
Non dire gatto…
Se il cambiare opinione è indice di intelligenza e quindi, come scrisse qualcuno, “solo gli stupidi non cambiano mai idea”, ecco, allora io ho il quoziente intellettivo di Albert Einstein.
Io sono la regina incontrastata dei cambiamenti e delle passioni fuggenti.
Io odio i cambiamenti.
Anzi, li amo.
No, li odio.
Non li odio del tutto, un po’ li amo. Forse.
Non posso farne a meno, ma mi danno fastidio.
Si è capito che da sempre, in famiglia, io sono “quella dei grandi entusiasmi che sopravvivono dalla sera alla mattina”. Mi apostrofava così la mia mamma, ridendo.
Mi posso definire un’esperta in obsolescenza programmata delle mie passioni: come alcune marche di elettrodomestici resistono qualche anno prima di prendere la via dello smaltimento, così è risaputo che le mie passioni durano quanto un gatto in tangenziale…
Se fossi stata sempre costante e coerente, tra le altre cose adesso sarei, in ordine sparso:
– un’apprezzata chitarrista, grazie alla chitarra che mi era stata regalata per il mio 13simo compleanno. Strumento musicale mai uscito dalla sua custodia, se non per farlo vedere alla persona a cui sarebbe stato successivamente regalato.
– una raffinata ricamatrice a punto e croce. Durante il periodo universitario acquistai in edicola 1239540395839 fascicoli di “Kit Punto e Croce” (tuttora giacenti pieni di polvere nella mia vecchia cameretta), con tanto di approfondimenti per veri esperti.
Pochissimi anni fa mi sono ritrovata a consegnare a mia cugina Federica, con malcelato orgoglio, il quadretto per la nascita di Alessandro, il suo primo figlio.
Nato il 6.12.2006. Quasi alla vigilia della maggiore età.
Per Caterina, nata nel 2008, sto ancora pensando a cosa ricamare. Ma nel frattempo mi sono scordata persino di come si tenga in mano un ago.
– una famosa ballerina di tango, se non fosse che il mio accompagnatore ora ha i piedi come quelli dell’hobbit Frodo Baggins, a furia di essere pestati senza alcuna pietà né, soprattutto, senza alcun senso del ritmo;
– una sommelier. Dopo aver fatto un corso di degustazione, ho capito che alla teoria preferivo di gran lunga la pratica sul campo;
– magra. Sarei magra e basta. Il capitolo diete è l’apoteosi del mio altalenare.
MA. C’è un MA gigante, l’eccezione che conferma(va) la regola.
La mia certezza granitica. Il mio unico credo.
Io ho sempre ODIATO i gatti.
Non è che non mi piacessero, li detestavo proprio. Un mix tra repulsione, diffidenza e fastidio. Per me esistevano solo i cani, era impensabile l’idea di interfacciarmi con un quadrupede peloso che miagolasse in modo petulante e ingiustificato, mentre tentava di affondare le unghie nella mia carne senza un apparente motivo.
Io ero destinata ad essere “team cani” per tutto il resto della mia vita.
Sarei potuta diventare cittadina onoraria di Vicenza.
Nonostante la mia passione per la storia, fu per me difficilissimo accettare che gli Egizi considerassero i gatti animali sacri e divini.
Per fortuna prima i Persiani (no, non i felini…sempre a parlare di gatti si finisce) e poi Alessandro Magno posero fine alla civiltà che, tra le prime, fece del gatto un simbolo da venerare.
Ovviamente alle origini di questa idiosincrasia vi sono loro, le mie adorate cugine. Anna e Federica (sì, quella del quadretto per il figlio) che per anni mi hanno costretta ad una convivenza terribile con i loro gatti durante le nostre estati al mare.
Convivenza traumatizzante che ricorre nei miei incubi peggiori.
Ricordo una gatta in particolare: la “dolcissima” Pepita, tricolore dal pelo lungo di rara bellezza e, soprattutto, rarissima ferocia. Roba che al “Parco delle Cornelle” non l’avrebbero messa nel recinto delle tigri per paura che venissero sbranate e digerite in 5 minuti.
Pepita, una palla di pelo perennemente incazzata con il resto del mondo.
Voci di corridoio dicono che fosse dedicata a lei “Bella stronza”, la canzone di Marco Masini che tanto andava all’epoca.
Padrona indiscussa di casa; il suo passatempo preferito era quello di fare gli agguati alle caviglie di chi malauguratamente passava da una stanza all’altra. Lasciandovi dei segni indecifrabili. Ma sono certa che, nel linguaggio felino, la traduzione di quei geroglifici fosse: “Scemo chi legge e morto chi mi tocca”.
Dalla stele di Rosetta alla stele di Pepita è un attimo.
Le colazioni alla mattina erano dei capolavori di strategia militare (lei) per sfiancare il nemico (noi): Pepita, seduta a capotavola o direttamente sul tavolo, ti scrutava in modo temibile, facendoti mandare di traverso il latte con il Nesquik e instaurando un vero e proprio clima di terrore e tensione, che puntualmente sfociava in qualche attacco a tradimento.
Praticamente, ti sembrava di essere a tavola con Hannibal Lecter. O con il mio professore di latino e greco del ginnasio, noto sadico.
No, non era piacevole.
I rientri notturni dopo le serate con gli amici erano dei veri terni al lotto, dove ti auguravi di trovare la mamma pronta a dispensare castighi per il ritardo, anziché la dolce Pepita pronta a cavarti un occhio una volta andata a letto. Era d’obbligo ricordarsi di chiudere a chiave la porta della camera per evitare di addormentarsi con due occhi e risvegliarsi Polifemo.
Insomma, la gattaccia…ehm…volevo dire gattina, aveva trasformato la nostra casa di villeggiatura nell’Hoverlook hotel di “Shining”: terrore allo stato puro. Ovviamente, sempre pronta a fingersi una cucciolina indifesa con le sue ignare (ma non del tutto) padrone.
Mi domando ancora adesso quali armature indossassero per metterla nel trasportino quando dovevano portarla dal veterinario.
Pepita ora non c’è più, ma ha lasciato un segno indelebile (principalmente in senso fisico) in tutti coloro che hanno avuto la fortuna di incontrarla.
Pare che, quando abbia percorso il Ponte dell’Arcobaleno, gli altri animali si siano scansati alla velocità della luce.
Non ho, fortunatamente, ricordo di convivenza con altri gatti.
Anzi, un paio di estati fa un randagio nero -non apro nemmeno il capitolo sui gatti neri, essendo superstiziosa (Cori, scusami con il tuo Popi se mi stai leggendo)- ha cercato di intrufolarsi nella casa dove stavamo trascorrendo le vacanze.
Sfigatto, soprannominato così perché chiamarlo Gattomerda davanti ai miei figli sarebbe stato poco educativo, si presentava tutte le sere in veranda all’ora di cena per pietire qualcosa da mangiare.
Qualsiasi essere vivente che cerchi di rubarmi il cibo dal piatto è destinato a morte lenta, dolorosa e… a stomaco vuoto.
Dato che in vacanza siamo tutti più buoni e rilassati, Sfigatto a fine soggiorno era ancora vivo. Semplicemente aveva capito, aiutato dalla sottoscritta, che non era il caso di rompermi le scatole.
Ah no! Ora che mi viene in mente c’è un altro gatto che ha attraversato la mia vita, quello che sinora consideravo il migliore, in cima alla lista dei miei preferiti: il gatto di un’amica che, appena entravo in casa sua, spariva dalla circolazione e non si faceva più vedere. Lui sì che aveva tutta la mia stima!
Questo il mio rapporto con i gatti sino a novembre dell’anno scorso.
Da allora, nulla è stato più come prima.
Ma questa è un’altra storia.
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco
Avevo già intravisto del talento nel precedente racconto, ma qui c’è proprio un’esplosione! Scrittura pulita, trama scorrevole, humor, citazioni… adoro quelle citazioni. E vorrei sottolineare quei due riferimenti tra le righe che forse non tutti colgono: “vicentini magnagatti” e “ti presento i miei”.
Mi inchino alla bravura.
Un bel racconto ironico, che condivido in pieno, soprattutto dal punto in cui inizia la questione sui gatti. Mi ricorda “Io e Mal” uno dei miei primi racconti pubblicati su Open.
Intravedo, tra le righe, esperienza di vita vissuta e leggerezza nella narrazione, con uno stile curato, scorrevole e conciso, che rende gradevole la lettura.
Ciao ❣️
Il testo di per sé è molto semplice, nel senso che c’è il racconto della personalità della voce narrante … che si mostra indecisa sulla vita, cambia diversi hobby.
Ha un solo punto fermo l’odio per i gatti, da qui inizia la narrazione del suo rapporto con i felini.
Da questa trama di per sé semplice, però otteniamo uno scritto pieno di altre informazioni e riferimenti vari. L’immagine che ho avuto nella testa mentre leggevo è stata quella di uno schema dove c’è la trama principale al centro e da questa si dipartono tutte questi altri piccoli accenni che vanno da Alessandro magno e i persiani a Hanibal Lecter, passando per Marco Masini.
La cosa interessante però è che tutte queste piccole informazioni non distolgono l’attenzione dalla trama, né tantomeno dal tono umoristico, ma sono un’aggiunta che aiuta il tutto a compiersi.
Complimenti ❣️
Parola mia, questo è il classico testo che mi mette in crisi. Di tanto in tanto mi trovo di fronte a racconti di vario genere che mi lasciano sospeso in un limbo. E allora dico: lo odio. Poi: lo amo. Poi lo odio. And so on.
“Da allora, nulla è stato più come prima”. Qui sequel ci cova. Quello che, posso immaginare, farà risollevare l’umore dei gattofili.
Qualcosa mi “acchiappa” in questo scritto. Più di qualcosa in realtà. Una notevole sincerità intrinseca, l’indubbia condivisione delle mille incertezze che non terminano con l’adolescenza. L’autrice ha tanto da dire e il modo volutamente sbarazzino in cui lo fa non mi impedisce di pensare che ci sia una significativa padronanza della scrittura. Sono rispettoso delle scelte e l’ironia è sempre benvenuta: ma a fronte di certe abilità, sarebbe un peccato limitarsi a questo.
E poiché con le parole proprio non ci so fare, preferisco chiarire: si tratta di un complimento.
Resto in attesa del cambio felino d’orizzonte.