Nei pressi della morte

Serie: Bivacchi


(Immagine di copertina di Fabio Elia)

Giuro che questa è davvero la volta in cui abbiamo rischiato la pelle più che in qualsiasi altra occasione e non è come una di quelle sparate che fanno i marinai ubriachi nelle bettole quando vogliono farsi pagare da bere raccontando improbabili avventure. Certo, anche quando abbiamo pernottato in tenda sotto un temporale, in alta montagna, l’abbiamo vista brutta, ma stavolta ho davvero percepito quella brutta sensazione che ti dice “forse ci siamo davvero, forse la corsa finisce qui”.

Favie ci aveva presentato l’escursione come qualcosa di non molto diverso dalle altre. Ci ha detto, sì, che il percorso era un EE (escursionisti esperti), ma lo affermava con un candore tale da farci credere che fosse una roba innocua, approfittando della nostra ignoranza in fatto di sigle e tecnicismi in materia di escursionismo. Soltanto una volta giunti sul posto, ci ha svelato , come fosse un particolare da niente, che:

-Nell’ultimo tratto, c’era una corda per aiutarsi a salire che ora non c’è più, ma si sale lo stesso senza problemi.-

A quel punto, è cominciata a serpeggiare un po’ di perplessità. Oltretutto, nel chiedere indicazioni circa il sentiero, una guida ci ha guardato stupita, esclamando:

-Combi e Lanza? Ma il percorso per quel bivacco è per escursionisti esperti!-

Noi abbiamo fatto i gradassi, dicendo che avevamo alle spalle escursioni belle toste, forti dell’ultima avventura sulla neve, al Borroz, che ci aveva alzato l’autostima.

Salutata la guida, che se n’è andata via come se avesse visto degli alieni, abbiamo stretto le cinghie degli zaini; io ho impugnato le mie stecche; Ele mi ha legato una bandana in testa, affinchè mi riparassi dal sole, perchè avevo dimenticato il mio cappello a tesa larga. I jeans di Scilli c’erano, la lentezza di Blaco anche, le bestemmie e gli insulti di Favie pure…eravamo pronti per salire. Squadra che vince non si cambia.

Le prime due orette di cammino sono state piacevoli. Siamo passati in mezzo ad un borgo ridente, composto da bellissime baite, chiamato Alpe Devero, quasi al confine con la Svizzera.

Per arrivare fino alla località prescelta, eravamo passati in macchina dal paese di Crodo, che abbiamo realizzato essere il paese dove viene prodotto il Crodino. Abbiamo pensato, allora, di fermarci in un bar. Poi, però, misteriosamente, nessuno ha ordinato il Crodino. Forse, perchè, essendo imbottigliato, non avrebbe fatto differenza comprarlo lì o a Catania. Ma per non ordinare qualcosa di troppo differente, abbiamo preso uno Spritz e, dopo aver farneticato dieci minuti insieme ad un ubriacone del posto, già fradicio a metà pomeriggio, abbiamo ripreso il viaggio.

Tornando alla camminata, dopo un primo tratto in salita, buona parte del cammino era su un largo pianoro. Uno dei posti più belli mai visti durante le escursioni. Ampie distese verdi si interrompevano a sinistra, su un corso d’acqua cristallino, in cui veniva voglia di tuffarsi, oltre il quale cominciava una zona boschiva di conifere. A destra, invece, costoni di roccia scoscesi rigati da numerose cascate. Un paradiso. Il caso, un’entità celeste, la misteriosa e muta volontà della Natura ha disposto questi elementi in un modo tale che, agli occhi di un osservatore umano, fa risuonare il cuore di bellezza, una bellezza troppo grande e misteriosa per poterla ben definire. La stessa natura, lo stessa esistenza, lo stesso incastro di eventi che ha dato corso al peggio del peggio, all’Isis, alla pedofilia, alla leucemia, alla bomba atomica, a Kim Jong Un, ha plasmato, con terra, pietra e acqua queste maestosità che portano, guardandole, serenità e beltà nel cuore. Quale assurdo strano mistero alchemico è questa paradossale e grottesca vita in cui coesiste tutto ciò in un carnevalesco caotico equilibrio di cui appare impensabile tirare le fila? 

Ma arrivo al clou:

Avevamo due ore di cammino alle spalle ed il cielo cominciava ad imbrunire, erano circa le 17,30. Il sentiero per Combi e Lanza ci indicava, come un dito dispettoso, che dovevamo abbandonare la pianura e seguire un sentiero che si impennava verso una spiccata pendenza. Eccoci, abbiamo pensato in coro, senza dircelo. Salivamo silenziosi sentendo, sotto i nostri piedi, la pendenza aumentare ed aumentare. Io guidavo il gruppo e affrontavo agguerrito il cammino, perchè ero ansioso di scoprire cosa ci aspettava…e l’ho trovato.

Ad un certo punto, la pendenza diventava proibitiva. Non si poteva più solo camminare, avremmo dovuto arrampicarci, senza alcun attrezzo da arrampicata e con indosso zaini pesanti. Dietro di noi, già diverse decine di metri di rocce scoscese. Favie, notato il mio tentennamento è passato in testa al gruppo, cominciando ad arrampicarsi. Nessuno osava mettere in dubbio che si doveva comunque procedere. Ho messo via le stecche e l’ho imitato.

Il costone di roccia che si stagliava davanti a noi, aveva due versanti: se scivolavi giù da quello di destra, finivi, cinque metri più sotto, sul fianco di un torrente ghiacciato che formava una intercapedine laterale, infilandosi tra la roccia e il ghiaccio stesso; a sinistra, andavi giù come un sasso, verso la valle, cinquanta metri circa più in basso.

(Foto di Fabio Elia)

Seguendo ciò che faceva Favie, abbiamo cominciato a salire per un tratto, ma ad un certo punto, ci siamo trovati bloccati. Il percorso, tracciato con i colori sulla roccia, sarebbe dovuto proseguire oltre il torrente ghiacciato (impossibile da attraversare), proprio in quel tratto in cui ci sarebbe dovuta essere la corda. L’unica consolazione, dunque, se così la si può chiamare, era che, a questo punto, non aveva più importanza che la corda ci fosse o meno.

La mia preoccupazione era dettata dal fatto che cominciava a fare buio. Nell’impasse in cui ci trovavamo, era diventato difficile, tanto il salire, quanto il tornare indietro. Ci immaginavo lì, bloccati sulle rocce, con il freddo della notte di montagna, a morire assiderati. Nessuno diceva niente; regnava un silenzio preoccupato. Un tabù.

Favie, arrampicandosi come un cerbiatto, cercava di vedere oltre il costone. Abbiamo tentato prima dal versante del torrente ghiacciato. C’era una roccia ripida con una scanalatura di un centimetro e per alcuni metri abbiamo proceduto, con l’angolo dei piedi su quell’unico centimetro come appoggio, piccola testarda resistenza alla forza di gravità. Il resto del corpo appiccicato alla roccia, come lucertole, muovendoci lentamente, per non far sì che il peso degli zaini ci sbilanciasse all’indietro.

“Siamo pazzi!” Ho pensato.

Tutta questa fatica per scoprire che da quel versante, poco più avanti, non si sarebbe potuto procedere. Esasperati, siamo tornati indietro, correndo nuovamente il rischio di scivolare.

-Forse, stavolta,…- Ha accennato, timidamente, Scilli, con aria imbarazzata e preoccupata, ed io non gli ho neanche lasciato finire la frase.

-Forse, stavolta, è il caso che torniamo indietro.- Ho sentenziato io.

Favie ha reagito come quei bambini a cui il genitore dice che è ora di smettere di giocare, perchè deve fare i compiti:

-Ma no, ragazzi, dobbiamo solo superare questo costone!- Si agitava, strillando.

-Ma non sappiamo cosa c’è dietro questo costone!- Ho ribattuto io- Potrebbe addirittura peggiorare, il percorso. E intanto fa buio e diventa più difficile anche riscendere giù!-

-Superiamo questo costone e se vediamo che peggiora torniamo indietro, ok?- Quasi supplicava.

-Ok.- Abbiamo risposto tutti.

Ele era stranamente calma. Mi chiedevo come mai Favie non si ponesse il problema dell’incolumità della donna che amava. Io ero preoccupato soprattutto per Scilli che, per via della corporatura grassottella, era quello un po’ più svantaggiato. Ma anche Blaco, per via di una delle sue frequenti distrazioni, poteva scivolare giù. E anche io.

Siamo saliti dall’altro versante. Dietro di noi, metri e metri di potenziale caduta, mentre ci arrampicavamo su rocce impervie, aggrappandoci, in alcuni punti, a ciuffi di arbusti, di cui ovviamente, prima, saggiavamo la resistenza. La percezione del vuoto, sotto di noi, mi dava un brivido dietro al collo, come fosse la morte stessa che mi corteggiava con dei gelidi baci. Pensavo che avrei potuto scivolare in qualsiasi istante, io o uno dei miei amici; che potevamo diventare nomi sugli articoli di giornale.

“Escursionisti inesperti trovano la morte durante un’arrampicata.”

Immaginavo già la voce che commentava al TG:

“Sempre più frequente il fenomeno dei turisti inesperti che trovano la morte in alta montagna…”

(Foto di Fabio Elia)

“Siamo pazzi.” Ho pensato ancora.

Guardavo gli altri che salivano imperterriti. Eravamo come quegli adolescenti incoscienti, ignari del pericolo finchè non ci sbattono contro. Avvertivo il mio super-Io che mi diceva “Cosa cazzo stai facendo?”. In suo soccorso, arrivavano perfino dei flash dei miei genitori, che dissentivano con aria di rimprovero. Nonostante ciò, ho proceduto, attento ad ogni movimento, mettendo tutta la mia forza nella presa di ogni appiglio di fortuna che mani e piedi trovavano.

Alla fine, con sforzi immani, il costone era superato.

Non avevamo ragione, nè io, nè Favie. Il sentiero non peggiorava, anzi più in là sarebbe anche tornato ad essere percorribile. Ma tra noi e quel “più in là”, c’era un ruscello di un paio di metri da attraversare. Un ruscello che correva su quella pendenza a precipizio e noi avremmo dovuto tagliarlo trasversalmente, camminando sulle rocce bagnate. Ma, dopo il culo che ci eravamo fatti, non potevamo arrenderci ora, oltretutto quando, due metri più in là, ci aspettava invitante un sentiero su cui tornare a camminare a due zampe.

Serie: Bivacchi


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