Nuvole e corvi

Ero seduta in macchina. Amavo perdermi nel paesaggio che mi scorreva intorno. Alzai gli occhi e l’immagine che vidi suscitò in me un brivido lungo la schiena.

Le nuvole grigie, cariche di pioggia si stagliavano sopra un filo della corrente con sopra appollaiati degli uccelli neri, forse erano corvi. Ero troppo lontana per vederli bene. All’improvviso un tuono li fece volare tutti. Il cielo plumbeo rimase ancora più spoglio e spaventoso senza nessun essere vivente a fare da cornice.

Feci un altro giro di sciarpa intorno al collo. Gli alberi dondolavano al ritmo dettato dal vento, si alternavano momenti di calma piatta a momenti di caos estremo. Avevo freddo come se fossi nuda in mezzo alla tempesta. Non era caduta ancora nessuna goccia di pioggia. Voltai lo sguardo sul tachimetro per vedere a quanto procedessimo. Nonostante la lancetta fosse sull’ottanta mi sembrava di rimanere sempre ferma. Appoggiai la testa al finestrino, ben presto si formò l’alone in corrispondenza del mio naso.

Quella mattina non avevo voglia di alzarmi dal letto. Mi ero svegliata con uno strano magone addosso. Forse la causa erano quei nuvoloni grigi. Luca, il mio fidanzato, mi aveva convinta ad alzarmi. Avrei preferito rimanere a letto tutta la giornata e godermi la domenica come una pantofolaia che si rispetti. Invece mi alzai. Alternavamo i pranzi della domenica tra i miei e i suoi genitori. Non avevo proprio voglia di subirmi la gelosia di mia madre perché non saremmo andati da lei. Avevo lo stomaco chiuso tanto da non aver fatto neanche colazione.

Durante la notte avevo fatto uno strano incubo. Avevo sognato di aver distrutto tutti i piatti che mi aveva regalato la nonna. La disperazione di vedere l’ultimo ricordo che avevo di mia nonna mi ha destabilizzata. Forse il sogno aveva contagiato il mio umore già instabile.

Il cielo si stava incupendo sempre di più. Il vento aumentava e fischiava sopra la nostra macchina.

Mi girai verso Luca e gli dissi di rallentare. Non mi sentivo sicura a procedere con la tempesta in arrivo. Un lampo aveva rischiarato l’aria, poi il tuono aveva spezzato ogni silenzio.

Una nuvola scura danzava nel cielo. Erano gli uccelli neri, tornati nella mia visuale. Sembravano impazziti. Volavano in ogni direzione. Cercavano un riparo.

Un rumore assordante mi fece sussultare. Un fulmine era caduto poco lontano dalla nostra macchina spezzando i rami di un albero lungo la strada. Iniziai a tremare. Allungai la mano e girai la manopola dell’aria calda sul massimo. Chiusi gli occhi e pregai di uscire indenni dalla tempesta.

Guardai Luca, era così tranquillo. Guidava rilassato e non sembrava preoccupato o spaventato.

Provai ad assorbire un po’ della sua calma. Accese la radio, cambiò stazione finché non ne trovò una che desse solo musica e non il meteo.

Ogni volta che interrompeva un programma per cercarne un altro, il mio nervosismo cresceva.

Mi concentrai sulla musica per non fare una scenata in macchina con quel tempaccio.

Il mio fidanzato mi mise una mano sul ginocchio e strinse forte. Il mio respirò, al suo tocco, si calmò un poco.

Poi successe tutto in un attimo.

Un corvo si schiantò sul parabrezza della macchina. La pioggia iniziò a battere come fossero sassi. Luca perse il controllo. L’auto si capovolse su stessa più volte. Non riuscii neanche ad urlare. Mi girai verso sinistra, incontrai per l’ultima volta gli occhi dell’uomo che amavo. Ci prendemmo per mano. I finestrini dell’auto esplosero in milioni di pezzi di vetro. Fendevano l’aria intorno a noi.

Con la sua mano nella mia sentii la vita defluire fuori dal mio corpo. Non sentivo nessun dolore, nonostante fossimo due corpi accartocciati in mezzo alla tempesta.

Pioggia. Fulmini. Tuoni. Si abbattevano su di noi. Danzavo sotto la pioggia. Mi sentivo leggera. Tutte le paure e le preoccupazioni erano svanite. Aspettai, invano, che Luca mi raggiungesse. Volevo ballare sotto la pioggia con lui. Avevo sempre desiderato farlo. Non volevo che vedesse il mio corpo. Non ero più io.

In lontananza vidi più sirene lampeggiare. Ambulanza. Vigili del fuoco. Polizia. Non eravamo più soli. La pioggia batteva più leggera. Vidi una calca di persone intorno alla nostra auto. Una mano mi tastò il collo e poi scosse la testa. Si radunarono tutti intorno al lato guida. Tirarono fuori Luca e lo misero su una barella. I paramedici prestarono i primi soccorsi. Aprì gli occhi e li rivolse verso di me. Mi guardò per un attimo che sembrò lungo una vita e poi capì. Io non c’ero più.

Vidi una lacrima scendere sul suo volto, poi fu inghiottito dal dolore. Rapidamente lo caricarono sull’ambulanza e sparì dalla mia vista.

Mi accucciai a terra. Guardavo gli uomini ormai fradici di pioggia estrarmi dalle lamiere dell’auto.

Il mio corpo non sembrava neanche più lo stesso. Una mano gentile mi chiuse gli occhi prima di tirare la zip del sacco nero. Il vuoto.

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Discussioni

  1. Ciao Jessica, per un attimo ho sperato che fosse solo un incubo. Racconto intenso, in cui riesci a descrivere attentamente le sensazioni che opprimono il cuore della protagonista e il suo spavento. Mi è piaciuto anche il finale dolce amaro, soprattutto la danza sotto la pioggia e la leggerezza che prova in quel momento.