Nessuna cortesia all’uscita (A Luca)

Riesco a malapena a dondolare, stordito e rapito dall’alcol prima ancora che dai volumi delle casse. Gli occhi chiusi mentre la mente viaggia a riassaporare il suo sorriso, la sua dolce carezza, il suo tenero bacio di saluto. Continuo a muovermi al buio delle mie palpebre assorbendo e amplificando la musica. Sorrido. Urto. Incespico. Cado. Apro gli occhi per orientarmi, ma tutto gira. Lo stomaco inizia a lavorare al contrario spingendo l’alcol verso la mia bocca in un tentativo di protezione ormai tardivo. Inspiro a pieni polmoni, una, due, tre volte. Il conato si assesta e regredisce. Mi rialzo a fatica con la consapevolezza che qualsiasi sforzo per sembrare sobrio sarebbe stato inutile. In pista pochi disperati come me. Al bancone del bar, illuminato da deboli luci rosse, solo Luigi, intento a parlare con Gina, la proprietaria, mentre gli versa l’ennesimo Pampero Cola. Mi arrampico con uno sforzo enorme sullo sgabello di fianco al suo rendendomi conto della lentezza del gesto dal fatto che intanto mi era stato offerto e servito un altro giro. Guardo Luigi con la rassegnata disperazione di un condannato a morte già seduto sulla sedia elettrica che dopo vent’anni nel braccio della morte aspetta ancora la grazia. Inutile. Biascico un saluto a Gina, alzo il bicchiere per il brindisi e butto giù un sorso.

«Cicca?» mi chiede Luigi.

«Si» rispondo, mettendomi la mano destra in tasca per recuperare il pacchetto.

«Mi dai un passaggio a casa?» mi chiede.

«Cazzo di domande mi fai, ti porto a casa ogni volta che usciamo» rispondo.

Sorride e con una inaspettata agilità scende dallo sgabello e si dirige verso l’uscita. La mia discesa è più difficoltosa. Il bicchiere rischia ad ogni movimento di crollare a terra e sotto lo sguardo disperato di Gina mi avvio dietro a Luigi rovesciando a ogni passo il prezioso liquido. Arrivo all’uscita e un barlume di lucidità, forse l’ultimo, mi suggerisce che sarebbe stato intelligente recuperare il giubbotto in modo da non entrare nelle statistiche dei barboni alcolizzati uccisi dal freddo di gennaio. Cazzo! Ma il giubbotto ce l’avevo quando sono entrato? E poi che minchia di giubbotto mi sono messo stasera per uscire? Il piumino? O la giacca in pelle che non tiene un cacchio ma che figo che sono? Boh? Mi giro e mi rigiro finché non incrocio lo sguardo sempre più preoccupato di Gina mentre si avvicina tenendo in mano un giubbotto in pelle. Intuisco che avrei sofferto il freddo oltre che la sbornia. Le sbavo un bacio sulla guancia come ringraziamento. Indosso la giacca con una certa difficoltà e finalmente riesco ad imboccare la rampa in discesa verso l’uscita. Il muro di freddo che mi investe serve solo a farmi bestemmiare, ma non sortisce nessun effetto sulla mia precaria condizione di stabilità.

«Porcozzio, Paolo, offrimi una cicca che devo girarmi una canna» tutta la frase viene accompagnata da una manata sulla schiena che rischia di staccarmi i polmoni. Lele, o Lellone, come lo chiamano tutti. La stazza è quella di un armadio a tre ante a cui è stata aggiunta sopra una testa di cazzo.

Senza nemmeno protestare per la botta recupero quello che poche ore prima era un pacchetto di sigarette e ne estraggo a fatica una per Lele e una per me. Mi appoggio al muro tra lui e l’entrata con la vana speranza che l’aria gelida venga mitigata dalla sua mole da una parte e dall’aria calda che esce dal locale dall’altra.

Accendo l’ennesima sigaretta e mi guardo attorno cercando di individuare, tra gli ultimi nottambuli tabagisti, la figura del mio amico.

«Ma non è Luigi quel punchball laggiù?» mi chiede Lele con un sorriso ebete sulle labbra.

Seguo il suo sguardo e in mezzo a un capannello di giovani con pettinature Rockabilly metto lentamente a fuoco Luigi, o meglio, la testa di Luigi che viene ripetutamente colpita dal pugno di un energumeno pelato. Anestetizzato mi stacco dal muro sperando che l’adrenalina, ma soprattutto Lele, mi accompagnino verso quella montagna di muscoli.

Il bestione è di spalle mentre mi avvicino e la mia attenzione idiota si sposta dallo sguardo assente di un Luigi rimbalzante a quello che deve essere un codino rasta che si muove sulla nuca dell’aggressore al ritmo dei pugni che partono.

«Che cazzo stai facendo!»

La frase suona secca e decisa alle mie orecchie e per un attimo stento a credere che sia stato io a pronunciarla.

La faccia di Luigi si ferma improvvisamente. Imbambolato seguo lo sparire repentino del codino rasta scartando la testa a destra quanto basta perché il colpo diretto al mio naso prenda di striscio lo zigomo sinistro. Stordito indietreggio e finalmente l’adrenalina e il calore del sangue che scende lungo la guancia mi rendono improvvisamente lucido. Cazzo che grosso, penso, se sto a questa distanza mi uccide.

Il secondo pugno è ancora diretto al naso, ma questa volta lo vedo arrivare. Mi abbasso scartando a destra. Lo sento passare vicino all’orecchio. Si è sbilanciato in avanti e ne approfitto per andargli sotto. Parto con un gancio alla bocca dello stomaco, lo prendo in pieno, ma non batte ciglio. Lo abbraccio come un pugile suonato per cercare di far passare il tempo. Speranza vana. La ginocchiata sullo sterno mi toglie il respiro e quasi mi fa perdere conoscenza. Resisto. Lascio la presa e abbasso la guardia per prendere fiato. Due mani aperte mi prendono ai lati della testa mentre i rispettivi pollici iniziano a schiacciarmi i bulbi oculari.

Cazzo, un professionista. Provo ad allentare la morsa agguantandogli i pollici con le mani.

Eccolo. L’errore del principiante. Con il busto completamente scoperto la seconda ginocchiata mi prende in pieno sul lato sinistro. Prima ancora del dolore arriva il rumore agghiacciante di qualcosa che si rompe. I polmoni smettono di funzionare, lo sguardo si annebbia, le gambe cedono di schianto.

Buio.

Viento del norte. Il cielo di inizio gennaio è terso. Mi siedo sulla tavola da surf e guardo la spiaggia di Patos deserta. La marea si sta alzando, mancano un paio d’ore al suo massimo. Circa duecento metri alla mia sinistra, di fronte alla spiaggia del Prado, la maggior parte dei surfisti si stanno già litigando le prima onde importanti. Li, l’oceano inizia a montare prima, ma io ho voglia di aspettare ancora un po’, di godermi il contrasto dell’acqua gelida con il lieve tepore che un limpido sole irradia alla mia muta in neoprene. Rimango in attesa, sospeso tra gli elementi senza pensare a nulla. Finalmente mi giro verso l’orizzonte interrotto dalla sagoma delle isole Cies e la vedo. L’oceano inizia a montare a circa cinquanta metri da me. Aspetto giusto un attimo per capire se l’onda sarà in grado di propagarsi con la giusta forza e poi mi giro, mi stendo sulla tavola e inizio a nuotare con tutta la forza che ho. Mi volto giusto in tempo per vedere la massa d’acqua che sta gonfiandosi appena sopra di me. Mi do l’ultimo slancio aiutandomi battendo i piedi. L’onda mi accetta e inizia a portarmi in alto. La tavola sotto di me inizia a scivolare autonomamente. Mi fermo, porto le mani all’altezza del petto spingendomi verso l’alto, la gamba destra fa da perno e mi alzo in posizione per tagliare l’onda. Un improvvisa fitta al torace mi fa perdere momentaneamente la concentrazione. Resisto, ma il dolore non passa. Mi manca il respiro. Porto la mano destra a toccare il costato, ma il movimento mi fa perdere l’equilibrio. Il nose si abbassa e si punta sulla parete dell’onda sbalzandomi dalla tavola. Inizia la caduta. Porto le braccia a protezione della testa e cerco inutilmente di incamerare quanta più aria posso nei polmoni. Il dolore è troppo forte. L’impatto con l’acqua è tremendo. Cielo. Schiuma. Sabbia. Acqua. Perdo il senso dell’orientamento sballottato dalla massa d’acqua che mi trascina verso riva. Mi manca l’aria, i polmoni bruciano nello sforzo di assorbire le ultime molecole di ossigeno. Sapore di salsedine in bocca.

Buio.

Sapore di salsedine in bocca. Qualcuno piange. No, ride. No, piange. Con uno sforzo immenso apro gli occhi. Il viso di Gina è sopra il mio. Le sue lacrime mi cadono sul volto e in bocca. Tossisco. Un dolore atroce alle costole. Finalmente un sorriso di sollievo si dipinge sul volto della ragazza. Due mani mi prendono da sotto le ascelle e mi aiutano ad alzarmi. Ci metto un po’ a mantenermi in equilibrio. Il dolore è forte. Mi volto lentamente. Luigi mi guarda dietro le lenti frantumate degli occhiali.

«Finalmente, Paolo. Iniziavo a preoccuparmi. Mi porti a casa adesso?»

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Discussioni

  1. Adoro i racconti scritti in maniera asciutta, senza fronzoli né ridondanze. Li adoro ancora di più quando la trama è una storia di vita vera.
    La scelta di scrivere al presente e in prima persona aumenta l’impatto di un lavoro già ottimamente scorrevole.
    Ma come ti è venuta l’idea di metterci la parte del surf?

    1. Grazie Francesco!!
      Difficile da spiegare… l’idea è nata di getto. Nel periodo in cui i fatti sono avvenuti praticavo il surf, ma erano più le volte che stavo sotto l’acqua che sopra una tavola… Come nel racconto la frase ‘Sapore di salsedine in bocca’ è stato il collante. Come e perchè mi sia venuta in mente la frase e il successivo sviluppo non ne ho idea, è arrivata e basta 🙂

  2. Caspita! Scrivi veramente bene, con tecnica e ordine che riesci a mantenere dalla prima all’ultima riga. Credo ci sia molto studio da parte tua sotto e questo è sicuramente un pregio, soprattutto quando poi i risultati sono come questo racconto. Ogni immagine è talmente vivida da apparire quasi reale e credo che anche il lettore più sobrio riesca a lasciarsi coinvolgere appieno nello stato emotivo e fisico del tuo personaggio. Lei mi colpisce particolarmente. Molto bravo

    1. Grazie Cristiana, onorato del commento! Devo un po’ deluderti perchè purtroppo non c’è moltissimo studio causa poco tempo a disposizione. I racconti nascono nella mia testa e vengono maturati piano piano, ma poi escono di getto. Il lavoro in post produzione è solo per pulire il superfluo e le possibili ripetizioni. I due che ho pubblicato sono fatti realmente accaduti, questo più romanzato del primo che è quasi in ‘presa diretta’. Grazie ancora!

  3. C’è una tecnica nella tua scrittura che è il biglietto da visita perfetto, quello che fa aprire le porte che desideri, quello che cercava di farsi stampare a tutti i costi Christian Bale in American Psycho senza mai riuscirci. Complimenti davvero.

    1. Grazie Roberto, il tuo commento mi lascia stranito, in senso positivo! E’ tutto abbastanza nuovo per me e certi complimenti lasciano il segno. Non so ancora cosa fare della mia scrittura, per adesso è quasi più una terapia, che una consapevolezza. Grazie ancora!

        1. Ti ringrazio ancora, ma qui devo un po’ fare autocritica… Il titolo non è popriamente farina del mio sacco, ma è preso dal titolo di un libro di Carlotto della serie dell’alligatore… Non molto originale da parte mia, ma ci stava a pennello! Sorry

  4. voglio farti i miei più vivi complimenti, Piergiorgio, è un racconto perfetto sotto tutti i punti di vista: ritmo, stile e struttura. Confermi le capacità di cui già avevi dato prova nel testo pubblicato in precedenza. Bravissimo.

  5. Wow. Non so nemmeno da che parte iniziare, tanto è scritto bene. Quello che più mi colpisce è il respiro che riesci a imprimere ai tuoi racconti, il modo in cui cambi di ritmo e atmosfere, come si fa battere un cuore. Il passaggio dalla rissa al surf e di nuovo alla realtà è veramente magistrale. Veramente bravo. Davvero.