
Mont’e Prama
Erano partiti prima dell’alba, poi, lentamente, il sole aveva rischiarato il cielo, la strada e tutto il paesaggio intorno, tranne la faccia di Peppe o Pino, il cugino di Gi’.
Scuro e duro in volto, come le maschere di legno dei Mamuthones. Aveva imprecato più volte: contro le buche sulla strada, contro i dossi e contro il fruscio dell’autoradio.
In un momento di distrazione, mentre era intento a manipolare l’impianto stereofonico, un Pastore Fonnese, che passava tra il bordo strada e il centro della carreggiata, aveva corso il rischio di essere sfracellato.
«Porca put… Calincunu oi m’a’ frastimau » (« … Oggi qualcuno mi ha lanciato qualche maledizione.»)
«Che c’è, Peppi’, tutto bene?»
«Eja, beni meda, cument’a cussu ki si fiat dromiu in su lettu e sin di fiat scirau accorrau in su baullu.» («Si, molto bene, come quello che si era addormentato nel suo letto e si era risvegliato chiuso nella bara.»)
«Esagerato; perché dici così?»
«A Lillu Bellu ci d’anti portau a Uda.» («Hanno portato Giglio Bellu a Uta.»)
«A Uta?»
«Eja, a Uta.»
«Trasferito a Macchiareddu, in un’altra sede della zona industriale?»
«Eja, a Macchiareddu.»
«E quindi?»
«E quindi no du sciu ki ci ollant a portai a mei puru.» («E quindi non so se vogliano portarci anche me.»)
«Beh, certo, capisco, per te sarebbe un sacrificio. Dovresti fare il pendolare, andare avanti e indietro tutti i giorni.»
«Né avanti, né indietro; né su né giù, Gine’. Capito mi hai? Per aresso mi tocca di portarlo li aranci. Poi boh? No du sciu* se mi tocca a farlo compagnia pure a dormire.»
«Ma… mi stai dicendo che Giglio… Giglio Bellu, è in carcere a Uta?»
«Oh! Fiat ora. Cumprendiu d’asi?» (Era ora! L’hai capito?»)
«Ma perché?»
«Perché hanno scoperto che furava macchine.»
«Rubava macchine? Ma tu che c’entri?»
«Io non ci entro e non ci esco, Gine’, ma quello della caserma mi ha fatto i nove gradi e credeva che ero comprice.»
«Forse vuoi dire che ti hanno fatto il terzo grado ed erano convinti che tu fossi suo complice.»
«No, no, ti sono dicendo che quello mi ha fatto i nove gradi. Mi ha interrogato tre volte. Tre per tre fa nove , in domu* mia. Ma, lasciamo perdere, che de ki nò* mi girano a elica. Tu, Gine’, cosa mi racconti?»
«Niente di speciale. Io e Susi abbiamo gironzolato un po’; anche senza macchina siamo riuscite a scorrazzare di qua e di là.»
«Ma… quel dottore… come si chiama?»
«Ma chi, Enrico?»
«E boh! Quello lì di ieri, quando ti eri facendo scorrazzare a Bosa.»
«Ma no, lui non è un medico, è un infermiere che lavora all’ospedale di Ozieri.Susi lo chiama dottor Fermi perché la madre ne parla come se fosse uno scienziato.»
«Ma… adesso… con quello lì… Insomma… Ti sei fatta… il pivello?»
«Peppi’, lascia perdere. Non farmi domande e non ti dirò bugie.»
In quel momento Susi, che stava ascoltando canzoni di Gigi d’Alessio con le cuffie, raddrizzandosi sul sedile, aveva dato un’occhiata fuori dal finestrino. «Dove siamo? Quanto manca? Io avrei una certa urgenza.»
«Cosa devi pisciare?» le aveva chiesto Peppino, col suo spiccato accento dialettale e il solito tatto da far arrossire anche i pomodori di campo in pieno inverno.
«Ora dobbiamo passare a Cabras, a prelevare una Smart, streccata* da un Tir.»
«A Cabras? Davvero? Allora possiamo andare a vedere i Giganti.»
«No, oggi no, non cantano.»
«Non cantano?»
«Che cavolo stai dicendo, Peppino?» avevano domandato le due donne, non riuscendo a cogliere il riferimento al gruppo musicale di un’altra epoca.
«Stavo scherzando. Quelli che dite voi non cantano, non suonano, no muscianta e no crancinanta mancu ki di si fainti su kighiritu a is peisi.» (… non emettono alcun vocalizzo e non scalciano neppure se gli fanno il solletico ai piedi.») «Muti sono, come le pietre che li hanno generati.»
***
Quando erano giunti al paese, si erano fermati al Tharros, il primo bar, lungo la strada principale, che conduceva dritta fino al mare. Tutti e tre avevano preso un caffè e liquidato le loro urgenze.
Dopo qualche minuto avevano raggiunto l’imponente struttura moderna che portava il nome dell’illustre Giovanni Marongiu, nato a Cabras.
Peppino era ripartito subito, per recuperare la carcassa dell’auto da trasportare alla AmaRot&F.lli. Su’ e Gi’ erano rimaste sedute vicino all’ingresso, ad aspettare l’apertura del museo, ripensando a quei Giganti di Mont’e Prama, che conoscevano solo attraverso le immagini dei telegiornali. Molte di quelle sculture erano esposte al Museo Archeologico di Cagliari: arcieri, guerrieri e pugilatori, alti più di due metri. Ne avevano parlato spesso e altrettanto spesso c’erano state polemiche, scontri istituzionali, intromissioni e Sgarbi.
A salvaguardare la legittima appartenenza delle statue, si erano schierati, con manifestazioni di protesta, anche gli abitanti del luogo. Il viaggio di alcuni giganti – spostati, inizialmente, per essere restaurati – si era conclusa col cambio di residenza. Delusione e sconfitta, per quelli che consideravano uno scippo quel trasferimento in altra sede.
Tutti quegli omaccioni di pietra, rinvenuti nell’area archeologica del Sinis, erano rimasti sepolti per poco meno di tremila anni, per poi essere scoperti e restaurati, ambiti e contesi, fino a diventare patrimonio mondiale dell’umanità.
Susi e Gi’ nonostante fossero poco appassionate e del tutto profane in materia, erano curiose di conoscere quei Super Big nuragici.
***
L’atmosfera delle sale era cupa: solo faretti di luce radente e tanta penombra, tra pannelli e pareti intorno dipinti di nero. Le statue si ergevano in tutta la loro mega-dimensione e peso, glaciali e inamovibili, ma con le sembianze minacciose di una schiera di guerrieri: menomati; eppure, ancora pronti a combattere. Alcuni avevano le braccia mozzate; ad altri mancava una mano o un piede o una gamba.
«Non ti fanno paura?» aveva chiesto Susi.
«Eja, mi fanno impressione. Stanotte me li vedo in sogno, questi maschioni di pietra. Ajò che usciamo.»
Col resto dei biglietti, offerti dal cugino, Susi e Gi’ erano tornate al Tharros.
«Due birrette di Ichnusa non filtrata» Aveva chiesto Gi’, appena il ragazzo del bar si era avvicinato al loro tavolino.
E quando quel liquido ambrato era stato versato nei bicchieri – nonostante le disavventure di quella vacanza – guardando la striscia azzurra del mare in lontananza, avevano innalzato i calici spumeggianti, con occhi ridenti e colmi di speranza.
*no du sciu: non lo so
*domu: casa
*de ki no: altrimenti
*Streccata: schiacciata
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Questi dialoghi veraci sono stupendi! È stato divertente leggere anche le traduzioni delle frasi più incomprensibili. Un racconto che profuma della genuina sostanza della tua terra. Sempre bello leggerti.
Ciao Rita, scusa se ti rispondo in ritardo. Ho fatto un po’ di confusione con le notifiche.Ti ringrazio per aver letto e commentato il racconto. Il sardo campidanese e` la seconda lingua che ha contribuito a farmi crescere, da bambina fino all’ adolescenza; quindi mi appartiene e cerco di rivalutarla, anche con un po’ di studio, in un periodo in cui questo patrimonio culturale si sta perdendo. La scrittura del sardo e` quasi sempre molto diversa dalla sua pronuncia; quindi bisogna consultare e confrontare diversi dizionari e testi, per verificare la correttezza dei termini che, da un paese all’ altro del Campidano, possono anche variare.
E sono felice di condividerla qui con voi, che dedicate a questi racconti un po’ complicati, la vostra attenzione.
Ichnusa non filtrata, la birra italiana più buona in assoluto!
Ciao Francesco, non imnaginavo che la nostra birra – e dico nostra anche perche` la producono nello stabilimento di Assemini, dove abito – piacesse a tanti e non soltanto a noi sardi. Spero che il racconto sia stato piacevole, almeno un po’; anche se non paragonabile al gusto e al piacere di una birra Ichnusa non filtrata, spumeggiante e ghiacciata, in una giornata afosa di piena estate.
Ma certo, soprattutto perché non conoscevo affatto la storia di questi giganti di pietra.
L’Ichnusa l’ho scoperta in Sardegna e ogni volta che ci vado è la mia bevanda serale 🙂
La forza di questo racconto sono i dialoghi. Peppe è fenomenale, è così reale che sembra uscito da Pirri con la tuta del Cagliari Calcio, in acetato ovviamente, altrimenti non sarebbe un gaggio pirrese! L’unica sbavatura è non aver inserito un “minca” qua e là come intercalare, tipo “minca ma ti sei fatta il pivello” o “oh minca ma devi pisciare?”. L’apoteosi del gaggio ahaha. Che poi mi fa troppo ridere perchè sto immaginando l’espressione e come dice “il piivvvvvelllo”
Ciao, ti confido pubblicamente che per entrare nel personaggio e scrivere alcune parole, ho dovuto disinibirmi. Min… sarebbe stato un salto in basso un po’ piu` forte, che ci stava benissimo, ma richiede un’agilita`linguistica che ancora non ho acquisito. Non escludo di diventare piu` “atletica”, in futuro, e di sentirmi a mio agio anche indossando la tuta in acetato del cugino di Pirri.
Grazie delle tue osservazioni, per me sempre preziose. Un abbraccio.
M.Luisa, un plauso per questi dialoghi, vivi, pulsanti, che io apprezzo particolarmente e che ci rendono l’idea della personalità di un popolo oltre che dei tuoi protagonisti. E’ sempre un viaggio straodinario leggerti e uno scoprire cose nuove della tua terra.
Ciao Bettina, grazie. Sto cercando di mostrare il bello, il brutto e il pittoresco, anche un po’ naif, dei luoghi e dei personaggi che fanno parte della Sardegna. Un numero molto ridotto e poco rappresentativo, nella grande varieta` di tipologie che costituiscono la popolazione sarda, contaminata da mille culture, dominazioni antiche e nuove inclusioni.
Sui dialoghi l’ intento e` quello di dare piu` brio alla narrazione, seguendo il suggerimento di Luca B., di ridurre le parti descrittive del racconto. Mi conforta sapere che questo genere di narrazione venga apprezzato.
Più ti leggo e più mi scopro quasi irrimediabilmente ignara delle bellezze de tuo territorio, della sua cultura e paesaggi. Con i tuoi scritti mi fai volare con la fantasia che galoppa dalla prima all’ultima riga 💜
Oh, grazie di cuore, da parte mia e di Ichnussa o Sandalia: due degli antichi nomi della Sardegna.
Sandalia pare sia dovuto alla forma dell’isola, paragonabile all’ impronta di un sandalo. Ichnusa o Ichnussa, invece, viene attribuito all’ orma di un piede.
Ciao, un abbraccio.
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“liquidato le loro urgenze.”
😂 alla prossima ti copio!
Ti confesso, Cristiana, che questa frase mi ha messo in crisi: scritta, cancellata, modificata e poi riscritta. Ho pensato infine: ai cari lettori l’ ardua sentenza; percio` grazie mille.😘
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Non ne dubito Ileana. Il mio sogno e` proprio questo: esplorare luoghi sconisciuti e percorrere i cammini, lungo le splendide vie naturalistiche e spirituali, per poter raccontare e soprattutto Respirare in piena liberta`.
Ciao ❣️
È sempre bello leggere queste fotografie della tua terra. Nonostante (per ovvie ragioni geografiche) non comprendo il sardo, mi ha sempre affascinato. È bellissimo scoprire la Sardegna in ogni suo aspetto grazie ai tuoi brani ❣️
Grazie Lola; da cio` che scrivo e da come cerco di trasmettere la mia visione della nostra isola, e` evidente quanto sia forte il mio attaccamento ad essa. La nostra e` una terra martoriata dagli incendi, dalle alluvioni e dalla siccita` e depredata di tante risorse, che pero` conserva ancora posti incantevoli e siti archeologici unici al mondo, come per esempio i nuraghi, i pozzi sacri o alcuni castelli medievali.
Da visitare quando vorrai.😘
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Prossima estate o primavera, quindi, vacanze in Sardegna. Uno dei percorsi imperdibili e` quello con il trenino verde, che attraversa sia la zona interna che alcuni tratti di costa. Se i miei impegni famigliari mi permettessero di farlo, oltre ad ammirare la bellezza dei paesaggi, ci sarebbe materiale e ispirazione in abbondanza per scrivere un romanzo.
Non so se la mia lingua madre sia piu` il sardo o l’ italiano; diciamo che sono bilingue e mai come da adulta ho apprezzato la ricchezza del nostro campidanese o anche del logudorese che, pero` conosco ben poco. Per questo motivo cerco di apprendere meglio anche la scrittura e sento il bisogno di condividerla con chi ha la curiosita` e la pazienza di capire i dialoghi semiseri di questi racconti.
Grazie Fabius; come scrisse una mia conterranea, qui su E.O. ” Prexada ke puxi”. (Contenta come una pulce. Sottinteso: che fa salti gioia.)
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Ciao Ileana, doppiamente grata e felice che tu voglia conoscere i nostri colossi di pietra della civilta`tardo nuragica. Il sottosuolo della Sardegna nasconde ancora un immenso patrimonio archeologico di inestimabile valore. Gli scavi e i restauri sono molto costosi; scarsi i finanziamenti.
Nonostante io sia nato a Pula il sardo non lo comprendo, che sia perché la mia città natale è in Croazia e non in Sardegna? Probabile. Grazie alle indispensabili traduzioni mi faccio una cultura comprendendo quello che capito non ho. Il viaggio nella tua bella Sardegna continua con la scoperta delle vestigia di una antica cultura e con le testimonianze di un’arte millenaria; viaggio che prosegue piacevolmente senza annoiare il lettore.
Scusa Fabius, ho invertito le risposte.
La Sardegna <3 Non sapevo fossi sarda!
Ciao Kenji, stai scherzando, vero?😊
Sì, sto scherzando 🙂
“«Due birrette di Ichnusa non filtrata» Aveva chiesto Gi’, appena il ragazzo del bar si era avvicinato al loro tavolino.”
Dettagli che non sono mai banali, che fanno sentire lì con i tuoi personaggi.
Io preferisco la cruda. E’ più… naturale e non si trova, credo, altrove.
Come la DOC cruda, prodotta artigianalmente nell’ex-birrificio originario della Birra Messina, oggi in mano ad una piccola cooperativa di mastri.
Buona anche la nostra Ichnusa cruda, perfetta d’estate, ghiacciata, mangiando la pizza.
E io proprio alla Ichnusa cruda mi riferivo, dicendo che mi piace di più rispetto alla non filtrata. E poi l’ho paragonata alla DOC cruda, che si produce invece in Sicilia.
La Ichnusa l’ho bevuta in tutti i modi possibili in Sardegna…
Ah, okay. Alla prossima Ichnusa in Sardegna, allora!
“Ne avevano parlato spesso e altrettanto spesso c’erano state polemiche, scontri istituzionali, intromissioni e Sgarbi”
Chiosa perfetta! 👏
Grazie Giancarlo; ho sorriso anch’io, mentre scrivevo.