Niente sole a Venezia

Il sole oggi non ce la fa. Non può niente, contro il freddo che ammanta le ossa. Mi chiudo nel cappotto, troppo stretto. Durante le vacanze di Natale ho messo su qualche chilo. Maledetta pancia! Con quel che porto con me, poi, sono simile a un fagotto.

Lavinia mi aspetta all’attracco del vaporetto; Venezia è inclemente a gennaio però lei sembra non farci caso, ci è abituata. È imbacuccata in un piumino bianco che la serra tutta, dalla testa ai piedi.

So che non è bora, altrimenti ci sarebbe l’acqua alta e probabilmente entrerebbe in funzione il Mose – mi è stato risparmiato l’incubo degli stivali di gomma. Sarà perché lo scirocco a Venezia incontra l’umidità delle correnti atlantiche, che si percepisce glaciale. Vorrei andarmene di qui, tornare magari con la bella stagione.

Lavinia mi vede e viene verso di me. Per fortuna ha già messo in atto il suo rito, non avrei sopportato le lacrime. Non oggi. Due rose rosse stanno sul parapetto di legno, nell’area che delimita la zona delle gondole. Vorrei chiederle perché una è tutta spampanata e l’altra addirittura decapitata, ma proprio non trovo il coraggio. Non mi ero reso conto che il vento fosse tanto forte da danneggiare addirittura i fiori. “Che ci hai fatto con quelle rose, Lavinia?” penso.

Lei si agita, gesticola e sbraita qualcosa nella mia direzione. Ti ho vista, piccola. Sono qui.

Si stampa un sorriso sulla faccia, però si vede uguale che ha pianto. Il trucco sotto l’occhio sinistro appare sfumato. Appena un pochino, come in “Ritratto di signora” di Klimt. Solo per chi se ne intende, un gioco sottile di ombra e di luce. A me la cosa non sfugge.

«Benvenuto a San Marco, Marco!» mi dice. La sua voce argentina, uno stupido gioco fra noi, che facciamo ogni volta che la raggiungo a Venezia.

«Dogaressa Lavinia!» le rispondo. E m’inchino, le bacio la mano. Dio mio, che termine arcaico! Trovato su un vocabolario tanti anni prima e mai più abbandonato. Preziosa come la moglie del doge, è la mia bella Lavinia.

Lei sorride, ha denti bianchissimi e piccole rughe che s’insinuano ai lati degli occhi. Non glielo devo far notare, però, perché Lavinia si oppone al tempo che passa. Pensa sempre di doversi correggere, si fa fare cose. Punturine, acidi di tutti i tipi. Mancherà poco che vada da un chirurgo estetico e allora potrò dire addio alla sua faccia, che a me piace tanto. Non la riconoscerò più e ne avverto già nostalgia.

«Com’è stato il viaggio?» mi chiede. Anche questo come da copione. Un classico.

«In treno» rispondo. Non mi va d’essere serio.

Lei sbuffa, evita di dire che a volte non mi sopporta.

È lì che è capitato. Proprio lì, dove adesso quel giapponese sta aiutando la sua compagna a salire. Anche Lavinia e Boris stavano saltando su per andare a fare un giro romantico con la gondola, ma lui è inciampato. Le ha stretto la mano, si è aggrappato così forte che per poco non tirava per terra anche lei. Anzi, penso siano caduti entrambi.

È lì che Boris è morto. Infarto.

Lei torna tutti gli anni, nel giorno dell’anniversario. Il 15 di gennaio, alle 11 in punto.

Io mi faccio trovare sul posto, però le do un po’ di tempo per restare da sola. Un tacito accordo; la nostra giornata speciale. Solo dopo mi avvicino, raccolgo i cocci. La porto a mangiare una crêpe alla nutella, in un locale che si affaccia su un rio. Con gli anni ho imparato la differenza che c’è fra i rii e i canali. Non sono mica tutti uguali.

Sono il suo migliore amico, cosa dovrei fare? Lei mi guarda e la trovo bellissima.

D’un tratto annuisce, Lavinia. Mi fa capire che è pronta e che possiamo andare. Ha capelli ribelli, che nessuno è riuscito a domare.

Non mi ha mai confessato d’essere stata incinta. Quel giorno con Boris, se ne è andato anche suo figlio. Solo questione di tempo: troppo lo strazio! L’ho imparato di recente, me lo ha detto sua madre.

Lavinia mi vede prendere dalla tasca del cappotto un piccolo peluche. Riacquisto un poco della mia linea, però al suo cospetto mi piacerebbe fosse di più. Abbassa lo sguardo e alza le mani. In un gesto scomposto di chi non ne vuole sapere. Poi si gira e s’incammina, mi precede. Sa che la seguirò e sarò subito da lei. Nessuno parlerà di quel particolare. Mai più.

Ho sopportato le sue rose sfatte e decapitate, di sicuro lei tollererà che quel pupazzo, che vigliaccamente ho rubato a mio nipote, rimanga lì. Una sosta breve, fintantoché arriverà qualche altro bambino a impossessarsene, oppure finirà nel vento. Quello gelido di gennaio a Venezia.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

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Discussioni

  1. Ci sono amori destinati a rimanere nel silenzio. Come quello che hai descritto nel tuo racconto. Mi ha molto colpito l’immagine della rosa decapitata: un’istantanea che vale mille parole

  2. E’ stato difficile provare ad arrivare infondo senza gli occhi lucidi (e mi sa che non ce l’ho fatta). Scritto davvero bene, si percepisce il rispetto di Marco per le emozioni di Lavinia, le è vicino, ma in punta di piedi: “Solo dopo mi avvicino, raccolgo i cocci”.
    Davvero un bel lab, toccante.

  3. Ciao Cristina, sicuramente questo è un racconto dove i sentimenti la fanno da padrone. Ti confesso che ho provato un po’ di tristezza per il protagonista, per il suo amore costretto a restare in disparte. Comunque, come diceva uno più bravo di me, non è tanto quel che si racconta ma come lo si racconta e tu lo fai molto bene. Ci sono dei passaggi poetici, quasi filastrocche dolciamare, e un’ atmosfera malinconica sempre presente.

    1. Grazie Dario! Credevo proprio che tu non reggessi! Perché avevo la fissa del peluche, per cui alla fine ho messo un carico di zucchero da novanta. Un abbraccio