NEL CUORE DELLA FORESTA

James smontò da cavallo per una breve sosta: sia lui che l’animale avevano bisogno di rifocillarsi. Da una borsa estrasse del fieno per il suo fedele compagno di viaggio e del pane per sé. Stava per sedersi su un tronco e godersi lo spuntino, quando una folata di vento scosse le fronde degli alberi e gli portò alle orecchie una specie di canto. Spinto dalla stessa curiosità che lo aveva portato a imbarcarsi per il Nuovo Mondo, terra sconosciuta e potenzialmente ricca di tesori da scoprire, James si diresse verso la presunta fonte del canto. Poco dopo si ritrovò in prossimità di una piccola radura al centro della quale una figura femminile danzava sulle note di una musica muta. Non c’erano, infatti, strumenti o altre persone intorno a lei che potessero suonarli. James decise di accovacciarsi dietro a un cespuglio e spiare le mosse della donna. Era la prima volta che vedeva una pellerossa, la cui figura non aveva nulla a che fare con i racconti che aveva udito di selvaggi spaventosi e assetati di sangue. La donna che danzava di fronte a lui non aveva assolutamente nulla di spaventoso, quanto piuttosto di intrigante.

Il trucco sul viso la rendeva simile a uno spettro, per quanto James non ne avesse mai visto uno. Lo sguardo spiritato e i movimenti convulsi della donna quasi intimorivano lo spettatore, nascosto nella selva, ma di un timore reverenziale. D’altra parte, James ne era attratto, come si è attratti da qualcosa di proibito. La donna era attorniata da una potente aura ed emanava una forza cui pareva impossibile resistere. Era una forza naturale, che riassumeva in sé i cinque elementi e si faceva tutt’uno con la Terra. I piedi scalzi battevano sul terreno umido non come a volervi imprimere le proprie impronte, piuttosto come a voler percepire quello che si trovava al di sotto di essa, tra le radici, sotto gli strati di roccia, fino al cuore della Terra, da cui ella pareva trarre la propria energia. James poteva intuire il senso di quella danza, ma mai avrebbe indovinato le sensazioni che scorrevano nel corpo e nella mente della pellerossa, che era riuscita a stabilire un contatto con la natura e con gli esseri viventi, entrando in sintonia con un ritmo che solo lei poteva sentire, forse simile al battito dei tamburi.

James rimase a lungo immobile e in silenzio, ma a tradirlo fu il suo cavallo, che sbuffando attirò l’attenzione dell’indigena. La donna si fermò in una posa che la rendeva simile ad un felino, carponi per terra, il petto scosso dal respiro affannato. Dapprima James non si mosse, sperando di non aver attirato troppo l’attenzione della ragazza, ma poi, vedendola spaventata, uscì dal cespuglio con le mani alte sopra la testa in segno di pace. Lei indietreggiò allarmata, nascondendosi a sua volta dietro a un albero. La curiosità però era troppo forte: non aveva mai visto un uomo bianco, così bianco che il sole sembrava luccicare sulla sua pelle. Si avvicinò con passi cauti a lui.

-James- disse lui con voce calma e gentile, indicando se stesso. Dovette ripeterlo un paio di volte, prima che lei riuscisse a pronunciarlo correttamente.

-E tu? Come ti chiami?-

-Ehawee- disse lei, posando la mano aperta sul proprio cuore. Dopodiché la sua attenzione si spostò sul cavallo che era rimasto a qualche metro di distanza a brucare l’erba pacificamente. Ehawee non ne aveva mai visto uno, così gli si avvicinò e lo accarezzò dolcemente, posando la sua guancia su quella dell’animale.

La “selvaggia” accolse entrambi con naturalezza e senza ostilità. Anzi, coinvolse James nel suo rituale di cui la danza non era che la preparazione. Estrasse dei semi da un borsello e li posò direttamente nelle mani di James. Ehawee lo guidò verso un punto ben preciso all’interno della piccola radura e gli mostrò come seminarli. James copiava le azioni della ragazza che, dopo aver ricoperto i semi con la terra, vi pose sopra entrambi i palmi aperti e pronunciò parole per lui incomprensibili, ma che suonavano come una preghiera. Ehawee sembrava parlare alla Terra stessa, con la stessa dolcezza con cui si parla a una madre.

Concluso il rituale Ehawee si alzò e senza dire altro si avvio verso il cuore della foresta; soltanto quando stava per scomparire alla vista, si voltò verso James e gli lanciò un ultimo sguardo, carico di un sentimento ancora sconosciuto all’europeo, il cui cuore rimase per sempre in quella foresta, di cui oggi non rimane che una piccola porzione, quasi dimenticata e soffocata da una metropoli di cemento. L’incontro tra Ehawee e James vive nella maestosa quercia secolare che ricorda un passato in cui uomo e natura furono un tutt’uno.

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Discussioni

  1. Bene. Questo brano mi ha fatto stare bene. Ho percepito la sintonia tra Ehawee e la Terra, e la sua empatia verso ogni forma di vita. Leggerlo mi ha fatto sentire un po’ James. ?

  2. “L’incontro tra Ehawee e James vive nella maestosa quercia secolare che ricorda un passato in cui uomo e natura furono un tutt’uno.”
    ❤️ Ho amato questo finale e la tua bellissma favola

  3. Mi piace che nel tuo racconto, almeno una volta anche gli europei possano provare empatia verso la natura e non distruggerla come gli è più familiare. L’ho trovato un racconto molto dolce e con un messaggio importante. Brava

    1. Grazie Virginia! Volevo proprio trasmettere un messaggio positivo, per una volta, di amicizia tra culture diverse, ma anche tra uomo e natura

  4. Molto bello, complimenti.
    Ricorda a tratti l’ambientazione di Avatar, e la scena delle presentazioni nel cartone Tarzan (entrambe situazioni che trovo molto belle).
    Incantevole l’idea dell’incontro tra uomo e natura, che furono un tutt’uno, sigillato nella quercia!