Natale in casa Merimét

Sbatté i piedi per liberare le scarpe dalla neve. Guardò la borsa della spesa e sorrise, soddisfatto per aver trovato quello che cercava: le palline fluorescenti che gli mancavano.

Le aveva notate sull’albero dei Fournier. Loro potevano permettersi un vero abete alto sei metri. Tutti i bambini si fermavano a guardarlo, perché nessuno ne aveva di simili.

La neve continuava a cadere, per fortuna, altrimenti non sarebbe stato un vero Natale! Le strade erano già deserte, mentre tutti si preparavano al cenone. Pochi negozi erano ancora aperti, lui il suo aveva deciso di tenerlo chiuso, per stare a casa ad addobbare l’alberello con Amelie e Nicolas, i figli. Mancava solo un piccolo dettaglio, perché fosse proprio come loro lo volevano: le palline fluorescenti.

I marciapiedi non c’erano più, lo spazzaneve li aveva cancellati. Il laghetto del parco era ghiacciato e il comune aveva autorizzato il pattinaggio e aveva organizzato una festa per il pomeriggio del 25, con dolci, vin brulè e tè caldo. E regali per i bambini.

Tutte le case della via erano illuminate: i balconi, i cornicioni, le finestre, le porte. All’interno le persone si sarebbero salutate, avrebbero riso, si sarebbero abbracciate. I bambini, pulendo il vetro con le mani, avrebbero guardato se la neve cadeva ancora e contenti sarebbero corsi dal nonno per trascinarlo sulla porta.

Quell’allegria lo contagiava.

Se non fosse stato tanto stonato avrebbe cantato Bianco Natale in mezzo alla strada.

L’abete addobbato dei Fournier, indicava la via di casa. La stella cometa che ne decorava la punta sembrava in prospettiva proprio posarsi sul tetto della sua villetta.

Cosa si aspettava dal Natale?

Camminare lo aiutava a farsi delle domande, a chiedersi se meritava qualcosa di bello e più grande delle sue meschinità. I suoi figli gli avrebbero spiattellato in faccia con la loro ferrea sincerità, tutte le volte che non c’era stato, soprattutto quando ne avevano più bisogno. Ma il Natale rende tutti più buoni, lo sapeva, anche i suoi fantasmi personali.

Si avvicinava alla casa come si era avvicinato per tutta la vita ai problemi, servendosi di una luce che poteva accendere e spegnere a piacimento. A costo di lasciare tutti quanti gli altri al buio, a picchiare la testa contro i muri cercando una via d’uscita, mentre lui restava immobile.

Di fronte alla porta ebbe un attimo di esitazione, quei pensieri l’avevano turbato. Ascoltò le voci dei bambini in casa, che insistevano perché Ariel gli desse una tartina a testa. Sua moglie l’aveva sopportato per tutti quegli anni e si meritava una ricompensa speciale. Toccò la ricompensa speciale che teneva nella tasca destra. La tv era accesa e trasmetteva canti di Natale da chissà quale chiesa.

Strinse la borsa con le palline e aprì la porta.

Entrò con le scarpe sporche di neve e la suocera lo guardò sgranando gli occhi. Lo ricacciò indietro a pulirle, mentre i bambini già si contendevano la sua compagnia.

– Ecco le palline. – Allungò la borsa alla piccola Amelie.

– Papà, vieni ad attaccarle! – gridò, ma già Nicolas lo strattonava per i pantaloni, per andare a fare a palle di neve.

Disse alla bambina di pazientare e uscì con lui, che lo aggredì alle spalle. Caddero nella neve e il ragazzino rise a crepapelle, mentre lui si leccava la neve dalle labbra. Ora il manto bianco in giardino era intaccato. Le palle volarono in un baleno. Suo figlio non esitava a tuffarsi per evitare i soffici proiettili del padre, mentre i suoi erano molto compressi.

La neve continuava a scendere e caricava i rami dell’albero dei vicini, che sembravano schiantarsi. Provava un senso di sollievo davanti a quella distesa immacolata, riempita dalle grida di gioia del figlioletto e seppe quanto tempo aveva perso. Si sdraiò nella neve lasciando che lo coprisse e immaginò di svegliarsi la mattina seguente, tutto nuovo.

Dopo un attimo uscì Ariel, col grembiule addosso.

– Sei pazzo? Ti prenderai una polmonite!

– Sto facendo dorso, non vedi? – rispose, muovendo le braccia.

Lei sorrise comprensiva.

– Entrate, adesso. Se qualcuno ti vedesse così…

– Ma io sono così, cara. È così che mi devono vedere.

– Tra un po’ non ti vedranno più! – gli urlò, mentre rientrava con Nicolas.

Quando li seguì in casa, dopo pochi minuti, le palline giravano su se stesse appese all’albero, mentre Amelie le osservava soddisfatta ancora in piedi sulla sedia.

Ariel gli gridò che era nelle più alte e non riusciva a seguire tutti quanti e sarebbero arrivati presto i parenti e non c’era ancora preparata la tavola. E dovevano andare a lavarsi le mani, che avevano toccato quelle palline e l’albero.

Lui le si avvicinò e la baciò, infilandole il regalo nella tasca del grembiule, senza farsi notare. Poi prese in mano la situazione, prima che potesse farlo la suocera.

Più tardi un’auto frenò sulla neve scesa copiosa. I fari illuminarono per un attimo l’albero di Natale. Il tonfo delle portiere giunse attutito nella casa dei Merimét.

Il campanello suonò. Amelie, in spalle a suo fratello, arrivava appena allo spioncino e guardandoci dentro fu assalita dal faccione distorto dello zio Jacob che, ricordava, non veniva mai senza un grosso regalo. Annunciò l’arrivo e i suoi genitori lasciarono la nonna a sbraitare per una sciocchezza. Andarono entrambi ad aprire la porta, trovandosi dinanzi uno scatolone incartato in bella foggia, che non copriva tuttavia il fisico corpulento del loro testimone di nozze.

Entrarono in religioso silenzio.

Dietro a zio Jacob procedevano in fila indiana i tre figlioletti, due gemelline e un ragazzino, il maggiore e zia Antoinette. I grandi si abbracciarono, mentre i piccoli composero silenziosi un cerchio intorno all’alberello, ai piedi del quale posarono i regali per i cuginetti. Il grande pacco sembrava una sentinella di guardia.

Jacob non aveva ancora visto la loro casa nuova. Quando l’avevano inaugurata, circa un anno prima, lui era in America per lavoro e nemmeno Antoinette vi era entrata. Ariel condusse la cognata a fare un giro per le stanze della zona notte. Le fece vedere il gabinetto nel caso le fosse servito. I due uomini si avvicinarono al fuoco nell’angolo della sala. Aveva anche la possibilità di riscaldare la casa, illustrò lui al cognato, che annuì pensieroso.

– E ti permette di risparmiare?

– La legna ci arriva gratis dagli zii di Ariel. Poi è molto redditizio come processo. E pulito.

– Già, pulito. Dove stiamo noi stanno aprendo una discarica, proprio dietro alla tenuta dei genitori di Antoinette. Chissà che porcherie.

– Già, non hanno rispetto per la gente.

– Il fatto è che non hanno chiesto nulla a chi vive nella zona. Ci sono tre cascine che producono latte e carne. Molto pericoloso! – precisò Jacob, combattivo.

Ariel, intanto, nella camera dei bambini, stava facendo vedere ad Antoinette i copriletto fatti a mano da sua madre, con il disegno di Topolino per lui e quello di Minnie per lei. Tutto intorno, sui muri, c’erano mensole che aveva attaccato lei personalmente perché, disse, figurati se Robert si degna di fare queste cose.

– E non sono ancora cadute? – chiese Antoinette, per prenderla in giro.

– Sai, a casa mia si era abituati che le donne facessero, oltre ai lavori di casa, anche le piccole manutenzioni. Ho preso tutto dalle mie sorelle. E un po’ dal mio fratello.

– Ah! Volevo ben dire.

Risero di gusto.

– Ma ora torniamo di là. Conosco abbastanza bene mio marito e mio fratello, da sapere che saranno molto affamati!

Come previsto, i due non avevano perso tempo. Uno di fronte all’altro trangugiavano un bicchiere di aperitivo e tenevano in mano i rimasugli di una tartina.

Ariel andò in cucina a togliersi il grembiule e trovò i biglietti aerei per New York. Guardò di là e incrociò gli occhi con Robert, che le sorrise. Gli mandò un bacio.

– Forza, a tavola! – Antoinette radunò la marmaglia. – Vi siete lavati le mani, bambini?

Tutti risposero di sì.

Presero posto. Robert e Jacob, che erano due mangiatori da competizione, abbastanza lontani per non sottrarsi cibo a vicenda. I bambini da un lato, eccetto una delle gemelle, su seggioloni o sedie coi cuscini. Tutti con i bavagli, perché si preannunciava una guerra.

Quando anche la nonna si fu accomodata tra i piccoli, si fece silenzio in sala. Solo il crepitio del fuoco e i riflessi delle fiamme sulle pareti, animavano quel presepio ideale.

Nicolas si alzò in piedi.

– Ora Nicolas reciterà la poesia di Natale, – annunciò Ariel.

– L’ha composta lui stesso, – fece notare Robert, orgoglioso.

Nicolas biascicò le prime parole e si fermò titubante.

– Forza, Nic, avanti! – lo esortò papà.

I commensali lo guardarono bonari.

Il bambino riprese:

Com’è bello l’alberello,

con le luci ed i regali,

il presepe e il bambinello

e la neve lungo i viali.

Quanta gioia e quanto amore

nelle case, intorno al fuoco;

nella gente, dentro al cuore

la tristezza è solo un gioco.

Nicolas guardò il padre, soddisfatto.

E giù applausi.

– E adesso si mangia! – gridò una gemellina.

E, mentre si passavano le tartine, Nicolas, ancora in piedi sulla sedia, guardava i regali. Il grande pacco non lo convinceva. Sembrava una cosa che aveva già visto.

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Discussioni

  1. “E, mentre si passavano le tartine, Nicolas, ancora in piedi sulla sedia, guardava i regali. Il grande pacco non lo convinceva. Sembrava una cosa che aveva già visto.”
    Ciao Emanuele, questa frase mi ha spiazzato. Ero completamente immersa nel clima Natalizio, avevo dimenticato la scatola, e non mi aspettavo questa chiusa. Per caso, questo episodio è l’inizio di una serie? Rimangono ancora molti interrogativi su Robert

    1. Innanzitutto buon anno e grazie per la segnalazione. Il racconto è piuttosto vecchiotto, l’avevo scritto insieme all’altro che ho pubblicato, come regalo per i parenti. E’ un racconto singolo, ma potrei anche pensare di andare avanti. In quanto alla conclusione, mi piace molto.