Neve sporca

«Avanti, avanti!».

Fedor li fissava e si chiedeva come avrebbero reagito i Fritz a sapere che un soldato sovietico li stava spiando.

I reparti tedeschi si dispiegarono: le case ridotte in macerie erano diventate fortificazioni con reticolati e mura di sacchetti di sabbia che fissavano truci i sovietici.

Sarebbe stata una bella sfida.

Fedor prese appunti: Dodici Mg42, novanta uomini, munizioni per centoventi uomini, ci sono una ventina di Mp40 e tutti gli altri hanno dei Mauser Kar 98K, si segnò.

Non appena ebbe finito, camminò come un ratto per ritornare alle linee amiche.

«Senti senti».

Si girò a guardare di scatto e vide un paio di teste di morto: uno aveva un Mp40, l’altro un Mauser.

«Abbiamo un topolino».

Fedor prese un mattone e glielo gettò addosso, poi fuggì.

I tedeschi tentarono di azzannarlo con delle pallottole, ma lui zigzagò e fu rapido, riuscì a scappare per poi avvicinarsi alle linee amiche, dove di rosso c’erano solo il vessillo nazionale, le stelle e il sangue.

Un attimo dopo, scivolò e cadde per terra.

Le teste di morto gli furono addosso. «Un topolino…».

«No, uno spione. Questo Ivan è una vedetta, ma adesso è nelle nostre mani».

«Bene, bene. Ci dirà lui quali sono le difese nemiche». Tra sogghigni crudeli e scrocchi di dita, i Fritz lo portarono via.

Solo che, mentre stavano per insinuarsi fra quelle macerie, la Voce di Stalin si fece sentire con dei sibili e poi dei botti spaventosi.

Fedor si divincolò approfittando del fatto che i tedeschi erano rimasti impietriti e dopo aver raccolto gli appunti scappò verso le linee sovietiche.

Stavolta non scivolò nella neve sporca di Stalingrado e raggiunse i compagni. «Evviva, evviva amici, sono tornato!». Ma nessuno gli diede retta, tutti erano concentrati nell’aprire il fuoco contro i fascisti invasori. «Ehi, ma…».

Fedor si accorse che in mezzo alla strada, sulla neve sporca, c’era qualcosa che sporcava ancora più la neve: il sangue di qualcuno.

Ma di chi è?

Vide che era lui, quindi adesso… «Sono un fantasma!».

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