Non è una rana

Non ero più io, nella vita da solo davanti al computer. Ripetuta ogni giorno, il lavoro rinchiuso in ufficio l’avevo perso, ormai si lavorava a distanza.

Qualcosa cambiò, non se in un giorno, o in un semestre… gli altri dicevano così. Sei diventato più verde. -Ma verde con che significato? Ambientalista? La macchina vero… non la usavo più, la bici era ormai il veicolo preferito- mi chiedevo, anche se il vento tra i capelli, cecava di spazzare via i pensieri. Era per quella ragione forse, che scelsi la bicicletta, il suono del vento e nient’altro c’è, quando sei solo.

Ad altri apparivo allo sguardo solo un po’ cambiato nel giro di qualche settimana.

Lo specchio mi suggeriva che io ero esattamente come mi ricordavo, tutto apposto… stessa faccia, stesso fisico.

Ma erano le parole altrui a farmi pensare tutt’altro. -L’hai visto quello, sembra una rana che gracida quando parla-…

Tra i miei pensieri, si riaffaccia uno di qualche settimana fa…

Poi non so ero… ad un tavolo da Edy e salta fuori Clara, come argomento -Sappiamo che ti piace… il ranocchio ha bisogno di essere baciato- parlandomi della mia più recente, cotta o forse amore. Perché alcuni si fingono fessi, ma sanno, fingono di non essere al corrente, ma per vie traverse vengono a sapere anche prima di noi.

Da Edyta, o “Edy” era un caffè, dove prima ci fu una calzolaia, che aprì negli anni ’50. La gerente veniva dall’odierna Repubblica Ceca, si suppone per sfuggire al regime comunista, che prese il potere alla fine degli anni ‘40. Circa una decina di anni dopo chiuse il negozio, perché il figlio fece fortuna, durante il boom economico del dopoguerra nell’industria del cinema. Pare, considerando che era sempre stato in un negozio di scarpe, ed avendo dimestichezza con l’abbigliamento fosse diventato costumista. Non certo di film i serie B, i principali, quelli dello locandine, i film i cui titoli vengono scritti a caratteri mobili sopra le entrate dei cinema. Chiuso il negozio, questo fu acquistato da un imbianchino senza arte né parte. Vendeva vernici principalmente, ed allo stesso tempo era un mediocre pittore qualunque. Sarebbe successivamente fallito causa delle ripetute sanzioni per la totale inosservanza delle norme di sicurezza. C’erano bidoni semi iniziati, sparsi senza cura, chiazze di vernice sul pavimento, e poi un macello di quadretti e ritratti simil-impressionisti accatastati e celati dalla polvere pesante. Si faceva pure pagare e non poco… Una cosa sembrava contrastare con il caos del negozio: era l’insegna del negozio precedente, in quanto scolpita nel legno tenuta alla perfezione. Le modanature, i dettagli in vernice d’oro delle scarpe rappresentate insieme a dei motivi liberty, in stile Moucha, non certo che poteva capire la gente in questa città piccola vicino ai Grandi Laghi. Solo che questa opera d’arte non si poteva notare, soprattutto durante i mesi caldi. I fumi del solvente aleggiavano, pungevano, stendevano, ti schiacciavano quasi: ricordo da bambino, mi prendevano il naso, ed un conato allo stesso tempo mi scuoteva, letteralmente ti sospendevano.

Ora si sparge un aroma di Caffè e cioccolata da Edy, sovrastato dall’insegna originale del calzolaio. Ad ogni modo, quando mi invitavano il ricordo si faceva forte, e sentivo di nuovo quel terribile solvente. Chi non ha vissuto qui ai tempi di quando ero bambino non può sapere, tranne se qualcuno per caso racconta la storia del locale.

Anche oggi ero stato invitato: ritrovo tra vecchi amici di università. Non avevo bei ricordi da Edy infatti… i primi sono i ricordi che ti porti dentro per sempre… ci passavo sempre con la cartella, che fungeva da zavorra, ogni giorno, davanti quel negozio non si poteva fare altra strada per andare a casa. Cercavo di chiudere con il passato. Eppure tornava! Prepotente, si scontrava con il presente e riaffiorava con le vesti, di quella puzza di sostanza chimica nociva da uccidere anche un elefante, quando mi accingevo ad entrare. Gli altri non la sentivano, non la ricordavano, non potevano, non sapevano erano arrivati dopo in città, o nati qualche anno dopo, quando fallì il negozio dell’imbianchino. Non si possono spiegare certe cose, le devi vivere, non puoi descrivere a parole la musica, a chi sente solo suoni, ma ciò che dipinge è come non esistesse.

Un altro ricordo si riaffacciò, sempre legato ad Edy. Tante persone esistono ma non vivono, ricordo Natalie… lei si era innamorata del mio amico… carina. Lei veniva da fuori, amica in comune, con il mio amico, incontrata in viaggio… Usciamo a tre, lui non era interessato, lei sembrava presa, per il mio amico, ma con una certa vaga ambiguità del “forse, ma non è così”. Non ero uno rana, quegli anni. So solo che esagerammo tutti con il bere, e venni a sapere Natalie non era impegnata. Ci rivela per quello che siamo, vino, birra o liquore che sia. Allora la abbraccia, la accarezzavo, lei sospesa tra quel sì e no… forse, al vorrei e non vorrei, il senso in sospeso dell’ubriachezza, più lento e più morbidi i passi, più vero. E cercai di baciarla, e nulla successe, si ritrasse, quella parte ordinata della riflessione del dopo, di ciò che potrebbe succedere vinse. Rispetto o paranoia? Anche in lei ciò che non si può avere, ciò che è difficile rende trasparente, fino a svanire ciò che ci troviamo così poco distante. In questi momenti esistiamo, e non viviamo, come tutte le persone che ripiegano sul senno del poi. Invece, sento un vento dell’una, tra la via stretta, che porta via i pensieri e ti bacio, anche se non vuoi adesso, perché quello che vorrai sarà altro… e cosa hai perso tu? Né l’impossibile né il possibile hai avuto… maledetti pensieri e attese per qualcosa ci siamo illusi verrà, che ci fanno perdere ciò che abbiamo davanti. Poi l’impegno del rivedersi tra alcuni amici, che erano partiti, per andare chissà dove, fece tornare la scena negli abissi dei ricordi…

Eravamo in cinque seduti al caffè, ma solo Sanna parlava. Le cui parole mi ferivano, sembrava quasi volesse congelarmi in un ruolo, per sfizio suo. Quasi quando piazzano il manichino che usano i pittori, è l’artista che decide la posa nel dettaglio minimo. Così mi sentivo ad ascoltare le frasi pungenti di Sanna. -Lo faceva apposta, o erano limiti dati dall’insensibilità?- Percepivo che processava mille parole al minuto, selezionando le più fuori luogo e distruttive sul mio animo. Allusioni, battute, sembrava che impattassero, come scudisciate appena cercavo di saltare via, al prossimo lido. -Ranocchio??- così mi risuonò dicendolo a bassa voce, da solo, come se i lustri delle scuole dell’obbligo, di impaccio fossero rimessi a nuovo. Il terzo irish coffee stava facendo effetto. Volevo gridare, delle parole di disapprovazione, ma ne uscirono sillabe scordinate, che erano simili spaventosamente un verso di rana, “greeeae!” e gridavo… ma il verso era quello. Stava accadendo qualcosa! Allora mi alzai con la scusa del bagno. Mi diressi allo specchio, ma ero ancora con le mie fattezze.

Mi guardavano, come se fosse cambiato, lì nella sala, con gli altri seduti. Soprattutto Sanna, attraverso gli occhiali, vedevo il suo sguardo. Stava succedendo davvero? Uscii fuori a prendere una boccata d’aria ed iniziai a parlare a me stesso.

E non volevo altro che fare sentire il mio canto, solo quello. E l’effetto sull’animo altrui mi era indifferente. Quello che sono, è.

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