Nuda
Serie: Epigrafi di Santa
Oggi ho cucinato.
Ho messo la padella sul fornello, ho preso la latta dell’olio a buon mercato che uso per friggere e ne ho fatto colare giusto un filo.
Poi ho aperto il gas e ho spinto il pulsante per accendere il fuoco. Ho rotto il guscio di due uova contro il bordo della padella e ho versato dentro tuorlo e albume. Ho gettato i gusci nel secchio dell’immondizia e mi sono sciacquata le mani sotto il rubinetto.
Le uova hanno cominciato a friggere dopo tre minuti. Ogni tanto le sollevavo con la spatola per evitare che si attaccassero.
Ho aspettato che l’albume si addensasse e i tuorli assumessero un colore più scuro. Si sentiva un buon odore. I bordi dell’albume sfrigolavano e sulla parte bianca si aprivano delle bollicine.
Ho spento il fuoco, ho preso un piatto e vi ho inclinato sopra la padella per far scivolare fuori le uova. Mi sono aiutata con la spatola. I tuorli erano belli sodi.
Ho messo il piatto sulla tavola senza tovaglia. Poi sono tornata in cucina a prendere le posate, il sale e una fetta di pane in cassetta. Mi sono seduta e ho mangiato di fretta.
Alla fine mi sentivo più digiuna di prima.
Allora mi sono alzata di scatto e ho preso dal frigorifero una bottiglia di vino bianco. Ho cavato via il tappo e ne ho bevuto metà un bicchiere dopo l’altro. Non c’è voluto molto. Fuori pioveva.
Poi ho bevuto anche l’altra metà.
***
Oggi ho fatto le pulizie.
Ho riempito il secchio di acqua fredda dal lavandino, ho preso lo straccio, la scopa e il detersivo.
Ho cominciato dal bagno e sono arretrata via via verso il soggiorno e l’ingresso.
Ogni tre o quattro passate strizzavo lo straccio. Quando l’acqua diventava scura la versavo nel lavello e riempivo di nuovo il secchio con l’acqua pulita.
C’è una quantità di polvere incredibile in casa mia.
Per ultima ho lavato la stanza dove dormo. Sotto il letto c’erano mucchi di lanugine scura. Nel secchio galleggiavano.
Mi sono seduta davanti allo scrittoio per aspettare che i pavimenti asciugassero.
Ho dato un’occhiata ai fogli battuti a macchina, li ho rimessi giù e ho guardato dalla finestra.
Era chiaro. Saranno state le undici del mattino. Si sentiva il traffico giù nella strada.
Ho pensato al frigorifero.
Dopo un quarto d’ora mi sono levata le pantofole e le calze.
Ho camminato per tutta casa. Lasciavo impronte di piedi sul pavimento ancora umido.
Ho pensato “fottiti”.
Qui ci sono solo io, le impronte sono le mie. Non importa. Non posso lasciare impronte a casa mia?
Nel frigorifero c’era solo una bottiglia di Alchermes a metà.
L’ho scolata dall’imboccatura senza usare il bicchiere.
Poi mi sono stesa sul divano e mi sono addormentata.
***
Oggi ho telefonato.
A Chiara, a Luigi, a Ermanno e agli altri. Avevano tutti la segreteria telefonica.
Ho detto “Ciao, sono io. Come stai? Volevo sentirti.”
La stessa frase a tutti. Ma chi lo sa se vogliono sentirmi. Ma sì, certo che vogliono, solo che adesso sono al lavoro e non possono rispondere, mi sono detta.
Ho acceso il televisore, l’ho spento e l’ho acceso di nuovo. Mi si chiudevano gli occhi.
La notte dormo poco. Dicono che sia l’alcool, ma secondo me sono io.
Alle tre chiama Ermanno. Mi sveglio di forza.
“Allora” dice “che c’è?”
Sono tutti stufi di me anche se mi vogliono bene.
Mi hanno accompagnata in ospedale un sacco di volte.
Poiché farfuglio per il sonno Ermanno mi dice: “Ancora, Santa? Cosa dobbiamo fare con te?”
Cerco di spiegarglielo ma la lingua non mi funziona.
“Ma no” gli dico “è solo che stavo dormendo.”
Poi gli dico “a presto” e metto giù sperando che mi richiami. Ma non richiama.
Allora mi vesto alla buona e scendo. Compro il whisky al supermercato e torno su.
Fuori è grigio.
Prendo un bicchiere e bevo fino a non sentire più il suono del cellulare quando squilla.
***
Oggi mi sono spogliata.
Ho camminato nuda per tutta casa con mezza bottiglia di vodka in mano. Immaginavo come mi avrebbero vista gli altri. Io non ho uno specchio dove possa guardarmi intera.
Sul cellulare c’erano molte chiamate alle quali non avevo risposto.
“Chissenefrega” ho pensato.
Ho abbassato gli occhi sul ventre, sulle cosce e sulle gambe.
“Sono sempre bellissima” ho pensato.
Mi sono guardata anche le braccia, le mani e i piedi. Era tutto bellissimo.
Poi mi è sembrato di avere fame e ho cominciato a cucinarmi due uova.
L’olio friggeva. Ho preso la spatola come al solito e subito dopo mi sono addormentata in piedi.
Sono finita con la faccia nella padella, ho urlato. Ero sul pavimento della cucina e la faccia mi bruciava.
Mi sono tirata su barcollando e sono andata a guardarmi nello specchio del bagno.
Avevo macchie rosso fuoco sugli zigomi e sulla punta del naso e un pezzo di albume sulla fronte.
“Bellissima” ho pensato “sempre bellissima.”
E mi sono finita la vodka.
Serie: Epigrafi di Santa
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Ciao, Francesca. Trovo che il cuore battente dell’episodio sia nella scelta dei tempi verbali, nella loro posa paziente, invisibile, dove affiora tutta la radiosità e il valore del tuo stile. Il passato prossimo ostinato, ipnotico, con qualche squarcio di imperfetto, poi quel passaggio improvviso al presente – un presente inclusivo e non esclusivo – che diventa una modulazione tenace ai tuoi toni lontani, accompagnata dalla presenza di un individuo che si frappone tra il personaggio e il suo abisso. Il tutto risulta tentacolare, frastagliato e insieme avvolgente. Anche i suoni del cucinato aprono a nuove dimensioni e profumi, con la circolarità della loro apparizione. In questo capitolo hai introdotto un universo, o anche il contenuto di una dispensa dell’immaginario, dove tutto, attraverso il suo nudo, in qualche modo si rianima e ritorna. Un saluto.
Ho apprezzato davvero molto. Divertente, tragicomico.
Grazie mille, mi fa molto piacere.
Bello, vero. Lo senti quello che prova.
Grazie mille Marco, sono davvero contenta del tuo apprezzamento.
La protagonista si convince di essere sempre bellissima e di stare bene solo per poter continuare a distruggersi, evitando accuratamente ogni specchio per non dover affrontare la realtà. Cerca di reagire facendo il minimo indispensabile. Credo che sia impossibile descrivere la depressione meglio di così, o almeno questa è la mia impressione. Brava, Francesca. Un caro saluto.
Il tuo commento mi fa moltissimo piacere, cara Concetta. Gli specchi, in effetti, sono una brutta bestia, soprattutto in certe circostanze. Grazie infinite e un abbraccio.
Meraviglioso questo personaggio. Porta con sè una solitudine che definirei “fiera”: quel saper stare in piedi dentro il proprio dolore, anche quando ci porta a annegare nell’alcool senza badare ai consigli di nessuno. Non dubita, non si vergogna, non crolla neppure quando dentro la padella ci crolla davvero. È come se dicesse: guardatemi, sono qui e sono rotta. E mi vado bene così.
Sì, e diciamo pure che sembra non avere scelta. O forse sceglie contro di sé. Ti sono grata del commento, Irene, e dell’apprezzamento, soprattutto.
Apprezzo molto il tuo stile che, nella sua delicatezza, riesce a far arrivare al cuore del lettore le emozioni dei personaggi.
Grazie, Maria, gentilissima.
Un racconto tragicomico che nonostante tutto, attraverso la tua narrazione ironica, fa sorridere, ma trasmette anche un senso di grande solitudine che credo non appartengano solo a Santa, ma a un gran numero crescente di persone; come diceva Vasco: “ognuno” – intento – “a rincorrere i suoi guai”.
È vero quello che dici, M. Luisa. E in effetti, c’è un aspetto quasi ridicolo in questa versione di Santa. Grazie mille di cuore.
Scrittura asciutta e precisa. Mi piace Santa, può essere un bel personaggio.
Grazie mille, Rocco, sono particolarmente contenta del tuo apprezzamento.