Northern Lights

Serie: Come un germoglio strappato


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Johan scrive racconti che non può cambiare. Proprio in nulla...

«Ne ho letti alcuni» disse Anna, improvvisamente più seria. «Dei tuoi racconti, intendo. Ho letto la raccolta che ti pubblicò circa un anno fa quella piccola casa editrice. L’ho trovata fra le riviste dal giornalaio giù in paese, e l’ho comprata.»

Johan la guardò e fu come se la incontrasse per la prima volta in tutta la sera. Si conoscevano da anni, si conoscevano molto bene ma quella sera lei era rimasta nell’ombra, a spillare birra, ai margini del suo campo visivo. Non l’aveva nemmeno veramente salutata. Si sentì in imbarazzo, come se l’avesse trattata ingiustamente. Allora si sforzò di incontrare i suoi occhi castani e profondi, di chiedersi come stesse lei, di farle sentire che apprezzava la sua amicizia come apprezzava quella di Tom. Valutò se dirle qualcosa di carino e lasciò immediatamente perdere. Non voleva essere frainteso.

«Scusa Anna, mi sa che stasera sono più irritante del solito. Non credo di ricordare che tu mi abbia mai detto di aver letto quel libro. Ne sono lusingato.»

«Ne ricordo ogni pagina, e a dire il vero ho ancora il libro sul comodino: “Il sognatore di morte”, mi pare» disse lei, quasi non lo avesse veramente sentito, con espressione pensierosa.

«Una pessima idea» brontolò allora Johan.

«Come, scusa?»

«Quella raccolta. Fu una pessima idea, a partire dal titolo. I racconti non avevano un filo logico che li unisse, un tratto comune. L’unico fattore in comune era che…»

«Che parlavano di morte. In ogni racconto, in qualche modo, uno dei personaggi chiave muore, oppure è già morto» disse lentamente Anna.

«E così, da allora, io sono diventato il sognatore di morte, per tutti» concluse Johan.

Anna lo guardò con un’espressione dolcissima, come avrebbe guardato, forse, suo padre. Poi tornò a spillare birre per i pochi clienti ancora rimasti, in vista della chiusura. Lavorava, ma nel frattempo continuava a girarsi nella loro direzione, per non interrompere quel momento di scambio tanto intimo. Era davvero una brava ragazza.

Passarono alcuni minuti di silenzio e Johan prese a fissare il vuoto come se stesse assistendo ad una scena che solo lui poteva vedere. La sua espressione era passata da sorpresa ad assorta ed il suo viso da pallido a terreo. Alla fine chiuse gli occhi, annuendo appena, ma non disse nulla.

Fu quest’ultimo movimento che attrasse l’attenzione di Tom, che si era lievemente assopito dopo l’ultimo scambio con Anna.

«Johan, stai bene?»

L’uomo si scosse, esitò un attimo poi rispose: «Sì… No, in effetti no. Devo andare a casa, io non… Non ho lasciato da bere a Sandy.»

«Povera vecchia cucciolona, quanti anni ha ora?» si aggiunse Anna.

«È vecchia, come me. La sua ora giungerà presto, temo» rispose Johan, mentre si alzava un po’ a fatica dallo sgabello di legno davanti al bancone.

«Sei certo di stare bene? Ti accompagno?» chiese Tom, un po’ preoccupato.

«Sto bene, non darti pena. Piuttosto, per favore, passa da me domani in mattinata, vorrei mostrarti una cosa. Non stare a bussare, ti lascio la porta aperta come sempre. Verrai?»

«Certo Johan. Alle nove sarò da te per un caffè.»

«Grazie Tom» concluse Johan, uscendo dal locale.

Appena fuori dal piccolo pub, seminascosto da una spessa coltre di neve, il freddo vento del nord lo colpì duro, ma Johan non barcollò. Non barcollava mai nel vento: piuttosto sceglieva la sua direzione e camminava diritto, senza rallentare e senza deviare di un millimetro, perché deviare, soprattutto quando il vento soffiava forte e nuvole di neve rendevano ciechi, significava perdersi. Camminava a passo deciso e testa bassa come d’istinto faceva Sandy, la sua grassa labrador dal pelo biondo, quando usciva con lui. Testa bassa, orecchie a piombo, occhi stretti e passo deciso, qualunque cosa accadesse.

La strada era tutta in salita e sferzata da vento e neve quella notte, e resa scivolosa dal ghiaccio sulle rocce irregolari, cosicché percorrerla richiese quasi un’ora di buon passo. Quando arrivò davanti l’uscio della sua casetta di legno, parzialmente sommersa dalla neve in una piccola radura fra gli alberi, Johan era stanco: si fermò un attimo a prender fiato e guardò in alto, per la prima volta da quando aveva iniziato a camminare. Le grige nuvole cariche di neve si erano temporaneamente ritirate di fronte alla soverchiante magnificenza di un cielo verde luminescente, vivo e prezioso, e le northern lights danzavano armoniose e libere come giovani studentesse di danza durante una pausa, con tutto il palcoscenico per sé. Johan restò a guardarle per un po’, annuendo, come a ringraziarle per quello spettacolo tanto speciale di cui si sentì unico testimone. Quando le nuvole tornarono a chiudersi come un sipario precoce ed opprimente, l’uomo entrò in casa e si accostò la porta alle spalle.

Non aveva dimenticato di lasciare l’acqua o il cibo per Sandy: le due ciotole erano entrambe ancora piene e questo, di per sé, era preoccupante. Un labrador non lascia mai il cibo nella ciotola, e nemmeno l’acqua, se non sta veramente male. Eppure, aveva trovato la forza di alzarsi fra i dolori articolari e farsi trovare davanti alla porta al suo arrivo, come faceva sempre, scodinzolando debolmente, nonostante tutto.

«Brava amica mia» disse Johan, carezzandola sulla testa e dietro le orecchie.

Fece alcuni passi verso il centro dell’unica stanza che faceva da soggiorno, tinello ed ingresso della sua piccola casa. Si sentiva ancora stanco, il respiro tardava a tornare ed un insistente dolore al petto lo costrinse a sedersi. Faceva freddo ma non trovò la forza di accendere il fuoco, quindi si tirò sulle gambe il pesante piumino che pendeva dalla spalliera. La bottiglia di brandy poggiata sul tavolino a fianco del divano lo tentava: prese il bicchiere impolverato che le faceva compagnia e si versò due dita del liquore ambrato. “Al diavolo le storie”, si disse, “Non credo che ne scriverò altre.”

I grandi occhi tondi e marroni della labrador lo osservavano con attenzione. Avrebbe voluto invitarla a sedersi sul divano accanto a lui, come faceva spesso da quando viveva da solo, ma la testa girava e il dolore al petto non lo lasciava. Decise invece di sdraiarsi, allungando il braccio. Lei capì subito e si accucciò accanto al divano, esattamente sotto di lui, cercando le sue coccole e leccandogli la mano.

Johan la carezzò a lungo, e mentre lo faceva si assopiva e la vita lo abbandonava, lentamente, una goccia alla volta.

Dicono che quando un uomo muore la vita gli passi davanti come in un film, per intero, e che questo serva a riconsiderare tutto il bene ed il male che si è fatto prima di affrontare la fine. Ma il vecchio aveva passato l’ultimo anno a vedere scorrere non la vita, ma la morte, anzi, tutte le possibili morti. Le sue, realizzò finalmente.

Con il suo ultimo pensiero lucido, Johan si trovò a ringraziare con tutto il suo cuore l’Entità misteriosa che lo aveva, forse inconsapevolmente, lasciato a lungo sbirciare nei propri pensieri, mentre vagliava tutte le possibili morti da dargli, e aveva scelto fra queste, alla fine, la più bella, o la meno brutta, mostrandogliela anche in anteprima proprio mentre era al pub, un paio d’ore addietro.

La mano dell’uomo, gradualmente, si fermò e diventò fredda. Sandy se ne accorse e si girò, la leccò un paio di volte, poi si alzò con difficoltà ed avvicinò il muso al viso del suo vecchio amico, aspirando rumorosamente. Non c’era più respiro, l’uomo se ne era andato.

L’anziana labrador tornò ad accucciarsi accanto al divano, tirando un lungo sospiro, poi appoggiò il muso sulle zampe anteriori e si apprestò ad attendere.

Non sarebbe stata una lunga notte: il tempo era giunto anche per lei.

Serie: Come un germoglio strappato


Avete messo Mi Piace7 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao. Mi è piaciuto moltissimo questo tuo Sognatore di Morte.
    1) Era da considerare di tenersi in un unico racconto.
    2) E’ equa e verissima l’associazione scienziato/scrittore di storie. Una mente abile a calibrare per prove e riprove, abituata a scartare e aggiungere probabilità, si presta a sezionare le parole da usare in un racconto. Se messe al punto esatto, l’evocazione di emozioni si genera da sola in chi legge.
    3) Un finale commovente. Una simbiosi perfetta tra uomo e animale, una fusione di amicizia e di amore, vissuta prima nel caffè con Tom, poi nell’intimità di casa con Sandy.
    Vorrei aggiungere altre cose sul tema del racconto, ma non serve.
    Questo è un racconto che vale tanto. Senza togliere una virgola e senza aggiungerne altre.
    Tienilo in considerazione. Un saluto.

    1. Grazie Bettina, per il prezioso tempo che hai dedicato alla lettura del racconto ed al successivo commento.
      Purtroppo il racconto non entrava in un singolo libroCK e non mi sono sentito di accorciarlo, ogni tentativo è stato vano. Per questo ho pubblicato i due spezzoni insieme, pur sapendo che l’etichetta di questa piattaforma lo sconsiglia.
      Aggiungo che questo meta-racconto è nato veramente da solo, dopo alcuni giorni di disagio che mi preannunciavano che qualcosa stava arrivando. Avevo questa idea per la testa (e un paio di miei commenti probabilmente lo tradivano) e non usciva, poi è arrivata dalla notte alla mattina.
      E si trattava della conclusione di una serie, un racconto-sui-racconti, che nella mia testa li racchiude e conclude tutti. Ecco perché ho commentato, scherzosamente, su quale specifica serie si chiudesse. In effetti, la serie è quella di quasi tutti i miei racconti, quelli che parlano di morte e di perdita.
      Non so se ho finito di scriverne, ma almeno ho trovato loro un filo conduttore, una caratteristica in comune, che andasse oltre la semplice sperimentazione di un espediente letterario (la descrizione della morte).
      Scusa se sono prolisso, non tento di darmi importanza ma di spiegare il significato che ho attribuito a questo lavoretto di bricolage.

  2. Ah, quanto mi e` piaciuto questo racconto, anche se avevo intuito quasi subito il finale, che non era per niente scontato, pero` dopo i commenti che ci siamo scambiati per l’ episodio precedente, mi hai dato un piccolo aiuto a capire.
    Questo racconto mi ha coinvolto totalmente: testa, cuore e spirito.
    Aspetto il terzo.

    1. Grazie Maria Luisa, per la lettura e per il commento, come sempre.
      Sono davvero felice che il racconto ti sia piaciuto, e mi sono pentito di aver lasciato quell’indizio , seppur non volontariamente. Volevo in realtà non svelare il finale…
      Il paradiso per scrittori mi sembra non alla mia portata, ma se qualcuno vorrà rappresentarlo, sarò felice di leggerlo!

  3. Faccio fatica a commentare questo racconto, l’ho letto due volte e la seconda mi ha lasciato più amaro in bocca della prima. Perché faccio fatica? Perché ci vedo noi autori dentro le piattaforme web… Che siano benedette, per inteso, ma a volte sanno di corsi di latino-americana per anziani. Dai, troppo impietoso parlare al plurale: se a quasi 50 anni potessi fare altro piuttosto che scrivere racconti nei siti internet lo farei. È che non è più tempo, come per Johan che era uno scienziato e non lo è più.

    1. Un commento durissimo questo, caro @biro – non verso il racconto, sul quale comunque saresti pienamente titolato a commentare negativamente, ma verso noi autori indie, che non troviamo collocazione da Fazio o presso le case editrici “grosse”.
      Perché anche se hai poi deciso di parlare per te stesso, di non generalizzare, il senso è quello.
      Io non volevo esprimere un giudizio negativo su noi autori dentro le piattaforme web. Anzi, la mia impressione è opposta. Nel racconto io esprimo la stanchezza di una persona che ha pensato troppo alla fine della vita. L’accenno alla piccola casa editrice nel racconto non è negativo nei confronti della casa editrice ma nei confronti di una scelta dovuta, nel racconto, alla mancata comprensione del vero senso dei racconti raccolti. Cosa che _non_ mi risulta accadere, ad esempio, con edizioni Open.
      Apprezzo tantissimo il tuo sfogo, perché sono io per primo molto deluso dalla scarsa considerazione in cui sono tenuti gli autori emergenti che non hanno copertura mediatica. Ma, credimi, su web e, in particolare, su questa piattaforma, ci sono opere che meriterebbero le vetrine in primo piano in libreria.
      Detto tra noi, fra questi ce ne sono diversi scritti da te.
      Uno scienziato è scienziato anche a 50 anni, uno scrittore lo sarà fino alla morte. Il fatto che non abbia la sua foto stampata alle spalle di Fazio dipende da altro.
      Un affettuoso abbraccio e, per favore, non smettere di commentare i miei lavori. Con tutte le critiche che vorrai!

    2. No Giancarlo, scusami, è sicuramente colpa mia che non sono riuscito a esprimere attraverso il commento le sensazioni che esso mi ha dato. Il mio commento non è una critica all’editoria indie, non è una critica agli autori che pubblicano nei siti web e non è lo sfogo amaro di chi non vede data importanza alle proprie opere. Il mio commento è uno sfogo contro il tempo che passa, perché è la sensazione che mi ha dato questo tuo racconto fin dall’inizio: “da ragazzi erano usi passare intere nottate a bere (…) ma ora lo sguardo di entrambi si faceva lattiginoso (…) finivano per salutarsi e tornare ognuno al proprio noioso rituale notturno…”. Johan non è uno scrittore, lo dice lui stesso. Johan è un dilettante che riversa il suo tempo libero nella scrittura di racconti. Eppure, malgrado sia un hobby, con quanta tenacia lo difende dalle critiche che gli arrivano alle orecchie! E ancora di più: il problema legato al suo racconto sembra per lui una cosa davvero seria, un cruccio. E addirittura: “se bevo troppo non sento arrivare le storie, rischio di lasciarle morire”.
      Che c’entriamo noi? A volte io ho la paura di essere inconsapevolmente come Johan, mi è capitato di pensarci: apro EO, leggo i racconti, commento, pubblico e tutto questo ha un’importanza che sembra essere crescente. In questo sito non si nota molto, ma ho avuto altrove l’impressione – per niente confermata – che quell’importanza che dà Johan ai suoi racconti sia reale per alcuni autori. D’altra parte, quanti ventenni ci stanno qui in mezzo a noi? E’ che i figli crescono e non stanno più con noi, le amicizie si perdono, le serate fuori sono solo un ricordo e allora ci sentiamo vivi grazie a queste piattaforme? Se si il tempo che passa mi mette un po’ di tristezza. Spero di essere stato più chiaro adesso. Il finale, con Johan che muore solo con un cane, ha poi accentuato ulteriormente questo mio stato d’animo che, con tutta probabilità, è solo una crisi passeggera che tutti affrontiamo all’inizio del nostro non essere più giovani.

    3. Questa volta sei stato chiaro, cristallino. E sono davvero felice di aver stimolato un tuo chiarimento perché forse anche altri avrebbero potuto lasciarsi sfuggire il senso di quanto scrivevi. Senso che è pienamente condiviso e condivisibile.
      La tua nuova risposta non è solo più chiara, ma meriterebbe un posto a sé. Andrebbe “pinned” e riletta spesso, per consentirci di tenere sempre tutto quello che facciamo qui nella giusta scala, con la giusta prospettiva. Non ti nascondo che anche io, in alcuni momenti, attribuisco molta, forse troppa importanza a come vengono accolti qui i miei lavoretti. Perché in fondo, di questo si tratta.
      Grazie, ancora una volta, per aver espresso così bene il tuo pensiero.

  4. Mi sono dato il tempo di leggere entrambe le parti prima di commentare, dato che avevo letto un tuo commento che era una miniserie in due parti.
    Che dire, commovente e anche pieno di significato!
    Ed è anche un racconto verità per quanto riguarda il fatto che i racconti non si inventano, ma si descrivono.
    Perché così accade anche a me, non sono io che li invento, ma, in realtà, io mi limito a vederli, come se si aprisse una piccola finestra su un altro universo, poi dovrò essere bravo io a scrivere tutto ciò che in quel breve istante avrò visto.
    Bello, molto bello questo racconto… ehm, questa storia… oh, insomma, questa visione o qualunque cosa sia! 😄

  5. Mannaggia! Vallo a spiegare ai colleghi che, guardandoti con l’aria compassionevole di chi aveva capito che doveva essere successo qualcosa di grave con la compagna lontana e che quindi le mie lacrime erano dovute ad una qualche crisi sentimentale, in realtà la causa di quel pianto era stata una storia di un vecchio narratore stanco e del suo labrador… Niente, non mi hanno creduto. Qualcuno mi stringe una spalla e mi sussurra che anche lui è stato mollato dalla tizia e che se ne avevo voglia, mi avrebbe presentato un paio di ragazze della sua lista tinder.
    Colpa tua Giancarlo! Già mi stavo commuovendo per Johan da solo, poi tu hai pure lanciato il carico a briscola del labrador… Mannaggia!

    1. Sono davvero desol…
      Oh uffa, no, non sono desolato, a dire il vero io ci speravo proprio di commuovere qualcuno, ecco!
      Altrimenti che l’ho scritto a fare tutto ‘sto papello se non riesco a smuovere due sentimentini a nessuno?
      Grazie Emiliano! Grazie per la pazienza di leggermi e per il commento simpaticissimo.

  6. Grazie Giancarlo, grazie davvero. Adesso c’è una fila di gente che viene al mio tavolo in mensa a chiedermi cosa ci sia che non vada e perché pianga. Grazie. Ora per tutti sarò il dispensatore di lacrime. Eh belin😂

    1. Sono desolato, Roberto, sinceramente, di averti messo in imbarazzo!
      Sai com’è, non potevo lasciar lì la storia ad avvizzire.
      E poi, non eravamo rimasti che avrei scritto anche un po’ di me? Ecco, un po’ di me qui c’è.
      Un po’, però. Ancora quell’età non l’abbiamo raggiunta né io né il mio labrador 🙂

  7. Ciao ❣️ mi piace quest’idea “dell”entità misteriosa” che lo lascia sbirciare i propri pensieri.
    Mi è piaciuta molto l’interazione con Anna e il finale con lui che si appresta a chiudere gli occhi da al contempo un senso di malinconia, ma anche di pace