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Serie: Il Branco

Kato aveva deciso di smettere di respirare tre mesi prima. Ci aveva provato, aveva serrato le labbra con forza cercando di non inalare aria dalle narici. Giunto allo stremo il suo corpo aveva preso il sopravvento ribellandosi alla sua volontà. Non si poteva chiedere al cuore di cessare di battere, al sangue di pompare nelle vene.

Aveva pensato che i suoi fossero sentimenti, pulsioni, semplici: gioia, dolore, rabbia e paura. Quel “dolore” lo aveva stretto in un abbraccio feroce. Ricordava un compagno che aveva perso una gamba e giurava di avvertire l’arto mancante. Avrebbe preferito perdere entrambe le braccia, entrambe le gambe. La morte di Anaj e Kateeja lo aveva rotto in mille pezzi. Poteva avvicinarle solo in sogno: aperti gli occhi, la realtà tornava a sommergerlo.

Avrebbe potuto darsi la morte in altro modo, ma doveva pensare ai “bambini”: erano l’unica responsabilità che lo teneva legato alla vita. Aveva promesso alle loro madri di proteggerli e di riportarli a casa. Casa… non esisteva più, una casa.

Quando Rikas aveva portato notizie dai presidi si era sentito svuotare. Il Villaggio Numero Cinque era stato raso al suolo. Non aveva voluto credere al compagno, non fino a quando gli aveva consegnato un ciondolo di legno a forma di luna. Lo aveva regalato a sua figlia prima di partire per la guerra.

Erano morti. Tutti. Ammassati alle porte del villaggio in un cumolo di corpi tanto alto da formare una collina. Un avvertimento.

Aveva ceduto a Jobat il posto al comando della squadra di incursori, incapace di pensare. Si era accodato al gruppo, vagando come un sonnambulo. Simile a un ramingo. Chiamavano in quel modo i Daemon solitari che di tanto in tanto incrociavano lungo il cammino: anime impazzite, disertori senza meta e speranza. Era stato chiesto alle squadriglie di mettere fine alle patetiche esistenze di quelle creature e Kato aveva svolto quel compito nella convinzione di portare loro pace.

Nel dolore i “bambini” gli erano rimasti vicini, portando il peso del suo silenzio: grazie a loro la sua volontà si era fatta di giorno in giorno più forte. La consapevolezza era tornata a farsi largo nella nebbia, i suoi sensi a intuire oltre le parole e i fatti. Aveva preso coscienza che l’odore di Jobat era cambiato: “puzzava”.

Kato era certo che il compagno attendesse il momento giusto per disfarsi di lui. Jobat aveva sempre dovuto chinare il capo riconoscendolo come capobranco, ora che la situazione lo permetteva desiderava trarne profitto per assumere il comando in modo stabile. Avrebbe evitato con cura uno scontro frontale, Kato era in grado di batterlo in condizioni peggiori. Era l’unico maschio alfa nel gruppo. Tempo una decina d’anni e uno dei “bambini” avrebbe ricoperto quel ruolo, ma a dodici Kind era del tutto impreparato a sostenerlo. Nel branco di Jobat non sarebbe sopravvissuto fino a vedere l’inverno.

Rikas e altri tre Daemon svolgevano il ruolo di staffetta, alternandosi fra il comando del Capo Guerra e la zona assegnata alla loro squadra. Avevano montato il campo base in un parco giochi sufficientemente grande da assicurare cibo: in quella stagione le aiuole che delimitavano il perimetro offrivano foglie fresche e fiori. Per i prigionieri, era tutt’altra faccenda.

Dal Comando erano giunte nuove disposizioni: catturare gli umani e trasferirli ai presidi appena possibile. Rikas e i compagni intraprendevano il viaggio di ritorno ogni qualvolta ne avevano radunato una dozzina. Secondo le informazioni riferite dalle staffette, una volta lì gli ostaggi erano ospitati nei Villaggi nella speranza di dare fine agli assalti armati dei soldati.

La situazione aveva preso una piega preoccupante. Jobat aveva interpretato a modo suo gli ordini giunti dal Capo Guerra. Una volta catturati gli umani, procedeva a un’attenta selezione risparmiando solo chi era in grado di affrontare il viaggio mantenendo una buona andatura. Gli individui “deboli” trovavano morte immediata.

Nonostante il dolore provocato dalla perdita Kato non aveva mai alzato mano contro gli ostaggi: nulla avrebbe potuto riempire il vuoto che portava dentro. Nemmeno il sangue.

Jobat aveva assegnato ai “bambini” il compito di procurare cibo per i prigionieri: setacciavano gli edifici devastati alla ricerca di alimenti conservati raccogliendoli in una delle casse vicine al fuoco da campo.

Negli ultimi giorni Kato aveva osservato Arak con attenzione, preoccupato dal suo comportamento. Il “bambino” attendeva il far della sera per avvicinarsi alla dispensa senza essere notato.

Quella notte finse indifferenza. Seguì con lo sguardo l’incedere cauto del giovane Daemon, focalizzando l’attenzione sulla cassa. Arak vi posò mano, veloce, prelevando una latta che nascose all’interno della casacca.

Kato si lasciò avvolgere dall’oscurità concedendogli un piccolo vantaggio. Arak lasciò l’accampamento dopo aver salutato il compagno di guardia, allontanandosi in fretta verso quello che un tempo era stato un centro commerciale. Nelle ore di riposo nessuno badava ai “bambini”, erano sufficientemente grossi per sapersela cavare da soli. Per Kato fu più difficile defilarsi, ma alla sua età contava di riflessi pronti ed esperienza.

Arak si fermò all’angolo di una strada, sbracciandosi per attirare l’attenzione di qualcuno. Dal retro della carcassa di un camioncino sbucò Kind: ricambiò il saluto dell’amico andandogli incontro.

« L’hai presa?»

Arak annuì, estraendo la lattina dalla camicia. « È di quelle piccole » scivolò con lo sguardo sull’etichetta che non era in grado di leggere « credo sia carne coperta di quella roba viscida come la bava di una lumaca. » Rabbrividì, chiaramente disgustato.

Kind gli diede una pacca sulla spalla. « Andrà bene. »

Arak sembrò rassicurato dalle sue parole: pur non disponendo di una memoria atavica il suo istinto riconosceva l’altro come leader.

Ripresero il cammino, affiancati, fino a giungere alla vetrina rotta di un negozio. Kato riuscì a scorgere alcuni manichini rovesciati che ai suoi occhi acuti parvero pallidi come la luna.

« Siamo noi. »  La voce di Arak si abbassò di tono. « Abbiamo portato qualcosa. »

Attesero parecchi minuti prima di essere raggiunti dalla figura pienotta di un umano vestito in modo strano. Il ragazzino tese la mano tremante, tenendosi a distanza. La fame poteva più della paura. Una volta aperta la scatoletta, le sue labbra si piegarono leggermente. « Tonno. »

Kind sbirciò, storcendo il naso. « Ha un brutto colore. »

« È buonissimo. »  il ragazzo piegò le ginocchia e sedette sui talloni. Divorò il contenuto in fretta, afferrando il tonno con le dita per portarselo alla bocca convulsamente.

Kato non aveva bisogno d’altro per sciogliersi dalle ombre e raggiungerli. Il giovane umano lasciò cadere la lattina lasciandosi sfuggire un verso simile al miagolio di un gatto. Osservò il nuovo arrivato sbiancando in volto, poi, rassegnato, afflosciò le braccia lungo i fianchi. Kato comprese perfettamente il suo stato d’animo: era stanco di lottare, aveva deciso di dichiarare resa alla vita.

« Esigo delle spiegazioni. »

Fu Kind a schiarirsi la voce. « Randy è rimasto solo. »

Randy. Non “ragazzo”, non “umano”. La loro gente attribuiva grande importanza al nome.

« Qualcuno del branco avvertirà il suo odore. Avete pensato a cosa fare quando accadrà? »

« Possiamo aiutarlo a scappare. »

Kato osservò la speranza farsi largo nel volto di Arak, sentendo un nodo allo stomaco: doveva spezzare sul nascere qualsiasi illusione. « Dove? Lo troveranno. » i “bambini” ammutolirono di colpo. « Potete evitare lo sguardo che illumina gli occhi degli incursori durante le retate, ma non potete tappare il naso per evitare l’odore: uccidere dà loro soddisfazione. »

Posò nuovamente lo sguardo su Randy, trovandolo immobile. La sua gli ricordò la postura di una preda oramai certa della morte. Era un cucciolo che non aveva più forza per tremare.

Kato sospirò, chiudendo gli occhi per un istante. I tre ragazzini avevano trovato il modo di legare: il danno, se tale era, era stato fatto. Prese la sua decisione in fretta, allo stesso modo in cui agiva nella battaglia.

« Andiamo a Casa. »

Gli occhi di Kind si inumidirono. « Non c’è più, casa. »

Il capobranco si avvicinò all’umano prendendolo per la camicia: lo sollevò fino a quando si resse sulle gambe da solo.

« Vi porto a Casa, tutti. »

Arak fu il primo a comprendere. « Vuoi lasciare il branco? Diventeremo dei raminghi. » la paura gli fece tremare la voce.

« Se camminiamo fino all’alba metteremo sufficiente distanza. Senza l’ordine del Capo Guerra Jobat non impiegherà l’intero gruppo per darci la caccia. I raminghi sono deboli perché soli: se qualcuno ci verrà contro, lo affronteremo. »

Kind e Arak riacquistarono colore in viso. Il Dominante aveva fatto ritorno.

« Mettiamoci in marcia, troveremo qualche asta di ferro fra le macerie. » Kato diede una leggera spinta all’umano, invitandolo a camminare. « Forza ragazzino, oramai fai parte del mio branco. La strada è lunga. »

Dopo aver chiesto permesso con lo sguardo, Arak si avvicinò a Randy. « Se vuoi ti porto sulle spalle. »

« No. » Randy fissò il gigante che lo sovrastava, stringendo per un attimo il ciondolo a forma di drago che portava allacciato al collo con un cordino di cuoio. « Andiamo a Casa. »

Serie: Il Branco
  • Episodio 1: Funerale Vichingo
  • Episodio 2: No
  • Episodio 3: Drago
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    Commenti

    1. Lara Coraglia

      Ho letto anche questo capitolo e ne sono rimasta affascinata. Mi piace molto conoscere i retroscena dei vari personaggi che formeranno poi l’intero “branco”. La tua capacità di descrivere personaggi, ambientazione e dialoghi è significativa. Come ho letto nei commenti, concordo sul pensare di fare un romanzo perché le cose da raccontare immagino siano tante e avresti modo di approfondire meglio ogni argomento. Detto questo, bravissima 👍💪

      1. Micol Fusca Post author

        Sì, mi sto rendendo conto che quello che è iniziata come una storia sta prendendo vita propria ed espandendo. Finite le serie penserò a come utilizzarle per farne un vero e proprio romanzo. Grazie ancora per il tuo appoggio!

    2. Massimo Tivoli

      Un altro episodio affascinante. Ci presenti il gruppo che darà il via all’avventura. Come già ti ho detto, si intuisce una complessità di mondo – tra ambientazione e personaggi – che forse è un po’ stretto qui su EO. Questo episodio è molto bello nell’essere un episodio di semina e tu sei brava a presentare i personaggi man mano che l’azione si svolge, senza compartimenti stagni descrittivi. Però credo pure che, in 1500 parole, potrebbero essere un po’ troppi i personaggi che il lettore deve seguire e tenere a mente, soprattutto considerato che di ognuno puoi solo sbilanciarti a mostrare qualche piccolo dettaglio. Non vorrei essere frainteso, non è una critica, è semplicemente per dire che, secondo me, tra quanto sto leggendo nell’altra serie e quanto sto leggendo in questa, c’è davvero spazio per un romanzo 🙂

      1. Micol Fusca Post author

        Hai ragione, se non avessi a disposizione le “serie” raccontare questa storia sarebbe impossibile. Ho fatto una chiacchierata con Tiziano, chiedendogli consigli per il futuro. Le tre stagioni per serie (30 episodi) mi consentono un certo margine di libertà, potrei utilizzarle per pubblicare alcuni romanzi brevi che ho fermi nel cassetto. Non è questo il caso de Il Dio Solo e Il Branco, vicenda che ho immaginato solo di recente. Le gesta dei nostri eroi si concluderanno con le due serie in corso e forse… un’ultima. Sto comunque valutando l’idea di farne un romanzo.