MNEMORIA

Nella città di Mnemoria, il controllo sui ricordi aveva assunto un valore politico profondo. Non era più solo una questione di economia, ma di ideologia. Lo Stato aveva introdotto una giustificazione nobile per la rimozione dei ricordi: la promessa di un mondo senza conflitti, senza guerre, un’utopia di pace perpetua.

La propaganda statale si faceva incessante e martellante, diffondendo ovunque lo slogan “Libertà attraverso l’oblio”. Il messaggio era semplice e seducente: le emozioni, scatenate dai ricordi, erano la vera radice del male umano. Le emozioni portavano a passioni incontrollabili, e queste passioni erano alla base delle guerre, delle ribellioni, del caos.

“La storia è un ciclo di violenza” proclamavano i portavoce dello Stato. “Un ciclo che non potrà mai essere spezzato finché l’uomo resta schiavo delle proprie emozioni. Liberiamoci del cuore, e la pace sarà eterna”.

I discorsi erano trasmessi continuamente sulle strade, attraverso schermi che illuminavano le facciate degli edifici con immagini di volti sereni, distaccati, come se fossero stati liberati da ogni sofferenza.

Liberarsi dei ricordi era diventata la chiave per la pace.

Erya lavorava come estrattrice di ricordi, a dipendenza dello Stato. I ricordi che estraeva venivano raccolti e gestiti da un ente statale, che poi li rivendeva a chi desiderava vivere esperienze e emozioni altrui. Le persone non potevano recuperare i ricordi che avevano donato in precedenza, ma potevano solo acquistare nuove memorie estratte da altri. Questo sistema garantiva che nessuno potesse mai rivivere esperienze personali, mantenendo così il controllo sulle emozioni della popolazione e prevenendo qualsiasi probabile contrasto ne potesse scaturire.

Per le persone comuni, però, l’acquisto di ricordi era un lusso inaccessibile: pochi avrebbero sprecato i soldi a disposizione in questo modo, preferendo venderli per sopravvivere. I ricchi, invece, trovavano in questo commercio una nuova forma di piacere e dipendenza. In un mondo che non li soddisfaceva più, acquistare i ricordi di altre persone divenne come una droga. Era l’unico modo che avevano per sentire qualcosa di autentico. Ogni ricordo acquistato era un’evasione dalla noia e dall’insoddisfazione.

Quei frammenti di vita, venduti da chi non poteva permettersi di tenerli, diventavano un piacere prezioso. E così, la popolazione si divise tra chi si svuotava della propria identità e chi sprofondava in un ciclo di dipendenza emotiva.

Erya era cresciuta con questa retorica, come tutti gli altri. Per anni, aveva creduto che il commercio dei ricordi fosse una pratica innocua, una necessità per la sopravvivenza. Lei stessa aveva venduto alcuni dei suoi, convinta che liberarsi del peso del passato fosse una forma di crescita. Per questo sposò la causa attraverso il suo lavoro.

Passarono anni; anni in cui estraeva ricordi alle persone, liberandole dalle catene invisibili, che le tenevano prigioniere in una voragine di risentimento, tristezza e odio. Perfino la troppa felicità a volte può portare ad una incontrollata euforia che smette di farci agire razionalmente.

Tutto cambiò, quando l’incontro con un uomo la costrinse a mettere in discussione tutto ciò in cui aveva sempre creduto e dato per scontato.

Quando entrò nel suo ufficio, il silenzio che accompagnava la sua figura trasmetteva un peso insostenibile.

«Ho un ricordo da vendere» disse l’uomo, con la voce grave e intrisa di malinconia.

Erya lo osservò con titubanza.

«Di cosa si tratta?» chiese con un senso di ansia e angoscia, come se sapesse già cosa sarebbe successo.

«L’ultimo giorno con mia madre… prima che morisse. Non posso più portarne il peso».

Il suo tono la colpì nel profondo, come il primo tuono di una notte tempestosa, potente e inaspettato.

Si sentì in dovere di chiedere: «Sei sicuro? Quel ricordo potrebbe essere l’unica cosa che ti lega a lei».

Con un gesto di resa, l’uomo si distese sul lettino di pelle. Era freddo, ma lo strato di bobina riusciva a smorzarlo, mentre i lineamenti del suo volto erano scolpiti dalla tristezza.

Erya, in quel momento, attivò l’estrattore. Le luci si accesero e un ologramma iniziò a proiettare immagini vivide e dettagliate. Il ricordo si materializzò davanti ai loro occhi: una stanza di ospedale, la luce calda che filtrava dalle finestre. Una donna, pallida e affaticata, ma sorridente, stava abbracciando il giovane con affetto.

«Ti ricordi?» diceva lei. «La vita è fatta anche di momenti come questo. Ogni evento ci fortifica e forma ciò che siamo e saremo. Io ora non ho rimpianti, non averne neanche tu».

Le parole risuonavano nel silenzio della stanza, cariche di emozioni contrastanti: amore, vulnerabilità, perdita.

Erya sentì un nodo in gola, mentre il ricordo continuava a svolgersi: la madre che stringeva il figlio tra le braccia, promettendogli che, anche quando non ci sarebbe stata più, le loro anime sarebbero rimaste legate. Le lacrime scendevano lungo il viso dell’uomo, che non poteva distogliere lo sguardo dalla scena.

«Non posso perderlo» mormorò, come se parlasse a se stesso. «Ma devo liberarmene».

La frase risuonò in Erya come una condanna.

“Se solo sapessi quanto quel ricordo è prezioso” pensò, lottando contro un impulso che la portava a salvaguardare quel legame. Per l’uomo quello sarebbe stato il suo ultimo ricordo, l’ultimo a tenerlo legato alla realtà.

Dopo aver visto quell’ultimo istante di tenerezza, Erya, in un gesto di complicità, si preparò a estrarre il ricordo. L’ologramma svanì e, con esso, il legame che quell’uomo aveva con il suo passato. Quando il macchinario terminò l’estrazione, il volto dell’uomo si spense. Un’espressione di vuoto si impadronì di lui, come se le sue emozioni fossero state completamente risucchiate.

Erya rimase sbalordita, osservando l’uomo che, ora, si muoveva lentamente, con uno sguardo smarrito e apatico, come un automa privo di vita. Era evidente che il suo atto di liberazione era in realtà una condanna a una vita di oblio.

“Cosa ho fatto?” si chiese, mentre l’angoscia le attanagliava il petto.

La rimozione dei ricordi aveva creato un uomo inerte, incapace di riflettere, di provare, di sperare. “Ecco cosa succede quando si rinuncia alla propria umanità” pensò. Un brivido di paura le percorse la schiena.

Osservando quel volto privo di emozioni, Erya si rese conto della verità: la società intorno a lei era stata ridotta a una massa di zombie, persone senza storia, che accettavano passivamente il dominio dello Stato. Ogni singolo ricordo venduto era un passo verso la completa disumanizzazione, verso un’esistenza incolore e meccanica.

Raccogliendo il coraggio, Erya decise di lasciare il lavoro e fuggire da Mnemoria.

In quel momento di risveglio, compì il primo passo verso la libertà: una libertà che si sarebbe guadagnata affrontando i fantasmi del suo passato, invece di fuggire da essi. Sapeva che, anche se la strada sarebbe stata difficile, c’era qualcosa di più grande in gioco. Non poteva più contribuire a un sistema che strappava via l’umanità dalle persone.

Si voltò un’ultima volta, osservando Mnemoria avvolta dalla nebbia, simbolo di menti spente e vite svuotate dall’oblio. Capì che la città non era solo un luogo, ma uno stato d’essere: un’esistenza priva di memoria e coscienza. Con un sorriso amaro, la lasciò alle spalle e si incamminò verso l’ignoto, consapevole che, forse, non vi sarebbe più tornata.

Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Sci-Fi

Discussioni

  1. Ok, finito. Il secondo pensiero, è che davvero questo racconto fa riflettere, come già sottolineato anche dagli altri lettori. E su più fronti: da un lato l’omologazione dell’individuo, il suo annichilimento all’interno di uno Stato totalitarista e monopolizzatore. Dall’altro anche l’importanza formativa che hanno tutte le nostre esperienze, anche quelle negative e di cui vorremmo liberarci.
    Ed il primo pensiero è stato: qui ci sarebbe da scriverci una serie!

    1. Mi trovi totalmente d’accordo. Io considero l’esperienza, negativa o positiva che sia, come base principale della conoscenza.
      Per quanto riguarda la sua serializzazione… chissà… forse ci saranno delle sorprese più avanti.

  2. “Liberarsi dei ricordi era diventata la chiave per la pace.”
    La pace dell’oblio… non ho ancora finito di leggere il racconto, ma un pensiero mi salta subito all’occhio: la tua capacità di trovare temi sempre originali, profondi e mai banali.

  3. Questo fa proprio pensare. È un monito contro il piattume mentale, contro la sempre più diffusa tendenza a ignorare i ricordi (specie quelli scomodi, specie quelli che fanno male, specie quelli di cui ci pentiamo..) anziché vivificarli e farne tesoro, per sfidare meglio tanto il presente quanto il futuro. Ovviamente, le chiavi di lettura si sbizzarriscono, e gli altri commenti sotto ne sono la prova.
    Mi viene in mente un album musicale che ho scoperto recentemente, che tratta la malattia dell’Alzheimer, e una frase nel dettaglio: “who are we without our memories?”

    1. “Chi siamo senza i nostri ricordi?” Difficilmente saremmo ciò che eravamo quando li possedevamo. Rimarrerebbe soltanto la nostra indole, ma le esperienze che ci hanno plasmato svanirebbero.
      All’università condussi una ricerca sulla connessione tra mente e corpo, portando proprio l’esempio dell’Alzheimer, che ci mostra in modo esplicito quanto il dimenticare le cose – e persino se stessi – possa influire sul corpo e sull’essenza dell’individuo. Una vera e propria degenerazione dell’essere umano, in un lento abbandono che, se non supportato da agenti esterni, è destinato a uno spegnimento totale. Hai scelto un esempio perfetto! In questo tuo commento hai colto pienamente l’essenza del mio racconto.
      Per me, il controllo totale di un individuo avviene solo quando questi dimentica chi è. I ricordi sono elementi estremamente potenti, poiché portano alla creazione dell’essere tramite l’esperienza. Il dominatore perfetto lascerà intatti solo quei ricordi che gli tornano utili, al fine di ottenere un pieno sfruttamento sociale ed economico dell’individuo – che, in realtà, non sarà più un individuo. Questo concetto è rappresentato nel mio racconto attraverso la propaganda. Infatti, dopo essersi sbarazzato dei suoi ricordi, l’uomo tornerà nel mondo, bombardato dalle ideologie statali, costruendosi nuovi ricordi e opinioni manipolate.
      Mi ha fatto davvero piacere leggere il tuo commento. Come hai detto tu, spesso desideriamo dimenticare le esperienze spiacevoli del passato, invece di farne tesoro e, grazie a esse, imparare come comportarci diversamente in situazioni analoghe.
      Nulla di ciò che è dentro di noi è da buttare.
      Grazie per le tue parole, che mi hanno dato la possibilità di riflettere ulteriormente su questo tema. Sono contenta che il racconto ti sia piaciuto.

  4. “Lo Stato aveva introdotto una giustificazione nobile per la rimozione dei ricordi: la promessa di un mondo senza conflitti, senza guerre, un’utopia di pace perpetua.”
    E qui mi viene subito in mente la famosa frase “chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”

  5. Ciao Rachele, sono felice di essermi imbattuta in questo tuo racconto che veramente aiuta a riflettere e stimola interessanti considerazioni che riguardano la condizione umana particolarmente fragile. L’uomo ama e inevitabilmente espone se stesso al dolore. Perché privarcene? Perché agli effetti la società ci spinge verso una iperbolica perfezione che altro non fa che uniformarci tutti, appiattirci e renderci infinitamente vuoti e tristi? Su questo e molto altro ho riflettuto mentre ti leggevo. Concordo con i nostri colleghi scrittori a riguardo delle tue potenzialità perché l’idea è originale e il testo ben condotto. Lasciati andare di più e quando la penna si muove, lascia che sia lei a condurre, senza temere che, dietro alle parole, ci sia la scrittrice. Questo per conferire maggiore fluidità al testo. E poi, scrivi, senza paura che noi aspettiamo di leggerti ancora.

    1. Al giorno d’oggi credo che si possa vedere con i propri occhi questa spinta verso l’uniformità, da parte della società, attraverso l’instaurarsi di un “pensiero unico”. Le opinioni delle persone, infatti, vengono etichettate continuamente come giuste o sbagliate: giuste se segue il pensiero comune (quello che vogliono che seguiamo), sbagliato ciò che va contro di esso.
      Grazie mille per questi consigli preziosi, me li ricorderò per le prossime volte e continuerò ad allenarmi senza paura!

  6. Amo le atmosfere Dickiane e questo racconto ne è intriso e con le quali condivide anche un significato metaforico molto profondo.
    Molto bello lo stile semplice e pulito col quale conduci il lettore a guardare con i tuoi occhi.
    Brava, davvero!

  7. E’ un po’ la metafora del nostro tempo, dove si tende a cancellare la storia o, quantomeno, a fare revisionismo. Il controllo su una società priva di memoria storica e priva di empatia è più facile. Quale esempio migliore dell’affetto materno per rendere forte il concetto del pericolo della disumanizzazione?
    Sono d’accordo con Robert, devi affinare un po’ lo stile. Le premesse pero’ ci sono tutte.

    1. Il paragone con la realtà attuale è proprio ciò che ha smosso questa mia riflessione. L’identità di una persona è tutto, tolta quella si ha soltanto una massa di zombie facile da controllare. Un po’ come avvenuto nei campi di concentramento: togliendo il nome e consegnato un numero.
      Soltanto che, a mio parere, senza nome l’identità si annulla solo per gli altri e in rispetto a loro, mentre con i ricordi viene tolta anche a noi stessi, anche perchè è l’esperienza che ci ha reso quello che siamo oggi.
      Ti ringrazio per la considerazione e continuerò ad allenarmi per migliorare.
      E mi ha fatto molto piacere che tu sia riuscito a cogliere il confronto con la nostra realtà di tutti i giorni!

  8. Buongiorno Rachele, innanzitutto complimenti per il tuo bel nome, tra quelli che preferisco di più. Il nome, giusto per rispondere a ogni possibile accusa di “fuori tema”, ha la stessa essenza dei ricordi.

    Lo svolgimento è ben condotto, unico consiglio eviterei di esplicitare quelle considerazioni che non hanno bisogno di essere portate alla superficie. La trama di certo aggancia, attrae e, per quanto mi riguarda, rimanda ad alcuni capolavori del cinema, penso ai film “Memento” e, in particolare, “Total Recall”.

    Trovo che la situazione più distopica di questo tuo testo sia, paradossalmente, l’incontro tra la donna e uomo. Bello, limpido, un momento di unione spirituale di quelli che non si trovano più scritti in giro. Romantica fino al midollo.

    Brava, hai potenzialità, la forma c’è, i contenuti pure, devi affinare il tuo stile ma questo è l’impegno che ci accomuna tutti e, che lo dico a fare, per chi ha talento è solo questione di tempo.

    1. Ti ringrazio per le osservazioni e i consigli, che approvo appieno.
      Avevo così tante cose da dire che forse mi sono dilungata un po’ troppo nel raccontarle. Forse con una serie avrei potuto rendere l’insieme più lineare, di sicuro ci proverò in futuro.
      Detto ciò, ti ringrazio ancora per il tuo parere e sono contenta che tu abbia apprezzato la storia e il legame tra i due personaggi. Sento che tra loro non è ancora finita, magari un giorno avranno l’approfondimento che meritano.