Non ho bisogno di qualcun altro per sentirmi intera.

Specchio spannato con la mano nell’asciugamano. Ci fosse mia madre me ne urlerebbe di ogni. Piccole gioie del vivere da sola. Doccia rigenerante, sguardo critico allo specchio tra le tracce della spugna. Matita leggera. Occhi rossi unica traccia del pomeriggio disastroso. Non se ne accorgerà nessuno.

Vestito blu, leggins blu, stivaletti. Sì, mi va, sono io. Chignon semplice, senza nemmeno la lacca. Mascara? Sì. Il rosso dagli occhi se ne andrà, e se anche non se ne andasse, poco male. Stasera si ride comunque. A prescindere da te. Ho pianto, sì. Tanto. Per te. Tu sei stato la causa. Se la quantità di lacrime fosse stata forza bruta, a casa non saresti arrivato integro. Ma non sono fatta così. Non più almeno. Ho solo pianto, disperatamente. Da sola. In casa. Mia.

Ma stasera nessuno se ne accorgerà, chi se ne accorgerà capirà. Chi non capirà, farà finta di niente e si divertirà, esattamente come me. Ridendo e facendomi ridere. La mano trema un po’ con la matita in mano, ma il tratto è fermo su quel blu che ti piaceva tanto. Il rossetto è rosso Coco, quello che a te non piaceva, “perché poi sei troppo bella e ti guardano tutti”. Lo smalto c’è. Di nuovo. A te non piaceva quella “puzza” che invece a me piace da matti, da sempre, da molto prima che incontrassi te.

Io sono intera, capace di essere intera, sola, indipendente. E amo la gente, starci in mezzo, conoscerne di nuova. Uomini, donne, confusi, ibridi, bianchi, neri, gialli, a strisce. Il nuovo mi carica, lo sconosciuto mi incuriosisce, l’ignoto mi entusiasma. Non mi lamento, non recrimino, non pretendo. Per indole, credo. Non me l’hanno mai direttamente insegnato, l’ho assimilato fin da piccola, da chi agiva così e da chi invece no. Atteggiamenti assorbiti sia per riflesso che per contrasto.

Dove sono arrivata, l’ho fatto con le mie forze, quando non le avevo, ho imparato a chiedere aiuto lasciando l’orgoglio da super donna da una parte. Ho dei limiti e lo so. Poi un bel giorno apro gli occhi ed entro in un incubo. Il mondo è doppio, come in un viaggio in acido preso male. Circondata da bicefali con tre occhi e porte con due maniglie. Mi danno una prima soluzione che prendo per buona. Ma peggioro invece che migliorare. Le palpebre sono sempre giù, anche se sonno non ce n’è. Il collo crolla come fossi un burattino a cui han tagliato il filo. Il minimo sorso d’acqua sembra una piena di fiume che non riesco a mandar giù. Niente soluzioni né risposte. Domande tante. Cos’ho? Perché ce l’ho io? A che vi serve una laurea se nemmeno voi capite?

Dopo tre mesi incontro te, che sembri un angelo arrivato per sollevarmi dal brutto del mondo. Con te a fianco sembra davvero tutto più facile. Anche quando, dopo nove mesi di punti di domanda, SBAM! Anticorpi rari di un’autoimmune neuro muscolare rara senza cura. Invalida civile a 25 anni. Ritmi rallentati della metà per il resto della vita. Con te a fianco anche il mese di ricovero sembra una favola romantica.

Poi però arriva l’ora di fare i conti col mondo reale. Forse ti fidi poco di te stesso, forse non hai realmente valutato le difficoltà della situazione. Cominci a chiedere e basta. E non accettare o almeno tentare di capire i miei no. Pretendi di avermi sempre con te, di allontanarmi dalla mia famiglia e dai miei amici. Per te la mia malattia è iniziata con la conferma della diagnosi, non nove mesi prima. Tre mesi prima di te. Ma è con lei che dovrò stare finché morte non ci separi. Con lei, a prescindere da te.

Io ero, sono e sarò intera. Anche senza di te. Tu ancora devi impararlo. Addio ranocchio.

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Discussioni

  1. Ciao Oriana, gli ultimi tre racconti sembrano essere legati da un filo sottile. Probabilmente, a parlare è la stessa protagonista: mi piace la cura con cui scegli le parole. Chiare e cristalline, arrivano dentro

    1. Grazie!
      In realtà non è una relazione volontaria… 🙂 Ma è interessante sapere che ci si legga in filo, anche se nella mia testa sono cose diverse. 😀