Nella Palude delle Tigri

I soldati avevano dismesso le corazze di cuoio e avanzavano con le spade e le lance. I cavalli erano rimasti indietro, perché avrebbero potuto impantanarsi. Le chiome degli elmi sussultavano e quei volti non gridavano, ma solo facevano trasparire la furia dagli occhi a mandorla.

Avanzavano tutti di fronte ai comandanti e si insinuavano fra le isolette e gli alberi scheletrici della Palude delle Tigri.

Lui si guardò intorno. Era circondato dagli alti ufficiali, i quali sembravano aver voluto improvvisare una reggia ambulante. C’erano le guardie del corpo con le armature dorate e gli eunuchi con i baffi a serpente e i sorrisi melliflui. Lui stava attento agli eunuchi: erano infidi.

I fantaccini e i cavalieri appiedati portarono i graticci e presero un’isola dopo l’altra senza colpo ferire. Usavano i graticci come ponticelli mobili di isola in isola.

Poi, scoppiò il combattimento.

I briganti si scatenarono. Con le mazze e le spade aggredirono i soldati e la zuffa divampò. I soldati si ritrovarono circondati su tre lati, ma grazie alla fortuna del Dragone non furono isolati del tutto.

I rinforzi si convogliarono e diedero manforte ai soldati, che affrontarono i briganti di quel signore della guerra decapitando e sventrando. Se i soldati erano goffi e poco abituati a quel tipo di combattimento, i briganti sguazzavano nel fango, non temevano le sabbie mobili, aggredivano i loro nemici.

I soldati reagirono lanciando le frecce. Tutti avevano una faretra e un arco e li usarono per punzecchiare e trafiggere i briganti che, mezzi imbarbariti e selvatici, gridavano ma resistevano. I briganti cercarono di catturare dei prigionieri, ma furono respinti. Allora si improvvisarono macellazioni di uomini per i graticci.

Erano quelli, i veri obiettivi.

Senza i graticci, i soldati non potevano muoversi e sarebbero rimasti isolati se non affrontando i rischi di immergersi nella melma.

I comandanti ordinarono qualcosa in mandarino e nuovi rinforzi giunsero dalle alture asciutte intorno alla Palude delle Tigri. Nuove colonne si incunearono nell’acquitrino e il fronte dei briganti finì per essere frantumato e tutti furono colpiti dalle frecce da ogni lato. I rinforzi si spinsero e sparirono nel cuore della Palude delle Tigri. I suoni della battaglia diventarono ovattati, ma certo lo scontro non si era concluso.

Dopo alcune ore i soldati uscirono dalla Palude delle Tigri. Erano tutti ricoperti di fango, sangue e di nuovo fango e sangue. Portavano con loro un barbaro dall’aspetto rozzo, il quale aveva la barba lunga e gli occhietti cattivi. A lui sembrò un maialino, o meglio un cinghiale. Lui in gioventù aveva assistito a una caccia in cui un cinghiale che aveva sventrato con le zanne sei mastini era stato condotto fino a lui e macellato da vivo.

Il cinghiale, o maiale che fosse, quel giorno era Tigre, il signore della guerra che da tempo si era riciclato a fare il capo dei predoni adesso che il potere centrale del Khan si era espanso.

I comandanti ordinarono che fosse subito decapitato.

Tigre fu fatto inginocchiare, il capo piegato e una spada gli spiccò la testa che cadde nella terra sconvolta da tutti quei passi.

Un comandante disse a lui: «Marco Polo, è finita».

Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni