visto accadere, sotto i suoi occhi, in ogni paziente che aveva imparato a rappresentare.
Serie: OLOTIPI DELL'IMMAGINARIO
- Episodio 1: Zafiristan (di Learco Bissoli, illustratore, cartotecnico)
- Episodio 2: Songs for Broken Hands (di Peggy “Fingerless” Ford, arpista, Folkways Records)
- Episodio 3: Escaping Downtown / To the River Valley (di Muddy Gennet & the Terminal Ensemble, Sick Town Tapes, Bruxelles 1999)
- Episodio 4: Come restare incinta durante una gravidanza (di Elena Marini, scrittrice, Torino)
- Episodio 5: Milwaukee (di Jacob Frances Butler, detto “Eclipse-Jack”, drammaturgo, internato, Milwaukee 1875 – Londra 1922)
- Episodio 6: Milwaukee – Dettaglio (di Jacob F. Butler, detto “Eclipse-Jack”, drammaturgo, internato, Milwaukee 1875 – Londra 1922)
- Episodio 7: L’altra me (firmato Alba / Alceo Ferretti, Fiorani Edizioni)
- Episodio 8: L’altra me – Dettaglio (firmato Alba / Alceo Ferretti, Fiorani Edizioni)
- Episodio 9: Guida al respiro subacqueo (di Marco J. Balestri, istruttore di apnea, Fiorani Edizioni)
- Episodio 10: Guida al respiro subacqueo – Dettaglio (di Marco J. Balestri, istruttore di apnea, Fiorani Edizioni)
Come ha osservato il buon @SkollNorse , anche a me il contesto ha ricordato Qualcuno volò sul nido del cuculo (che filmone, mamma mia). Ma quello che mi lascia il cervello intrippato è un’altra cosa, ed è probabilmente racchiusa nel passaggio: “…come se Jacob possedesse un orecchio capace di sentire la logica sepolta sotto ogni delirio e restituirgliela in forma di battute.” Qui ci vedo uno dei temi letterari di cui mi sono recentemente innamorato leggendo l’Amleto, che emerge nella seconda scena del terzo atto, in cui viene detto, parafrasando, che “l’arte drammatica aveva in origine lo scopo di porgere uno specchio alla vita, mostrando alla virtù la sua immagine, al vizio la sua guisa, e alla società la sua struttura, come il tempo la determina”. Può benissimo essere che la mia sia una sovralettura, ma l’idea dell’arte teatrale messa in piedi da Jacob con lo scopo di “restituire la logica del delirio” al delirante, come fosse davvero uno specchio della sua follia, mi manda fuori di testa. E non sorprende che i pazienti arrivino a sentirsi meglio dopo questa sorta di terapia, perché volendo collegare il discorso con quanto ti scrivevo ieri, si tratta di individui a cui, per la prima volta, viene offerto uno specchio vero – non di quelli che ti distorcono l’immagine – e con esso la possibilità di riconoscersi finalmente senza venire contraddetti. Nello specchio del teatro scorgono la loro identità, la loro verità in qualche modo… Torno sempre sull’identità a quanto pare. Corro a leggere la seconda parte.
Buongiorno Gabriele! Ora che me lo fai notare, l’influenza dell’Amleto potrebbe essere molto più pertinente di quanto si pensi. Credo sia una delle opere più intelligenti mai scritte. Ne ho vista almeno una decina di trasposizioni cinematografiche (oltre ad averla letta. Shakespeare era avanti anni luce in quel campo. Vedi anche il Re Lear… da pelle d’oca). E forse non a caso il mio inconscio ha spostato l’azione in Inghilterra🤗
A proposito del Re Lear, ho ordinato giusto giusto adesso un volume che raccoglie le tragedie di Shakespeare, assieme ai tuoi libri (alla fine ho aggiunto anche Cobalto 🙂 )
Azz! Hai fatto la doppietta😱 E in compagnia di un mostro sacro, tra l’altro 😂 Beh, Gabriele: sapere che leggerai due miei libri è, per me, puro orgoglio e puro terrore. So che hai sempre letto scrittori raffinatissimi sotto l’aspetto stilistico e dello scavo psicologico… spero di non deluderti🤞🏻 E soprattutto dovrai assolutamente farmi sapere le tue impressioni🤗
Assolutamente sì!
Mi piace molto la costruzione di questo racconto. Le storie di vita di un autore o di un personaggio – vere o presunte – che includono altre storie secondarie, inventate per la trama di un lromanzo o per un’ opera teatrale, mi catturano sempre, soprattutto se scritte con uno stile impeccabile come il tuo.
Grazie ancora, Maria Luisa🙏🏻 La cosiddetta “mise en abyme” è il fulcro di questa serie (nonché una mia ossessione letteraria)🤗
Da un’esperienza drammatica e catastrofica, si esce spesso destrutturati e ristrutturati, non sempre però peggiorati. Talvolta dal letame nascono i fiori. Bellissima storia di riscatto
Giusta riflessione! Grazie mille per la lettura, Gabriele 🙏🏻🤗
L’atmosfera del manicomio è tanta roba, l’ho apprezzata particolarmente. Sei secoli di follia, mi ha conquistato 😀 veramente un bel testo. Non so sé hai mai visto il film: Qualcuno volò sul nido del cuculo, quando leggevo pensavo subito a quel film di Jack. 👏👏
Ciao Skǫll! Certo che l’ho visto!😄 La follia è una tematica che visito parecchio, ma ho sempre solo sfiorato le storie di internamento, con tutto ciò che riguarda le dinamiche manicomiali. Anche in questi caso il Bethlem fa da sfondo. Però è veramente considerato il manicomio più antico del mondo, e cercando qua e là sono certo che si troverebbero decine di storie curiose e devastanti. Grazie mille per la lettura🤗🙏🏻
“…un’attrice diversa a ogni singola replica…” Un modo per spiegare le personalità multiple? Come tanti attori diversi che però sono “contenuti”, di volta in volta, dallo stesso personaggio o come il sole e la luna che si allineano e sembrano un solo astro? Mi piace! Bravo, Nicholas!
Ciao Concetta! Sì! Questo raccontino purtroppo l’ho dovuto dividere in due episodi, ma con la seconda parte si capirà la composizione del libro e ciò che lo lega alla storia del protagonista (e la tematica trattata). Grazie mille per la lettura 🤗