Minerva

Serie: Minerva


2.24 ho preso un sonnifero aspetto faccia effetto. Sdraiata sul letto fisso il soffitto. Un sapore acre  ferroso in bocca. Sento il russare costante di Napoleone che tiene il contrattempo. Ho una terribile nausea, le gambe mi fanno male per quanto tempo sono stata distesa immobile oggi. Piove, non mi importa. Una volta amavo la pioggia la sua melodia mai regolare, il fatto che arrivi e vada senza invito. Posso dormire e non svegliarmi oppure rimanere sveglia e sparire.

Prude il polso destro, ho qualcosa sotto pelle che passeggia che vuole uscire. Sono due giorni che non parlo con nessuno. Percepisco l’orologio in cucina lasciar passare il tempo. Ho paura di stare sola con me stessa, continuo a grattarmi il polso, la pelle inizia a bruciare, se prendessi tutte le gocce in quanto tempo farebbero effetto ma soprattutto chi mi troverebbe. Non ho fame né sete, quanto ci impiega un corpo a scomparire, aspetto di diventare ombra. Quanto posso essere profondamente sbagliata, poco amabile cattiva. Per aver dato fuoco a tutto quello che avevo intorno solo per trovare un po’ di sollievo.

Sono vuota. Il dolore è sparito dopo aver eroso le pareti lasciando pelle diafana, avverto la nausea. Se non sono viva cosa sono allora: una pila di libri non letti sul comodino, un capello di paglia o un ricordo. Sta suonando un allarme. Alterno lucidità ed assenza. 2.56 voglio dormire, eppure non ho sonno. Desidero solo sentire l’odore di nonna, forse li avrei fede. Sullo stomaco si mette a dormire Napoleone. Gli occhi si chiudono, forse riesco a scappare dalla mia mente.  

Una valigia la riempio di abiti pesanti, un borsone con un accappatoio ed uno zaino pieno di scartoffie e libri. Mi muovo per casa tremante, entro ed esco dalle stanze senza saperne il motivo, con oggetti in mano che poso e riprendo. Pochi prodotti da bagno in una borsa rosa.

Nel frigo solo prugne, qualche verdura marcia comprata dopo essere svenuta a lavoro, è così che ho ottenuto delle ferie, poi mi sono sono licenziata condannandomi a stare sola con me. Continuo a grattare il polso con le mie unghie curate e nere.

Devo sbrigarmi il pullman parte alle 3.35 del mattino. Apro chiudo i cassetti. Il gatto miagola ha fame. Ho la bocca impastata, non c’è più saliva; tanto con chi dovrei parlare. Soldi ne ho, Donne Innamorate anche.

Spazzolo i capelli, tiro, tiro in una coda alta le tempie iniziano a pulsare, li ho appena tagliati ora arrivano fin sopra le spalle, costretti tutti insieme formano riccioli di burro, si muovono come un pendolo in modo ipnotico. Nel riporre la spazzola sento gli anelli dorati sbattere tra loro, devo fare attenzione a non farli scivolare quando muovo le mani. Non faccio una doccia da 6 giorni. Mi sono mossa troppo rapida, le orecchie fischiano, tutto si fa sfocato. Devo sbrigarmi. Stringo forte lo stipite della porta per non cadere , chiudo gli occhi, traballo un po’, riparto.

Non ho pagato le scale, la luce, le tasse così se qualcuno mi cerca pensa che torno. Nessuno sa. I respiri si accorciano. Mi tocco il viso per essere sicura di percepirmi li nello spazio. Ho cercato di cancellarmi l’unica traccia in casa di me è un letto sfatto.

Ho dimenticato i denti. Mentre li lavo vorrei tirare un pugno allo specchio per vedere quanto tempo ci mette a creparsi ed frantumarsi, guardo la mano con i suoi nervi in rilievo. Indosso jeans, stringo la cintura fino all’ultimo buco, non è sufficiente continuano a cadere, respiro, sento le costole espandersi, ho male alle braccia dopo essermi infilata la maglia ed il cardigan. Vestita non si vede che i bracciali che una volta erano fissi al polso ora arrivano a ½ braccio. È la giusta punizione per il male che faccio: rannicchiata a letto sotto i polpastrelli sento le vertebre una ad una, il bacino sporgente, le cosce assottigliarsi , più la pancia scompare maggiore è la tranquillità di una pena ben scontata. Sul seno destro quel livido permane , marrone , un post-it.

Rovisto trovo il cibo del gatto. Sarà la vicina ad occuparsi di lui. Non ricordo a cosa sto pensando. Indosso il Kway- Rosa. Stacco ogni presa di corrente, chiudo acqua e gas. Non so cosa ho appena fatto, lo ripeto. Faccio la pipi. Forse ho sete non ricordo più quella sensazione. Guardo l’ora. Devo sbrigarmi.Palpebre pesanti, tra un respiro e l’altro trattengo il fiato come se stessi annegando, le guance si bagnano, lo stomaco si cementifica tutto è paralizzato eppure le chiavi girano nella toppa.

Piove in modo violento, per la strada c’è un fiume, i vetri appannati. “ Run boy run! And disappear in the trees!” I tergicristalli vibrano velocemente sul vetro. Arrivo al pullman. Butto il telefono le carte di credito tagliate in un cestino. Esco dalla mia testa, il polso destro sanguina.

-Biglietto- è così profonda la voce dell’omone stanco ed estenuato che guida. Brusco controlla i documenti getta la valigia nel vano.

– Grazie – So ancora parlare.

-Signorina!- Nel dirlo mi afferra il braccio, impassibile mi volto, socchiudo gli occhi accecata dal lampione. Pena sul volto del omone: – Non voglio ubriachi a bordo, intesi?!

– Certo- Solo ora mi accorgo che sbiascico.

12C è il mio posto. Attraversando la città il volto appariva e scompariva dal vetro, non so di chi fosse quella faccia che vedevo, sicuramente non la mia: io ero morta un mercoledì. Carne scavata, profonde occhiaie blu, labbra screpolate rosa pallido, bianca la pelle e gli occhi sono solo marroni.

Mentre imbocchiamo l’autostrada, sorge in me una sensazione di sollievo. Tiro su il cappuccio, poggio la testa al sedile ed aspetto di arrivare.

Serie: Minerva


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

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Discussioni

  1. Resto un tantino impressionato, forse esagero e magari è tutto nella mia mente.
    Del resto Minerva/Atena, se non ricordo male, fu colei che, vogliosa di nascere, tantò premette nella testa di Zeus che questi se la fece spaccare, dandola alla luce.
    Quindi, Nomen Omen, se la serie si chiama Minerva, e il primo episodio Minerva, ebbene qualcosa significherà. L’autrice ha sentito il bisogno impellente di partorire qualcosa, dei pensieri che martellavano dentro finchè voilà, è stata lei ad aprir loro una breccia.
    E’ la storia di noi tutti che amiamo scrivere.
    Ora dopo questo delirio, vorrei ringraziare Deborah per il bellissimo pezzo. ll paragone con Kafka ci sta tutto, assolutamente. Ma io aggiungo che qui ci troviamo di fronte a una piccola Joyce. Lo stile è quello che io, nonostante tutti i miei sforzi, non sono mai riuscito a raggiungere: presa diretta tra pensiero e scrittura. Ovviamente c’è da lavorare ancora, ma accipicchia se questo è un talento. Flusso di coscienza o monologo interiore, è quel tipo di scrittura che ogni tanto incontriamo e ci lascia di stucco.
    Complimenti vivissimi, proprio ben fatto, qualche piccola sbavatura da distrazione (consiglio sempre, prima dell’ineluttabile “click”, di mordersi il dito e rileggere ancora o, meglio, trovarsi un fidato correttore di bozze con cui scambiarsi il favore) ma un attimo fuggente così ben descritto, una sofferenza interiore incontenibile che si riversa sul corpo distruggendolo, non è da tutti.
    E ora una delle mie tipiche s-considerazioni: propongo “You’ll Follow Me Down ” degli Skunk Anansie quale colonna sonora alternativa al bellissimo “Run Boy Run” che non conoscevo (e che tanto mi ricorda il modo di cantare dei Doors).
    Davvero in gamba, continua così!

  2. Interessante. Una catarsi avvincente, un ritmo serrato, che tira il fiato solo sul sedile del 12C.
    Almeno, credo, per ora. La descrizione di questo corpo corre con il senso di fretta della protagonista, anche di tenerezza (v.Napoleone). E’ trascinante e dirompente. Piaciuto.

  3. Una mimesi perfetta nella sua completa imperfezione. Un racconto kafkiano, che sviscera i dettagli di un singolo argomento, crea una sensazione frenetica, maniacale, che ti fa sudare freddo ed è questo il motivo per cui dico: SI.