Nostro figlio non è malato, vero? 

-Nostro figlio non è malato, vero?-

Lo hai detto in un tono strano, un misto tra rabbia e disperazione, panico.

Ho sentito un bicchiere cadere a spaccarsi per terra, nella foga non lo hai nemmeno visto. L’idea di avere un figlio omosessuale ti ha terrorizzato, annebbiato la vista.

Avrei voluto essere lì per difendere mia madre da quell’assurda violenza ma poi l’hai riservata anche a me e lei non è riuscita a fermarti, molto probabilmente l’hai spinta per terra senza pensarci troppo data la vista annebbiata. Sei salito su per le scale, io sono rimasto alla scrivania a scrivere. Non c’è via d’uscita da camera mia se non la rampa di scale che adesso stai salendo, correndo.

Salti scalini, li sali a tre alla volta, poco ti importa se caschi… adesso vedi solo la fine della scala e quello che farai.

Io vorrei solo scoppiare a piangere ma ho smesso, in ucraina le lacrime sul viso bruciavano da quanto freddo faceva… da lì ho smesso. Mi tengo tutto dentro mentre ti aspetto. Mi alzo dalla sedia girandomi verso di te che hai appena finito di salire gli scalini.

Mi punti un dito contro guardandomi con odio e sospetto.

-Tu… –

Io… il figlio maggiore che hai cresciuto simile a te, che hai tenuto in braccio nei rigidi inverni della nostra vecchia e adorata Ucraina… non le vedi più tutte le volte che siamo stati a pesca, le battute di caccia, le passeggiate, i sorrisi…

Inspiro profondamente, le tue botte non sono mai state leggere, prendo respiro perché potresti togliermelo con uno di quei famosi calci nello stomaco, potresti farlo benissimo, non ci vedi più ma non fai niente. Mi sputi in faccia il tuo odio con gli stessi occhi che condividiamo.

I miei sono spenti, il ghiaccio nei tuoi brucia.

-Non sei malato… vero?

Non ho mentito quel giorno, non sono mai stato malato, al più ho deciso di essere felice ma questo tu non lo capisci.

Ho giurato sul respiro che mi riempie i polmoni che se avrò figli metterò davanti a tutto e a tutti la loro felicità, non la mia, non l’opinione d’altri, non i loro inutili giudizi, saranno felici e fieri del loro padre… non come me che non ti ho mai detto niente.

Rido ancora se mi dicono che chiedi di me… per te ormai io sono morto, sono morto il giorno in cui non mi hai accettato, in cui mi hai fatto sentire davvero “malato”.

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Discussioni

  1. Grazie intanto per aver letto e per aver commentato. Vedrò di lavorarci un po’, di solito queste sono cose che scrivo molto di getto quindi le dovrei riprendere dopo un po’ a mente lucida per analizzarle meglio.

  2. Breve ma intenso, il mio unico consiglio (prendilo con le pinze)e di approfondire meglio la descrizione di ciò che hai attorno, e di condire le parole con delle analogie che aiutano ad ammaliare il lettore e a creare meglio l’atmosfera che si vuol trasmettere