Nel Vento

L’uomo dalla barba incolta si strinse nella sua giacca logora. 

«Il Vento si sta alzando.»

Accanto a lui c’era una bambina: camminavano tenendosi per mano nel gelo di quel grigio mondo morente. Non era la prima volta che fuggivano dal Vento ma, agli dei piacendo, sarebbe stata l’ultima. In un modo o nell’altro.

Per qualche minuto nessuno parlò, poi la bambina ruppe il silenzio: stava piangendo. Fu come se infinite lame avessero trafitto il cuore dell’uomo.

«Fa molto freddo», disse lei come per scusarsi. Lui la guardò tentando di offrirle uno dei suoi migliori sorrisi. Fu lieto nel vederlo ricambiato. Forse non tutte le speranze erano perdute. Pregò affinché lei lo credesse.

Il Vento li stava per raggiungere. Il suo urlo sibilante e malvagio travolgeva i resti di una realtà scivolata nell’incubo, tra fumo e rassegnazione. La bambina cominciò ad ansimare così lui se la caricò sulle spalle. Erano entrambi magri all’inverosimile. L’uomo pensò alle storie che a volte gli raccontava il suo vecchio; storie di un’epoca lontana, dove il Vento non mieteva anime. Un’epoca di persone grasse e sazie.

La temperatura stava scendendo sempre di più. I pochi stracci che indossavano non li avrebbero riscaldati ancora per molto, dovevano trovare un riparo. 
La piccola sembrava essersi addormentata, poteva sentire il suo fiato sul collo e questo lo rincuorò più di mille parole.

«Parlami della Città dell’Eden.» Trasalì. Non era la prima volta che le raccontava di quel luogo mitico.

«Va bene.» Doveva quasi urlare per farsi udire: il Vento era sempre più vicino. «Me ne parlava spesso mio nonno. Si trova nel punto più a sud del mondo ed è una città magica! Le mura si innalzano a sfiorare il cielo, e non sto parlando di un cielo di cenere, ma azzurro! Limpido come il mare che si vede in certe vecchie fotografie. In quella città gli esseri umani vivono felici: non temono il Vento. Il dolore, la tristezza, la morte, lì non esistono.»

Nessuna risposta, forse la piccola si era addormentata nuovamente. Doveva essere esausta.

“Povera piccola”, pensò l’uomo. “Povera piccola.”

Non sapeva se fosse rimasto qualcun altro su quel deserto chiamato Terra. Magari non un essere umano, un insetto, un verme, un…Cosa importava, in quel momento c’erano lei e lui. 
Si erano incontrati qualche mese prima e non si erano più lasciati. Non sapevano nulla l’uno dell’altra e andava bene così. Il passato era solo tristezza e Vento. Vento che spegneva, che cancellava ogni cosa. 
Erano sopravvissuti mangiando quel poco che madre natura poteva ancora offrire: erbacce e acqua putrida. Ogni giorno andavano alla ricerca di un edificio che li riparasse dal Vento. Doveva essere una costruzione degli Antichi, in solida pietra. Le catapecchie andavano bene solo per riposare nelle lunghe notti di pece. 
Per un po’ se l’erano cavata, ma il Vento aveva smesso di scherzare. Allora lui aveva cominciato a raccontarle della Città dell’Eden. Una volta raggiunta, avrebbero varcato le sue porte lasciandosi la morte e il dolore alle spalle. 
Aveva funzionato; la bambina si era lasciata cullare da quel miraggio. Una favola buona. In tempi desolati, però, le favole hanno vita breve…

«Basta!» Una singola parola.

L’uomo si fermò.

«Basta!» ripeté la piccola.

Non ci fu altro. Rimasero immobili, in attesa. Per un attimo all’uomo parve di intravvedere le mura di una grande città, con persone indaffarate al suo interno. Poi anche quell’ultima illusione svanì.

La bambina aveva ripreso a piangere sommessamente; la prese per mano.

“Non conosco nemmeno il suo nome”, pensò l’uomo dalla barba incolta mentre alzava gli occhi al cielo.

Poi il Vento li prese.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

Discussioni

  1. La lucidità della bimba, che capisce come sia penso diventata una tortura quel disperato correre inseguiti dal vento. Una tortura alla quale, forse, il vecchio continua a sottoporli entrambi solo perché le aveva promesso che avrebbero trovato un rifugio che in realtà forse non esiste.
    Questa lucidità mi ha colpito davvero.
    Solo due frasi:
    “Basta!”
    “Non conosceva nemmeno il suo n nome”.
    Fulminanti.

  2. Bellissimo distopico, pregno di malinconia. La speranza dell’Eden non deve mai abbandonare i nostri cuori, qualunque sia il nostro destino. Spero che il Vento li abbia condotti fino a lì

  3. Ciao Dario. Forse non sarai d’accordo, ma a mio avviso è uno dei tuoi racconti più potenti. Scenario post-apocalittico che ricorda a tratti il mondo fumettistico di Brendon (quanto cavolo ho amato quel personaggio). L’idea del vento porta con sé molteplici significati, ovviamente… ma l’abbandono alla certezza dell’incertezza è il quid finale perfetto. BRAVO!

  4. Ciao Dario, comincio a recuperare il mio gigantesco arretrato qui su Open e lo faccio iniziando da questo tuo racconto che già dal titolo mi aveva incuriosito.
    Come al solito, credo tu sia riuscito benissimo a descrivere situazioni estremamente desolanti e negative. E lo hai fatto favorendo un’empatia particolare tra il lettore e questi due personaggi: il vecchio disilluso che cerca di dare una speranza alla bambina innocente, quantomeno per renderle meno amaro il percorso verso l’inevitabile. Il finale è un “pugno nello stomaco”, duro ma molto efficace ed emozionante. Mi è piaciuto, bella prova 🙂

  5. Cavolo Dario, però almeno un po’ di speranza ce la potevi lasciare: Mi fai venire il magone 🙁
    Complimenti per il racconto, veramente molto bello, ance se ci porta in un mondo senza speranza è stato un piacere leggerlo

  6. Eh, il distopico è un genere che per me ha sempre il suo fascino.
    Qua, in un breve racconto, ci fai provare empatia per due personaggi totalmente anonimi. Non si conoscono tra loro così come non li conosciamo noi.
    Il sad ending è azzeccato, aggiunge mistero al mistero. Chissà se erano davvero gli ultimi due umani rimasti sulla Terra. Questo, però, nono lo sapremo mai.

    1. Grazie per essere passato @sergiosimioni, anche per me il distopico è ricco di fascino (il romanzo che ho scritto non per niente appartiene a questo genere). Nel Vento è il mio primo racconto; lo scrissi cinque anni fa. Ok, se proprio devo essere sincero, il mio primissimo racconto s’intitolava Diana il cane e indovina un po’…era la storia di un cane cje faceva cose che non ricordo. Ahahah, vebbè avrò avuto sette anni.

    2. ahah! grande! io il primo non riesco più a ritrovarlo, l’avevo battuto a macchina (la macchina da scrivere era stato il regalo che avevo chiesto per la prima comunione!) ed era una fanfiction (all’epoca però questo neologismo non esisteva) ispirato ai “Masters of the Universe” 🙂