Mio figlio

“A me la vita è male”. Per quanto non condivida affatto questa affermazione confesso che dalla morte di mio figlio Giacomo il pensiero mio più volte sfiorò codesto motto. Ora soltanto mi rendo conto, certo in breve, di quanto dolore, malinconia e “noia” come la chiamava lui, abbia provato il mio Giacomo.

In Recanati fuorché lo studio suo nulla lo aggradava, versava sempre in quell’aspetto lugubre che solo col tempo effettivamente si risolse tale, dal momento che né io, né i suoi fratelli ne ricordiamo il preciso inizio.

Sicuramente però nella sua prima e verde, se non verdissima età, il suo volto era tutto un riso, e così era il suo intelletto, già che ancor prima di usar forchetta e coltello, quello mai lo usò in vero, usava leggere e scrivere come i miei servi, se non in modo migliore. Non feci in tempo a farlo istruire in latino che già quello apprese quelle lettere nei suoi lunghi ozi, e già si infarinava di greco.

Così poi al suo quindicesimo compleanno il precettore suo di filosofie si dichiarò ormai inutile in quanto Giacomo, quindicenne ne sapeva più di lui. Ah, beh non posso negar la mia contentezza, lo vedevo già letterato stimatissimo e conosciutissimo. Se non che i nostri dialoghi si facevano sempre più tetri e stirati, era come se l’età me lo sottraesse ogni giorno sempre di più; e no so come né quando di preciso si arrivò al silenzio durante i pasti e pure con sua madre adottava medesima indole, la quale comunque fu ed è sempre stata integerrima ed inflessibile nel portamento, non ricordo una singola carezza o approvazione che Giacomo ricevette da lei in tutto il suo poco spazio di vita.

Ma neppure so quando si guastò la sua postura, camminava contorto, chino verso un lato. Quando non studiava sedeva e guardava fuori dalla finestra, nel mentre passavo ripiombava il guardo dalla finestra al libro e sovente c’era la figlia del cocchiere di casa nostra, una certa Teresa Fattorini dirimpetto a stendere i panni o filare tessuti, disgraziata creatura, morì nel fiore dei suoi anni. A ricordar bene fu proprio in quel periodo che il mio Giacomo cominciò a lamentarsi di mali inesistenti, illusori, capitava che cominciasse a fremere sudando.Una sera ricordo scoppiò in lacrime mentre mi annunciava la sua vicina morte, dovuta a chissà quale malattia supposta.

Il problema era che illusione e realtà convivevano l’una influenzando l’alta e viceversa, e in infine non si capiva il sintomo vero da quello fittizio. Già a quel tempo mi mancava “ l’antico ” rapporto che avevo con Giacomo, da piccino pareva la mia ombra, assorbiva con gli occhi, con quella sua mente formidabile qualsiasi cosa gli dicessi, spesso parlavo di Dio, di Gesù, lui volentieri veniva a messa ed il giorno che ne aveva ricevute più del solito usava chiamarlo ”felice”.

Ma poi qualcosa si ruppe in quel ragazzino, tentai di ricondurlo sulla retta via ma sembrava che tutti i miei sforzi fossero vani, non parlavamo più di religione, era intento a scrivere ai letterati italiani, scriveva così tante lettere che un giorno ci arrivò il Giordani a casa e vi stette infino a cinque giorni.

Io, pur avendo una stima grandissima per quanto riguardava quei letterati, per lo stesso Pietro Giordani, a malincuore sentivo ripetere al mio Giacomo discorsi e discorsi incentrati su una certa “ rivoluzione ” che aveva da compiersi, una rivoluzione letteraria, sociale, portatrice solamente di disordini come nelle colonie inglesi d’oltreoceano, secoli fa, o in Francia, quart’anni or sono, eppure vedevo gli occhi di mio figlio illuminarsi ed inflammarsi all’udire quei discorsi.

Ah Giacomo se avessi vissuto, se fossi morto come i tuoi antenati la tua vita non ti sarebbe stata tanto “ male ”.

Proprio ieri rileggevo i tuoi scritti che da quando passasti ad ora non hanno fatto che aumentare per importanza tra li tuoi amici letterati e famosi. Queste Operette Morali, come tu le chiamasti, a me, ancor oggi, sono e credo rimarranno per sempre un mistero. Codesto Islandese ad esempio che giunto insino in capo al mondo, per fuggire da o cercare cosa poi? si trova a parlare con una sorta di pagana personificazione della natura. Ed a questa rimprovera d’esser malvagia perseguitatrice di uomini e d’animali e di tutte le creature sue. Ah figliol mio, a che tanto astio contro quella?

Cert’è che mai ella ti donò salute o pace dello spirito ma perché volesti far di tutti ciò che fu tuo? In fondo ad ognuno spetta ciò che si merita, “ reddete quae sunt Cesaris Cesari et quae sunt dei deo ” ed ecco che di una sofferenza facesti motto universale ma figliol mio non ti bastarono gli agi dei parenti tuoi, la tua casta? E soprattutto non ti bastò il tuo ingegno? A che sprecarlo così? Certo è che la felicità nel mondo terreno è rara e breve, ma ciò fu così perché ve ne fosse di assai maggiore ed eterna in paradiso. Il mondo fu fatto apposta per noi “ Deus nobis haec otia fecit ” per citare quell’autore latino che tanto preferivi. E per “ otia ” intendo io la possibilità di impegnarsi a raggiungere con opere e azioni quella felicità eterna, questi sono gli agi, gli unici giustificanti un male che, certo figliol mio, non ti nego tu patisti, né io certo ho vissuto sin ora senza patirli, se non altro parzialmente.

Ma ecco mio figlio Giacomo fu sempre così.. contorto, avviluppato su se stesso nel pensiero che quasi si faceva soverchiare da le tribolazioni sue. Mai sembrava contento di un luogo, addirittura mise in bocca al Tasso che il sogno fosse da preferire invece del reale adducendo a motivazione di ciò che nel pensiero uno si “ finge” la perfezione, l’impossibile, l’infinito. Avveniva quindi che costantemente dopo aver aver desiderato di vedere un luogo tanto ardentemente ne rimanesse deluso e vuoto. Ricordo ancora quando volendo andare a Roma a tutti i costi fini quasi per sfuggirmi, se non fosse stato per un cugino mio che mi avverti delle sue intenzioni.

Poco meno di tre anni dopo gli concedetti il viaggio ma presto e quasi come un cane bastonato torno a casa, fu come vedere un figliol prodigo, ma ciò che mi impressionò maggiormente furon i suoi disgusti per tale città “ troppo grande”, “troppo caotica” , “regno dell’apparenza”, con queste parole descriveva la culla della storia.

Mio filgio non gradì mai, in vita, le grandezze del secolo, tanto che sembrava quasi sordo alla contentezza che scaturiva dalle nuove scoperte scientifiche. Eppur egli si definiva anco ”scienziato’ del vero, non chè di scienza non se ne intendesse, ad opera mia studiò le stelle, da bambino, e la scienza tutta.

Preferiva luoghi appartati, ove la natura non fosse troppo addomesticata, difatti aveva spesso talento di andare dietro casa nostra, ove vi era un piccolo colle, ed anche se era terreno ormai non più nostro ma del convento appresso, dovetti esprimere le mie più sincere scongiure a quelle sorelle affinché Giacomo potesse stare in giardino.

In vero sedeva, ma non aveva piacere nella vista del luogo, no, stava col volto quasi immerso nelle siepi che adempivano a divisorio di clausura, stava così immobile, ne sono a conoscenza pochè io lo seguiva, e spesso.

Verso i suoi vent’anni, a riconferma di quanto detto, mi passò tra le mani una composizione che parlava proprio di questo, il perdersi ad immaginare infiniti spazi al di là delle siepi, ed ecco che ancor una volta preferiva il sogno invece del reale. Quale spreco! Quale inutilità di forza mentale!

Eppure, ricordando bene gli ultimi versi “ ed il naufragar mi è dolce in questo mare ”. Mi dava l’idea d’esser se non felice, sereno con se stesso e con quella infinità di tribolazioni dentro l’anima sua e fuori.

Per questo non lo dissuasi mai dall’andare a fantasticare, perché in fondo se non è dannoso ad alcuno è lecito il proprio diletto, seppur nemmeno credo di poterlo chiamarlo tale tale per lui, quel posto da sempre gli era caro e da allora lo fu sempre pure per me.

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