Nido
Serie: Cocci
Per la città natale vagava, già piena fino all’orlo dei parenti: troppo premurosi, chiacchiere di circostanza che si trasformano in domande scomode e ripetitive. La batteria sociale si era prosciugata in poche ore e, adesso, sentiva la necessità di ossigenare il cervello, far sfiatare la pentola a pressione dei pensieri.
Il pomeriggio lasciava spazio al crepuscolo pinto di rosa, un’aria tiepida e umida, l’odore di fieno tutt’intorno: la sensazione di quell’afa sulla pelle le provocava un gran fastidio, ma, al contempo, era ciò che meglio conosceva di se stessa. Quel luogo magico e intonso che conservava gran parte dei suoi ricordi d’infanzia, come cristallizzati nel tempo. In quei momenti, si poteva estraniare dal proprio corpo, lasciarsi cadere di spalle nella nebbia della memoria.
Un autunno triste, di quelli che ti lasciano vuoto. Un tappeto di foglie ruggine si scompone, tra le risate dei bambini e una palla lanciata a tutta velocità sul mucchio inerme, spossato dall’arrivo dell’inverno.
“Hai perso, alla faccia tua!”, a cui seguiva una lunga pernacchia salivosa.
In piedi, con i pugni serrati sui fianchi, un bambinetto di sette anni con gli occhietti blu faceva capolino sulla palla.
“Ma io non vinco mai! Perché continui a cambiare le regole?”, calciando rabbiosamente il giocattolo.
“Funziona così, il più grande fa le regole, il più piccolo obbedisce”, rideva Margherita, di soli due anni più anziana.
“Non voglio più giocare, mi sono rotta”, proseguiva, tutt’un tratto disinteressata alla propria vittoria e all’attività da lei stessa imposta qualche minuto prima.
“Daii, facciamo nascondino?”
“Uffa, va bene. Io mi metto a contare, corri!”
Il buio, la corteccia ruvida sui dorsi delle mani di bambina, il fiatone di chi rincorre i numeri per non lasciare scampo alla preda.
“…9, 10, 11…”. Sempre più vicina alla caccia della selvaggina.
“…13, 14, 15…”. A gran voce, la cantilena.
“…18, 19, 20! Arrivo”. E scattava, verso i cespugli in fondo al cortile un po’ malmesso.
“Ma dove sarà mai?”. Dei risolini provenienti da est e un paio di scarpette con le luci suggerivano che il suo amichetto si trovasse proprio dietro un arbusto.
“Chi lo sa…”. Un passo felpato in direzione opposta, per destabilizzare chi si nasconde.
“Forse forse…”. Quindi, il 100m più veloce della storia e “Bu!”.
“AAAAH!”. E Gabriele correva e correva a perdifiato verso l’albero, la tana del leprotto da conquistare con tanto sudore.
Poi, la nebbia. Di quei giorni di urla e bisticci rimanevano pezzi e bocconi, un impasto eterogeneo che si attacca ai denti e non si leva nemmeno col filo. Dopo la breve pellicola, nulla più. Un punto al centro del vacuo spazio dei suoi pensieri, ricordi traditori.
Il peregrinaggio continuava: su per colline di cemento, giù per campagne di sentieri del Cai. Le prime lucciole estive brillavano timide su uno sfondo troppo chiaro per esser sera, ma troppo scuro per far mattina.
Una zaffata di uovo marcio le punse prepotentemente le narici, come mille vespe assetate di vendetta. Capì di trovarsi vicina alla piazza con le fontane di zolfo, temibile luogo di transito di odori molesti e vecchietti che odorano di canfora.
A guardarli, tutti gobbi e ignari del mondo che gira, provò un moto di nostalgia: sapeva che la fine, per molti, era vicina.
Quegli estranei raggrinziti, che pascolavano le marce panchine ai margini della piazza, le suscitavano tenerezza, un senso di protezione fuori luogo per dei volti sconosciuti. Chissà come si chiamavano.
Tra tutti ci sono sicuramente una Maria e un Luigi. Forse anche una Rosa.
Poi di nuovo, con prepotenza, l’avido becchino della morte si materializzava sullo sfondo dell’allegro commiato, smorzando ogni speranza di vitalità rinnovata.
L’idea che la morte potesse congelare gli scheletri della storia l’aggradava particolarmente: la criogenesi degli altarini non faceva sconti a nessuno.
D’altro canto, un morto non ha difetti. O, almeno, non può peggiorare la propria reputazione: non vi è scalata sociale, non vi sono arringhe che possano condannare chi per sé non ha più parole.
Il destino è compiuto, la persona è morta e con lei l’idea che ce ne siamo fatti, sia essa ottima o deplorevole. Pensava al bisnonno: buon uomo, estremamente risoluto e dalla folta chioma canuta anche a ottantaquattro anni. È morto d’infarto, la sua etichetta per sempre cucita addosso: “Qui giace il buon samaritano, padre di famiglia e uomo amante della montagna. Non ha mai tradito, ottimo risparmiatore”.
Nulla di più, nulla di meno, tutto al suo posto per l’eternità.
La sua camminata fu interrotta da un fischio animalesco.
Chiaramente, lo stesso discorso valeva anche nel male: uno stupratore ucciso a mazzate in testa nel carcere più pericoloso di tutto il Texas rimaneva sempre la bestia disumana che è stata in vita. Ed è tanto bestia quanto il contadino di paese che non sa tenerlo nei pantaloni e sibila al suo prossimo pasto.
Anche se non fosse morto, buona fortuna a difenderlo, avvocato.
Serie: Cocci
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