Non dire gatto.

Serie: Il mestiere del sogno

“Stavolta ci giochiamo la licenza.”

Zachary alzò gli occhi verso il soffitto e sbuffò rumorosamente, poi si voltò a fissare il collega. Si accarezzò la folta barba rossiccia prima di rispondere, come era solito fare specialmente sotto stress. Una mania da poco, un tic nervoso. Tormentava quella povera barba in continuazione. Probabilmente lo avrebbe fatto anche coi capelli, se ne avesse avuti.

“La smetti? Sono, quanto? Sei anni? Sei anni che lo ripeti, tutti i giorni trovi un qualche motivo assurdo per attaccare con questa lagna. Stavolta ci giochiamo la licenza, stavolta è finita, ci ritirano la licenza. Falla finita! Non hai la minima idea del perché Balthazar ci abbia convocato, potrebbe essere per una cosa qualunque, e tu invece ti fissi con questa storia della licenza!”

Bart sembrò non sentire la voce del compagno, si limitò a riservargli uno sguardo acquoso, rassegnato. “Io non ci torno su Avalon, Zac. Io piuttosto mi do alla latitanza.”

“Oh ma insomma, mi vuoi ascoltare! E non chiamarmi così, mi da sui nervi. Come se non te l’avessi mai detto.” Afferrò una rivista di uncinetto dalla pila che giaceva sul tavolinetto di fronte a loro, che insieme al poster con una veduta aerea di New York e alle sedie di plastica su cui erano seduti, completava l’arredamento della squallida sala d’aspetto in cui si trovavano.

“Zachary, parlo sul serio. Ho un gran brutto presentimento.”

“Perché sei un patetico, pessimista, depresso ex alcolista che dio solo sa perché mai abbia smesso di bere. Eri molto più simpatico da sbronzo.”

Bart sembrò scuotersi un po’ dal torpore, si sedette più composto sulle sedie della sala d’aspetto e si sistemò la giacca nera.

“Non voglio litigare, per cui non insisterò. Ma tu dovresti tenere più di conto i miei presentimenti.”

“Ma guardati. Rasato di tutto punto, capelli in ordine, tutto vestito di nero. Sembri un prete. Padre Bartholomew.”

“Se io fossi un prete non sarei il tuo compagno, e quindi tu saresti morto da un pezzo, considerando quante volte ti ho salvato la vita. E non chiamarmi Bartholomew.”

Zachary scattò in piedi e si mise in guardia, come un vecchio pugile anni trenta.

“Dai, vieni, fatti sotto. Ti stendo. Non mi ci vuole niente.”

“ Mettiti seduto idiota. Non peggiorare la situazione. E come ti sei vestito? Sembri un boscaiolo.”

Rimanendo in piedi, si sistemò la camicia a scacchi e il gilet.

“Cosa vuoi capirne? È casual. Qualunque sia il motivo per cui ci ha convocato mister Fluffy, dovremmo apparire casual. E tu invece sembri ad un funerale.”

“Il nostro. Ecco, l’ho detto. Ci ritirano la licenza, è da una settimana che ho delle brutte sensazioni e dormo male. Tra massimo una settimana saremo ad Avalon a fare il picchetto sulle palizzate.”

Zachary rimase a bocca aperta, esasperando l’espressione di sorpresa.

“Ma sei scemo o cosa? Sei un ricorrente, cosa significa per uno come te dormire male?”

“Peggio del solito, ecco cosa vuol dire. Ma che vuoi saperne.”

La porta dell’ufficio antistante le loro sedie si aprì, troncando il loro battibecco.

“Avanti”. Una strana, acuta voce li invitò ad entrare.

I due si guardarono un’ultima volta come cercando di concludere la discussione senza parlare, uno sforzo di trovare una sorta di linea comune prima di entrare. Bart si alzò e deglutì, avanzò verso la porta aperta, passando davanti a Zachary, che lo afferrò per un braccio.

“Fa parlare me. Rilassati, sorridi e fa parlare me.”

Bart sembrò rilassarsi, e sorrise. “Le palizzate, Zachary, le palizzate”. Ed entrò.

L’ufficio di Balthazar Ramirez Moncada y Velasquo era ciò che ci si poteva aspettare giudicando la sala d’attesa. Un grigio ufficietto da impiegato del catasto, una finestra dai vetri opachi con incastrato un condizionatore a ventola che emetteva un minaccioso e cupo ronzio, mura da cui la carta da parati si staccava in riccioli pendenti, lasciando vedere orride macchie di muffa. Un vecchio schedario di metallo minacciava di infettare di tetano chiunque si fosse avvicinato all’angolo di stanza in cui era stato relegato. In mezzo alla stanza, equidistante da tutti questi elementi, l’unica nota stonata: una scrivania pregiata di foggia antica, in legno scuro e lucidissimo. Sopra ad essa stava seduto composto, con la grazia soprannaturale propria della sua specie, un gatto grigio con due grandi occhi gialli.

I due entrarono un po’ impacciati, cercando di non incrociare lo sguardo del felino.

“Signor Velasquo…” disse ossequioso Bart, con un cenno di saluto della testa.

“ Niente manfrine” tagliò corto il gatto.

“Balthazar, come mai ci hai convocato con urgenza? Hai trovato un ufficio nuovo e ti serve una mano per il trasloco?” Zachary sorrise, grato al collega di aver rotto il ghiaccio.

Il gatto tirò indietro gli orecchi, minaccioso.

“Non vorrei la tua mano vicino neanche se stessi soffocando con una palla di pelo. Il mio ufficio è perfetto così com’è. Piccolo, umido e sgradevole per chiunque, a parte me.”

Zachary capì che non era il caso di ribattere e taque, accarezzandosi nervosamente la barba.

“In numerose occasioni ho tollerato il vostro pressapochismo. Principalmente perché se dovessi decidere di revocarvi la licenza, dovrei assegnarla ad altri, e non si sa mai chi ti capita. Dovrei organizzare colloqui, incontrare delle persone. Degli estranei…” Il gatto pronunciò l’ultima parola con un velato ma sincero orrore. “Siete inetti, ma la pigrizia vi rende quasi del tutto innocui, e la vostra completa mancanza di ambizione è una sicurezza cui rinuncerei malvolentieri. Ad ogni modo, avete un debito con me, e adesso potreste essere nella condizione di sdebitarvi. Almeno in parte.”

Bart prese la parola, non tanto perché lo volesse, quanto per paura di quello che avrebbe potuto controbattere il suo compagno.

“Ma certo signore, noi saremo davvero felici di essere utili.”

“Utili? Non ho la minima speranza che possiate risolvere il caso che intendo sottoporvi. Mi sono impegnato a trovare qualcuno che se ne occupi, non qualcuno che lo risolva.”

“Pressioni dall’alto?” A Zachary piaceva capire i retroscena delle cose. Bart odiava la curiosità almeno quanto odiava l’avventatezza, lo spirito d’iniziativa e gli orologi digitali.

“Tu non hai idea, e dico davvero, della pressione che chi sta sopra di me tenta ogni giorno di fare sulle mie spalle. Ma il loro agitarsi non può in alcun modo turbare il mio stato d’animo, ve lo assicuro. Sono io che metto pressione alla gente, non viceversa. Sono un gatto, dopotutto. No, Zachary, non ci sono strani e misteriosi retroscena, c’è soltanto un caso che non intendo affidare a nessun agente ufficiale.”

Zachary non riuscì a trattenersi, nonostante percepisse in modo chiaro e distinto l’odio montante del suo collega. “Perché è troppo sporco?”

“Perché è troppo stupido, un’inutile perdita di tempo nel migliore dei casi. Se lo risolvete non cambia niente. Se non lo risolvete, non cambia niente. Soltanto, purtroppo, a quanto pare è di mia competenza, e quindi devo trovare qualcuno il cui tempo sia di così scarso valore da non costituire per me un problema che lo sprechi dietro alla Vedova Smith.”

Prima di continuare, Balthazar si prese il tempo di godere dell’espressione prostrata di Zachary.

“Gelsomina Garibaldi, vedova dell’ex Royal Air Force Maresciallo dell’aria Sir John Galvan Smith, che Giovedì scorso si è spento nella sua camera da letto alle ore 23.00 circa, alla veneranda età di 94 anni. La vedova, una signora tanto gentile e premurosa, sostiene di aver sentito parlare il marito, da solo nella stanza, e di aver udito un grido strozzato. Aperta la porta di camera ha fatto in tempo a vedere uno strano bagliore vicino al letto. Dopodiché si è avvicinata al marito, constatandone la morte.”

I due, in piedi di fronte alla scrivania, iniziavano a domandarsi in cuor loro cosa diamine ci facessero lì e cosa mai potessero avere a che fare con la vedova Smith.

“Per qualche ragione che ignoro la signora ha un qualche tipo di ascendente su un pezzo grosso, giù ad Avalon, che garantisce per lei. I ragazzi del reparto anti intrusione mi hanno confermato che sì, al momento del decesso del Maresciallo Smith, nel quartiere dove abitava potrebbe essersi verificata un’anomalia di soglia. E questa coincidenza basta e avanza a farvi essere qui, stamani.”

“qui ho tutti i dettagli” proseguì voltandosi leggermente verso l’angolo esterno della scrivania, che ospitava una cartelletta azzurra. “Ora prendetela e sparite. Tra una settimana mi farete rapporto dicendo che non avete scoperto niente. O che, indagando su questo caso, siete risaliti indizio dopo indizio fino a sventare un complotto ordito al fine di distruggere il mondo. Per me è lo stesso.”

Zachary prese la cartella e deglutì, preparandosi a fare una domanda.

“E prima che me lo chiediate, dentro troverete anche mezza oncia d’oro. Qualunque cosa accada, non avrete altre risorse.”

Un largo sorriso sorse sul viso di Zachary, che non fiatò, e prese ad allontanarsi lentamente verso la porta, camminando all’indietro.

“Grazie, Balthazar, faremo del nostro meglio. Tra una settimana avrai il rapporto, non mancheremo.”

Balthazar non rispose, rimasto solo cominciò a leccarsi una zampa con meticolosità. Si sentiva particolarmente soddisfatto, era riuscito a fare ciò che i suoi superiori si aspettavano da lui, con il minimo sforzo e senza che nessuno fosse riuscito anche solo lontanamente a capire il suo piano. Come sempre.

Serie: Il mestiere del sogno
  • Episodio 1: Un vecchio Blues
  • Episodio 2: Un vecchio Blues #2
  • Episodio 3: Non dire gatto.
  • Episodio 4: Il diavolo sta nei dettagli #1
  • Episodio 5: Il diavolo sta nei dettagli #2
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    Commenti

    1. Alessandro Ricci

      La storia si fa interessante con l’introduzione dei nuovi personaggi. Lo stile un po’ surreale e frizzante cattura piacevolmente l’attenzione.
      Bellissime le descrizioni e i dialoghi, si vede che c’e del mestiere