Musica

Serie: Nulla di scritto


L'ultimo giorno di Socrate.

    STAGIONE 1

  • Episodio 1: Musica

La notte prima di essere avvelenato, Socrate ebbe un sogno. Un dio, una dea, o un demone – vai a sapere – gli ordinò di cambiare disciplina proprio l’ultimo giorno della sua vita. «Socrate, fai musica» gli disse l’apparizione con la distaccata autorevolezza degli immortali.

Poi Socrate si svegliò.

La mattina dopo, i vecchi e pochi amici di tutta la vita si recarono a visitarlo in carcere.

Socrate era tranquillo come suo solito. Ma invece di stare seduto a meditare, col ferro della catena attorno alla caviglia, lo trovarono che scriveva qualcosa con una cannuccia su un foglio di papiro.

E mentre scriveva sembrava parlare fra sé.

Gli amici si avvicinarono e Fedone lo baciò. Ma Socrate era così preso da quello che stava facendo che non sorrise all’amico e nemmeno strinse le mani degli altri come faceva ogni volta.

Gli amici sedettero in silenzio sul pavimento di pietre squadrate. Il maestro era lì con il corpo, ben ancorato alla terra dalla terribile catena, ma il suo spirito sembrava aver preso dimora – e con un certo anticipo – in un altro mondo.

Da lì a poco, tutti si accorsero che quelle che sulle prime erano sembrate parole sussurrate a un orecchio interiore, erano invece suoni. Appena udibili, certo, e forse un po’ incerti e stonati, ma pur sempre suoni. Era proprio così: Socrate stava cantando, anzi, canticchiando, e nel frattempo continuava a scrivere.

Un grande stupore si impossessò di Fedone e degli altri.

«Ecco» sussurrò Fedone all’orecchio di Clito «è successo quello che temevamo senza avere il coraggio di confessarlo. La paura della morte ha fatto breccia nell’anima del maestro e lo ha sconvolto al punto che ora, come un bambino inconsapevole, farfuglia cantilene insensate.»

«Non è possibile» ripose Clito «Socrate è pronto a morire dal giorno in cui è nato. La vita è per lui un fastidioso mal di testa e la cicuta poco più di un’aspirina. Non può trattarsi di questo.»

Si intromise Platone.

«Prima di oggi» disse in tono grave «non ho mai visto il maestro scrivere. Pur sapendo che era perfettamente in grado di farlo, ho sempre creduto che la sua ostilità verso la parola scritta – che egli, come tutti sapete, chiamava lettera secca e morta – mai gli avrebbe consentito di piegarsi alla sconfitta e all’umiliazione di affidare a un foglio di papiro qualche verità invece di consegnarla alla nostra memoria di discepoli e…»

«E piantala» lo interruppe Fedone «adesso le tue noiose lezioncine non ci servono proprio a nulla. Platone, che diamine, non capisci mai niente! Non è questo il momento di chiacchierare a vuoto. Dobbiamo invece fare il possibile per aiutare Socrate prima che il suo male diventi irrimediabile.»

«E’ giusto» affermò Clito «il maestro viene prima di tutto.»

Tutto questo, sebbene in modo concitato, venne pronunciato a voce bassissima.

Ciononostante, Socrate, molto seccato, d’un tratto smise di scrivere e si voltò verso gli amici con la faccia scura.

«Si può avere un po’ di silenzio o no?» disse in tono di rimprovero «Devo finire quello che sto facendo e, come sapete, non ho molto tempo a disposizione. Piuttosto, Clito, sai niente tu del fa diesis?»

***

«Vedete, amici» disse Socrate mostrando loro il papiro «ho pensato a questo: cinque righe parallele, una sotto l’altra, dove segnare i suoni. Altrimenti uno come fa a ricordarli?»

«Si potrebbe chiamare “pentagramma”» interloquì Platone «e cioè: penta per cinque e gramma…»

«E gramma per righe» disse Socrate con un sospiro ‘«Grazie Platone, il greco lo conosciamo tutti, credo. Allora: i suoni bassi vanno scritti sulle righe inferiori e quelli alti su quelle superiori. Fin qui ci siamo.»

«E quelli intermedi?» interrogò Clito «Tutti sappiamo che se c’è un basso e un alto, ci deve essere qualcosa che li definisca per differenza e contrasto. E questa cosa non può essere altro che un suono intermedio fra alto e basso. Dove pensi di scrivere, Socrate, i suoni che sono più alti dei bassi e meno alti degli acuti?»

Socrate lo guardò.

«A occhio e croce» disse «pensavo di scriverli sulle righe di mezzo. Tu che ne dici?»

«Beh, sì» rispose Clito con un dito sotto il mento «mi pare corretto, Socrate. Certo, sulle righe intermedie. E dove sennò?»

«Ma che cosa scriverai su quelle righe, maestro?» chiese Fedone. «Voglio dire: prima di scrivere una musica, è necessario averne una da scrivere. E da dove la prenderai questa musica, Socrate? Dal nulla forse? Ma dal nulla, come sappiamo, non nasce nulla. Oppure te l’hanno suggerita gli dei?»

Rispose Socrate:

«Mi accorgo della tua ironia, Fedone. Ma dimmi: da dove abbiamo preso i discorsi con i quali ci siamo dilettati e avvelenati per tutti questi anni? Certo non dal nulla. E nemmeno ricordo qualche dio presente ai nostri dialoghi che ci suggerisse cosa dire. Da dove, quindi? Cosa rispondi?»

«Mi lasci una sola riposta, Socrate» disse Fedone «E’ giocoforza ammettere che li abbiamo presi da noi stessi.»

«Esatto» ripose Socrate «e così è per la musica. L’ho presa da me stesso. Ascoltate.»

E cominciò a fischiettare un motivetto. Una melodia assai semplice, in verità, ma non priva di grazia e di quelle qualità contigue alla grazia che rendono una musica gradevole all’udito di chi ascolta. Si sarebbe potuto dire che era “orecchiabile”.

Platone si voltò verso il muro con le braccia conserte. Clito e Fedone rimasero in silenzio per un minuto, come increduli. Poi Fedone fece un piccolo colpo di tosse.

Socrate si interruppe.

²Che c’è?» chiese «non è ancora finita.»

Fedone guardò gli altri e si fece coraggio.

«No, Socrate» disse «ma non importa che tu la completi. Ho, ecco… ho come l’impressione di conoscerla già. E anche gli altri, credo.»

Continua...

Serie: Nulla di scritto


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Mi hai incuriosito e ho fatto una ricerca. Interessante ciò che ho trovato e soprattutto il modo in cui hai sviluppato lo spunto, tratto dal “Fedone” di Palatone, che mostra la figura di Socrate in modo insolito e sorprendente. Aspetto il prossimo episodio.

  2. Ciao Francesca, non ho capito se tu voglia dire che, in assoluto, nulla proviene da noi stessi — il che, in effetti, è vero — o se il tuo sia un monito a non improvvisarsi (povero Socrate: proprio lui che diceva di “sapere di non sapere”!). Un caro saluto.