Non staccare la spina

«Non Staccare la spina, qualunque cosa mi succeda» dissi a Marco.

«Cazzo se lo sapesse mia moglie, che ti sto affidando in mano la scelta più importante della mia vita, andrebbe in bestia! Comunque, è una cazzata che dovevo dirti, sai che non sono tipo da esposizione di affetti, ma era il minimo dirtelo. Qualunque cosa mi possa succedere di grave in tutto il tempo che ci possa essere, se sono incosciente, non staccare la spina. Non sopporterei di avere la sensazione di perdere la sensazione di me. E poi, scusa, metti che sia una di quelle cose che senti solo con il cervello, come quando fumi e nel divano intrecci i piedi e arriva un momento in cui senti come se sono una cosa sola. E poi cazzo potrei essere un amico migliore di quello che sono, potresti venire da me e raccontarmi tutto quello che pensi, che provi, non avrei modo di aiutarti a cambiare idea, o di giudicarti, ascolterei solo, anche il peggiore segreto del mondo. Pensa, potresti uccidere qualcuno di molto cattivo, e potere fare scoppiare la voglia di dirlo!» Era una di quelle sere. Una di quelle sere dove una chiacchierata con un amico era la migliore cosa che tu potessi desiderare. Un amico, qualcosa che sono più le volte a cui devi rinunciare, che le volte che riesci ad azzannare il panino, sentendo il gusto della serenità. Io di amici non ne ho. Marco era l’unico. Viaggi, parole, quanti abbracci, quante fighe insieme, senza mai considerare l’altro come un obbligo, ma come una un’unica voglia di condividere. E ora eccomi qui. Sdraiato in una stanza d’ospedale. Immobile. Imbambolato. Immanente. Ipnotico. In coma, profondo. Tutti pensano abbia voluto mettermi davanti a una mamma imbecille che si era fatta scappare il piccolo. In realtà un attimo di distrazione non mi aveva fatto notare che era già passato il rosso. BANG! Così forte da farmi entrare in un’altra dimensione. La dimensione del “ci sei” ma non capisci perché non riesci ad esserci. Tutti vengono e non riesco a parlare. Tutti vengono e non riesco a vedere. Riesco solo a sentire. Ma non riesco a sentire l’anima dentro me, e non sento me dentro il corpo. Non dormo. Perché non sono stanco. E’ una gabbia. Come se ti avessero legato per bene e riesca tirarti via. In coma. Senza che nessuno sappia che tu sei li. Tutti a chiedersi perché abbia scelto di non morire. E tutti a dire che non è giusto che io muoia. Fan-culo. Mi ero cautelato. Che cazzo di diritto avete sulla mia vita? Io sono io, anche se in questo momento non sono io. Non può esistere l’usucapione sul mio corpo. Siccome non lo uso, indi pensate di poterci fare quello che volete? Di prendermi e sbattermi come se il tempo fosse finito. Sono attaccato alle macchine e allora? Sono io, e sono qui. Respiro. E sento. E penso. Ma sento comunque la vita. Anche se non riesco a viverla. Ma sento la vita, e, non voglio staccarmene, e non me ne sarei voluto staccare. Per questo ho scelto che se fosse successo nessuno avrebbe dovuto staccare la spina. Sono passati sei mesi da quando è successo. E cinque e mezzo da quando mi sono svegliato. E sento paura. Sento che non ho fatto bene a prendere questa strada, che non è così che voglio vivere. Sale la paura. Ogni giorno è un fare forza, con l’anima, e con il corpo. Come se avessi crampi ovunque. Ma non per un paio di minuti, ma per un giorno, per una settimana e poi sei mesi. Quando non fai forza perdi il contatto e stai bene. Ascolti e puoi fermare i rumori con le immagini ed essere totalmente in coma. In coma si, come quando ci si fa le canne, cosa che purtroppo non facevo più da molto tempo. Ma non si può stare fumati per sei mesi!!! Ogni tanto devi riemergere per provare a sentire un braccio da lontano, o una voce. O provare a rizzare un indice. Un indice che pesa un kilo. Sale la paura. Se avessi fatto staccare la spina. E se continuerà per un anno? Credo che impazzirò, sarò un’implosione di neuroni, con tanto di funghetto su dal naso. Pur di falla finire! Qualcuno è entrato. E’ Marco. Ciao Marco! Mi saluta. Mi sta mettendo un paio di cuffie. Ha un fottutissimo vecchio mp3 che porta sempre con se. Pompa. Sento dei passi. Dei battiti. Una risata. Una chitarra che sfronda. Un sintetizzatore. Respira. Prende vita. Cammina questa chitarra, riesce a fare ciò che non sono in grado. Muove le braccia come fosse una ragazza che sboccia rosa. E poi si ritrae. L’altra faccia della luna. Il lato oscuro. Quello che non ha mai avuto così tanta luce. Quella che abbiamo tutti dentro noi. Solo che alcuni non sono in grado di sentirla, vederla e toccarla. Ecco, ora sento un treno che ha appena sfondato i binari. Ora passi di nuovo, di corsa, respiro, un aereo che ha appena ucciso la benzina, sorvola, vira, cabra, ride lui, cabra, rischia, vola, gira e gira, in tondo, in aria, la manca, la vede, apre i motori, ride ancora, scende e cade. Non ho mai volato, se non nei videogiochi. Sveglia. Molte giornate cominciavano così prima. Sveglia, ti alzi, con i Pink Floyd, e già pensi che non avrai tempo per ascoltare tutta la canzone, figurarsi tutto l’album. Ora le giornate iniziano senza un mattino, senza una notte, senza sapere, senza essere vivo, essendo vivo. Solo sentendo la vita dentro se, lo ammetto forse non è il massimo, ma è pur sempre meglio che non sentire, non sentire la musica, le voci, il mondo, ma soprattutto me stesso. In fondo c’è pur sempre un infinitesima probabilità che il coma passi, altrimenti sarà così, che è sempre meglio di essere morti. Non so per quanto durerà, ma per questi istanti mi basta sapere di non essere morto. Infinitamente meglio vivo, pur morto per il mondo, che morto per tutti, anche per te stesso. 

Vivere è quasi quasi sempre meglio che morire! 

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