Nata in una prigione

Mi sei sempre piaciuta, fin dalle elementari. Avevi il viso pallido e gli occhi tristi di chi porta il carico di una vita intera. I capelli scuri incorniciavano un volto tondo, dominato da due occhi intensi. Mi incuriosivi. Eri silenziosa, col timore di essere di troppo. Quei tratti mai visti mi ipnotizzavano e quel tuo sentirti fuori posto mi era familiare.

Ti guardavo le mani, lunghe e affusolate. Eri brava, calligrafia precisa e quaderni profumati d’inchiostro. Peccato che il tuo banco restasse spesso vuoto. “È malata”, dicevano. Io ero infastidita da quell’assenza: “Perché non viene? Ci divertiamo così tanto”, pensavo.

Quando riapparivi, tutto cambiava. Costruivamo vite, ci teletrasportavamo in terre aliene; eravamo ricercatrici pronte a scovare nuovi pianeti. Ricordo le volte a casa tua. Tuo papà sembrava così accogliente e la tua stanza appariva come una riserva di sorprese. Mangiavamo “schifezze”; non ti nutrivi molto, ma amavi la bistecca con il ketchup. Quel signore gentile — uno dei fallimenti di tua madre — cercava di soddisfarti. Ai miei occhi quell’uomo sembrava amarti; avevate un legame forte che invidiavo. Ho smesso di farlo solo scoprendo che il tuo vero padre ti aveva abbandonata e che quell’uomo era scomparso poco dopo, come uno sconosciuto.

Ho pensato a quanto tu abbia sofferto e a quanto tua madre non se ne sia mai accorta. Ricordo i tuoi mal di pancia a scuola. Il tuo pallore aumentava e negli occhi si leggeva il disagio. Forse era una richiesta d’aiuto. Tu non me l’hai mai detto e io non te l’ho mai chiesto.

Alle medie decidesti di venire con me: sembravi entusiasta, gemelle inseparabili. Il tuo silenzio era mutato. In alcune materie facevi fatica, ma nel disegno tecnico eri una spada: avevi una precisione incredibile. Poi tornarono le assenze. Eppure, avevamo un bel gruppo e tu sembravi felice. Concludesti le medie nonostante i vuoti. Eri molto più acuta di me: raggiungevi la sufficienza senza sforzo. Ho sempre pensato che la tua assenza fosse un’offesa alla tua intelligenza sprecata.

Avresti potuto fare grandi cose, se la tua famiglia non ti avesse rinchiusa in quella prigione di iperprotezione. Se ti avessero lasciata libera, come i cavalli selvaggi che ammiravi. Ma in quella prigione ci sei nata: come può un uccello volare se nessuno glielo insegna? Tua madre era troppo presente. Durante l’adolescenza, persino uscire era una battaglia. La tua era una vita “stoppata”, condannata a interiorizzare le paure altrui. Vedevi quella prigione, ma eri troppo spaventata dal mondo esterno.

Un giorno, poi, hai visto il sole. Lo hai conosciuto e in un attimo sei diventata pantera. Sapevi cosa volevi e come ottenerlo. Ma sono stata sempre cosciente del fatto che fossi troppo per lui. Lui ti ha amata a modo suo: un modo fatto di possesso e gelosia, simile al mondo a cui eri abituata. Non so se tu l’abbia mai amato o se lui sia stato l’appiglio per una libertà mai ricevuta. Hai dato tutta te stessa per quell’amore, ma stavi solo gettando le basi per una nuova reclusione. Credo tu lo sapessi, ma non me lo hai mai detto ed io non te l’ho mai chiesto.

Lui decideva per te e tu lasciavi fare. Era un ragazzo problematico, impulsivo. In qualche modo eravate simili: entrambi fuggivate da qualcosa, senza bussola. Forse pensavate così di riempire i vostri vuoti, ma se si colmano cavità con sostanze sbagliate, il crollo arriva inevitabilmente. Lui beveva molto. Noi eravamo giovani e non capivamo. Tu lo accudivi come una madre. Eri sempre più avanti; facevi per lui quello che non era stato fatto a te. Sapevi prenderti cura degli altri, ma non di te stessa.

Il tuo era un continuo dare, il suo un pretendere. Lui pensava bastasse un buon lavoro per renderti felice, ma tu eri molto di più. Poi arrivò la proposta: il tuo sorriso nascondeva dubbi, ma lo sguardo diceva che dovevi farlo per sentirti parte di qualcosa. Sapevi di non volerlo, ma non distinguevi i tuoi desideri da quelli altrui. Tutti decidevano per te e tu glielo permettevi. Mi chiedevo perché chi diceva di amarti non ti guardasse davvero. E tu, come un pesce in un acquario, ti sei nutrita di false decisioni fino a romperti.

Un giorno ti dissi: “Puoi tornare indietro”. Ma tu non hai risposto. Le tue parole erano silenzio, per paura di sentire cosa provavi davvero. Così, ti sei abbandonata alla marea come hai sempre fatto. La vita matrimoniale divenne una cella: lui al lavoro, tu a casa sola. Prima c’era tua madre ad impedirti di sbagliare, ora c’era lui. Io ricordavo la tua luce, quella con cui avresti potuto aprire il mondo. Invece, pian piano ti consumavi come una candela. Mi scrivevi spesso, forse per solitudine, ma io mi ero abituata a pensarti così, con addosso un vestito non della tua misura.

Poi arrivò la ricerca di un bambino. Tu non lo volevi, lui sì e tanto sarebbe bastato. Un bambino mai arrivato: forse il tuo corpo ha parlato per te. Poi, improvvisamente, hai deciso di lasciarlo. Avevi finalmente scelto ed ero orgogliosa di te. Volevi spaccare il mondo: quel bagliore era esploso. Ma non pensavo che quella luce potesse diventare una voragine pronta a divorarti.

Eri fuori dalla grotta, ma ti sei persa. Non avevi le ali per volare e l’intelligenza non bastava a colmare il deserto che avevi dentro. Ti ho persa. Frequentavi persone sbagliate e quando te lo facevo notare ti allontanavi, forse vedendo in me quei divieti da cui eri fuggita.

L’ultima volta mi hai detto di sentirti sola, circondata da fallimenti. Ormai non potevo più aiutarti a risalire. Sofia non è più quella bimba dal dolce candore. Non ti hanno insegnato a vivere e tu hai fatto la tua scelta: di distruggerti, di sparire. Sofia è consumata. Sofia non sa più dov’è, e nemmeno io.

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Discussioni

  1. Un racconto coinvolgente, toccante, scritto con pensieri profondi e un sentire autentico che suscita empatia e lascia un gusto un po’ amaro, nella consapevolezza di quante “gabbie” tengano prigioniere un numero incalcolabile di donne, di quante riescano a fuggire e di quante vengano “stoppate” per sempre, prima di riuscire a spiccare il volo.

  2. Un racconto davvero ben scritto, si sente tutta l’ammirazione prima, la frustrazione poi e l’affetto sempre della protagonista verso l’amica. Alla fine, non ho potuto fare a meno di avvertire io stesso un senso di malinconia per quella vita annichilita.