
Nuove parole. -3 Dieci passi./Fine
Serie: Nuove parole
- Episodio 1: Nuove parole. -1 L’immobilità.
- Episodio 2: Nuove parole. -2 L’acqua.
- Episodio 3: Nuove parole. -3 Dieci passi./Fine
STAGIONE 1
Anna lo chiese di nuovo. «Toccherà anche a me la stessa sorte di Eva?»
«Quale sorte?» domandò Pietro in risposta.
«Incontrare il serpente»
«Può darsi…»
Avevano scavalcato il cancello. Nei giorni appena trascorsi si erano rafforzate le misure di sicurezza a contenimento dei danni, si era fatto muro contro il nemico invisibile che non si poteva combattere, si era detto che quella era la fine, che il sangue sarebbe stato trasformato in modo silenzioso, togliendo l’aria ai polmoni e si era detto che c’era un unico Dio per tutti, la scienza.
Pareva che adesso gli uomini, tutti, fossero sospesi sopra una enorme barca ONG, in mezzo a un mare minaccioso, senza distinzione di razza e di provenienza geografica, di mestiere, di linguaggio. Qualcuno contava le ore come i carcerati, in attesa di una nuova libertà, altri montavano striscioni davanti alle fabbriche chiuse dichiarandosi vittime di una dittatura, qualcun altro piangeva i propri morti.
I peggiori di tutti rubavano il pane ai disperati e provavano quel sentimento disumano di sentirsi più meritevoli di altri. Roba mai appartenuta neppure a Dio.
Per chi aveva buoni occhi c’era ugualmente qualcosa di bello da vedere, uno spazio con la forma di spirale, a disposizione di ciascuno, da riempire con nuove scelte e possibilità, bastava scavalcare le abitudini conosciute fino a quel momento, così come avevano fatto Anna e Pietro con il cancello del parco.
«La fontana te la sei immaginata e noi ora ci fermiamo, dobbiamo preservare le energie», intimò Pietro ad Anna.
Indicò un’altra panchina tirata a lucido pure quella, tolse una ciocca di capelli dagli occhi di Anna con un gesto delle dita che somigliava a una carezza.
«Altri dieci passi, come hai detto tu prima col tuo piccione»
Gli occhi di Anna avevano il guizzo di una bambina e a Pietro venne voglia di baciarla di nuovo.
Poi gli venne in mente un altro pensiero sciocco e lo vestì di parole, «Se sopravviviamo, mi sposi!»
Anna lo guardò seria. Si staccò da lui e si mosse verso la fine della siepe.
Dieci passi in tutto si era detta.
Pietro restò a guardarle la simmetria delle spalle, si stagliava in armonia geometrica con le siepi e i fusti d’albero del parco, avrebbe voluto dire mille parole, ma tutte gli morirono in gola.
Si mosse dietro di lei quando Anna era già arrivata al sesto passo, ridosso al muro di sassi cementati, oltre non si poteva proseguire.
Sei.
Le facevano male le gambe da giorni, aveva tossito tutta la mattina come quando il caffè le andava di traverso.
Si fermò davanti al muretto. Piegò il corpo infilandosi oltre la rete di un groviglio metallico arrugginito, lasciato lì da chissà quanto tempo da qualche incauto addetto ai lavori.
Pietro la seguì. «Anna, le fontane le hanno chiuse, non ti pare? Fermiamoci qui, poi si torna a casa, che tra poco l’aria sarà umida»
Anna diede qualche colpo di tosse secca, cercò di agguantare il respiro, lungo il suo collo scendevano minuscole particelle di sudore, nonostante si fosse alzato un leggero refolo di vento.
Sette.
Le foglie erano verdi, quello non era il tempo d’autunno. Il platano aveva concesso loro un regalo. Era un buon segno.
Otto.
Pietro la faceva ridere e anche questo era un buon segno.
Aveva dovuto piegare il corpo sulle ginocchia per passare oltre il buco. Poi si era tirata su affondando i piedi tra gli alti steli d’erba. Quel movimento le era costato fatica, lo sforzo si era fatto sentire nei nervi che non si volevano tendere. Con il buco del muro alle spalle, per un breve attimo che non avrebbe saputo quantificare, le sembrò di trovare nuovo respiro. L’erba le dava alle ginocchia.
Era uno di quei campi che avevano resistito ai bordi della periferia, prima o dopo ci avrebbero costruito qualche palazzo o centro commerciale con dentro ogni sorta di beni. Adesso tutti facevano il pane in casa.
Pietro fu di nuovo al suo fianco. Avvertì che Anna era stanca, lo sentì da come si era appoggiata al suo avambraccio, ancorandolo.
«Se incontro il serpente gli taglio la testa!» disse Anna.
«Siamo in un campo», esclamò Pietro «sarà proprietà privata. Torniamo indietro»
Nove.
Le suole delle scarpe rimandarono ad Anna un suono molliccio.
Dieci.
Il terreno aveva una ferita tra gli steli d’erba, come pelle spaccata da una lama imprecisa. Un sottile rivolo si muoveva imitando il movimento del corpo di un rettile. Dalla superficie rugosa della terra si espandeva un filo d’acqua, cresceva fino a zampillare.
«Hai visto che non mi sbagliavo?» rise Anna.
«Neppure noi abbiamo sbagliato a darci un bacio, in fondo qui è come il paradiso. Adesso torniamo indietro? Sei stanca Anna, lo sei da giorni»
«Restiamo ancora un po’» disse Anna.
Si misero seduti sull’erba, mentre il sole stava scendendo. Certe cose erano estranee all’immobilità e davano l’idea confortante che nulla fosse cambiato.
Fu in quel momento che si resero conto di non essere da soli nel campo. Interamente sommerso dall’erba alta, ne udirono il suono che si amplificava sugli steli come il riverbero del vento di bonaccia sull’onda del mare.
Il colombo si era messo a tubare a un passo da loro, diceva cose che non si potevano comprendere.
«Hai visto? Il tuo piccione ci ha seguito. Che vorrà dirci che si è messo a cantare?» chiese Anna. La sua voce aveva un guizzo elettrico di felicità.
Pietro era incredulo, «Tuba…» rispose «… ma cosa sta dicendo non lo so, come si fa a capirlo?»
Anna ci pensò su. Si fece avanti in lei una strana convinzione.
«Hanno detto che il nemico ha attraversato il corpo degli animali per poi insinuarsi in quello umano»
«Sì, qualcuno vocifera che è stato inviato dallo spazio, insomma, una qualche specie aliena ci sterminerà tutti. Moriremo soli». La faccia di Pietro era seriosa.
«Tu che ne dici Pietro, di tutta questa storia?» chiese Anna avvicinando le sopracciglia in fare curioso.
La domanda richiedeva molto tempo per una risposta, ma Pietro rispose in maniera lapidaria.
«Nessuno è solo se ha qualcuno di cui prendersi cura»
«Qualcuno, tipo un cane?». Anna giocava con un filo d’erba e con lo sguardo seguiva il rivolo d’acqua sopra il terreno. Snodava le sue spire, attraversandole le scarpe, correva negli avvallamenti delle zolle formando poi minuscoli laghetti.
«Voglio dire qualunque cosa e chiunque…un figlio, una nonna, il pane appena sfornato, un cane, un pesce rosso, va bene anche la propria poltrona, quella preferita, dove la sera ci accomodiamo per guardare oltre la finestra. Tutti abbiamo qualcosa o qualcuno di cui prenderci cura. Insomma, hai capito?»
Anna rise. Pietro la faceva davvero ridere e per la seconda volta in pochi minuti confermò a se stessa che era un buon segno.
Il piccione la guardò con la sua punta d’occhio dove, a dirla tutta, ci si poteva sprofondare, aveva un cerchietto rosso intorno alla pupilla che se lo fissavi pareva allargarsi.
Era un piccione solo.
«Pietro…» sussurrò Anna, «… credo che questo sia il tempo per trovare nuove parole»
Sembrava tutto fermo nella sera, come le panchine nel parco dietro le loro spalle, rimandavano l’idea che anche il sole fosse bloccato a mezz’aria.
«Comunque la risposta è sì» disse Anna, «Ti sposo!»
Pietro non disse nulla. Chiuse gli occhi e si tenne nel cuore quelle parole, le uniche che lo facessero sentire immortale.
Il piccione fece dieci giri su se stesso, come una lenta trottola in movimento, poi s’involò. Da qualche parte doveva pur esserci una piazza gremita di gente e di molliche di pane.
Serie: Nuove parole
- Episodio 1: Nuove parole. -1 L’immobilità.
- Episodio 2: Nuove parole. -2 L’acqua.
- Episodio 3: Nuove parole. -3 Dieci passi./Fine
Ho amato questa miniserie, perché si “adatta” alla pelle del lettore in modo camaleontico. Come accennavo nei commenti agli altri episodi, io ho respirato un’ambientazione distopica (che poi non lo è del tutto) simile a quella dei primi giorni di lockdown. E’ importante che la vita vada avanti nonostante tutto, anche se cambiano i modi e le abitudini. Ho apprezzato particolarmente questo passaggio: ” «Voglio dire qualunque cosa e chiunque…un figlio, una nonna, il pane appena sfornato, un cane, un pesce rosso, va bene anche la propria poltrona, quella preferita, dove la sera ci accomodiamo per guardare oltre la finestra…” Non so perché, ma il mio pensiero è corso ai miei gatti (con cui ho un legame speciale)
Ciao Micol, mi fa piacere che ti sia piaciuto leggerla e io ti ringrazio per il bel commento. Tutti abbiamo qualcosa o qualcuno di cui prenderci cura con amore, capisco ciò che dici riguardo ai tuoi gatti, io stessa condivido con i miei il tempo e gli spazi a me cari, in una comunicazione di forza e di reciproca empatia. Quello che è avvenuto di recente nel genere umano deve per forza portarci alla riflessione e farci trovare nuovi modi di vivere e di pensiero. Ti ringrazio. Hai colto e ascoltato in pieno questo racconto.
Sono un fan di Rumiko Takahashi, da ragazzo Ranma 1\2 era il mio cartone preferito, poi ho scoperto Maison Ikkoku, più maturo… ad ogni modo ho rivisto dei suoi elementi in questo racconto, l’interazione con gli animali è fica, la dimensione di “profonda leggerezza”, alcuni dettagli simbolico che avrei colto meglio sulla pagina scritta. Forse dipende da me, ma leggendo da uno schermo a volte mi sono perso, tuttavia ho colto la dimensione
Lo so, la pagina scritta rende meglio, i riferimenti ai cartoni sono puramente casuali, ammetto che non li conosco. Grazie, felice che la dimensione sia arrivata.
Wow, wow e ri-wow!
Grazie, grazie e ri-grazie!
Bellissimo brano, mi è piaciuto.
Sospeso nel tempo e nell spazio, ci sono pochi coordinate così il lettore è costretto a colmare gli spazi con l’immaginazione.
Ti ringrazio. Mi piace lasciare alcune volte che anche il lettore interagisca come crede nella storia. Che possa pensare che la storia riguardi anche lui.