
Maggio piovoso
Serie: Occhio baggiano
- Episodio 1: Maggio piovoso
- Episodio 2: Giugno di attesa
- Episodio 3: Settembre sui bastioni
- Episodio 4: Ottobre tra le onde
STAGIONE 1
Piove.
Non un grande novità, ormai è da un mese che piove in tutta Italia. L’estate proprio non vuole arrivare. Non che desideri il caldo soffocante, l’afa e la pelle sudaticcia pochi minuti dopo essere uscito dalla doccia. È che vorrei che finisse questo mese.
Maggio è stato proprio un mese di…pioggia.
Sono malato.
A quanto pare ho vinto alla lotteria sbagliata della genetica. Ho ereditato una malattia alla cornea in stadio avanzato e necessito di una operazione.
Non si può curare, ma rallentare o al più stabilizzare.
Non una gran prospettiva, ma sempre meglio della cecità totale.
L’oculista ha iniziato a parlare di statistiche, di nuove tecnologie, ottimi chirurghi e sorprendentemente ho reagito con freddezza e calma.
Come con freddezza, calma e distacco ho affrontato i giorni successivi quando meno volevo pensarci a questa malattia più gli altri me la sbattevano in faccia, con statistiche, nuove tecnologie, ottimi chirurghi e recensioni.
Come se fare un’operazione fosse come scegliere un ristorante.
E piove sul bagnato.
Con gli occhiali convivo dalle scuole medie ormai. Un fastidio a cui sono abituato che non mi ha impedito di fare le cose che volevo, magari con qualche accorgimento in più rispetto agli altri.
Prima di guidare la moto c’è sempre una vestizione dal sapore cavalleresco: togli gli occhiali, metti il sottocasco, metti il casco, metti gli occhiali con cura cercando di non rompere le stanghette e allo stesso tempo facendo mettere bene a fuoco l’occhio, metti la mascherina per proteggere gli occhiali e puoi partire.
Ed eccomi qua, che con apatia e automatismi procedo alla mia vestizione.
Tiro fuori la moto e la pioggia inizia a battere sul casco, gli occhiali si appannano e io avvio il motore alla cieca. Gli occhiali iniziano a spannarsi ma la lente destra si è sporcata quando ho sistemato la mascherina sopra e così vedo metà mondo ovattato.
In rapida successione inserisco la terza marcia fino ad arrivare in sesta. A quella velocità la pioggia leggera e fine diventa tagliente come delle lame. Mi pulisco la mascherina con il guanto della mano sinistra, l’acqua distorce i fari delle auto ma dopo anni di esperienza riesco ad interpretare il mondo anche se assomiglia ad un quadro di Picasso. Sfreccio nel traffico della tangenziale, leggero e rapido, come quando sono sopra il surf. Più che vedere le onde, le percepisco, e anche adesso più che vedere le auto ne percepisco la loro presenza.
Non il massimo della sicurezza, ma questo non te lo insegnano alla scuola guida.
Quando guido la moto in genere faccio grandi pensieri, stavolta invece non penso a niente. Non voglio pensare a niente. Guido scomposto, a scatti, sono nervoso e qualche automobilista giustamente mi manda a quel paese.
Arrivo in ufficio e parcheggio al mio solito posto, entro ancora bardato.
«’Giorno Brù» saluto sforzandomi di essere del mio consueto buonumore.
«Cià» urla di rimando il mio collega.
Mi avvio alle scale e inizio la mia svestizione: tolgo giacca e pantaloni in cerata e li appendo alla balaustra, poi levo il casco e i guanti e li mollo in un angolo ad asciugare.
Torno alla mia postazione, accendo il computer, dallo zaino prendo la custodia con gli occhiali “da passeggiata”, grandi, eleganti e leggeri, e vado a pulire con acqua e sapone nel lavandino gli occhiali “da moto”, più stretti per entrare sotto la mascherina e resistenti per entrare sotto il casco.
Al computer avvio i vari programmi, vedo le e-mail. Squilla il cellulare, rispondo e mi sforzo di essere come sempre tranquillo e sereno, allegro e spensierato. Più lavoro, più mi avvicino a questa condizione, ma nei momenti morti, il mio viso si scompone in una maschera apatica, fredda come il marmo.
«Tutto bene?» mi chiede Bruno affacciandosi dallo schermo del suo computer.
«Sì, sì» replico.
«Preoccupato per la pioggia?»
Alzo le spalle.
«Mah, vediamo» solo io colgo l’ironia della scelta del verbo e questo mi fa sorridere, facendomi sembrare normale visto da fuori.
Quando finisce la giornata di lavoro, gli occhiali da moto si sono asciugati ma sono rimasti gli aloni delle goccioline.
Sospiro, a che serve pulirli se tanto si risporcheranno con la mascherina?
Cambio gli occhiali e come sempre rimango spaesato qualche secondo per il passaggio dalle lenti grandi a quelle piccole. L’astigmatismo distorce le forme e per qualche secondo ho la vista come compressa che mi provoca delle vertigini e un dolore all’occhio destro che si sta sforzando di mettere a fuoco.
Inizio la mia vestizione e non mi sono ancora abituato al cambio occhiali.
Ingrano la prima e l’occhio destro continua a pulsare, come se volesse uscire e resisto alla tentazione di stropicciarmelo.
Continua a piovere, a sinistra vedo il colle di San Michele con il castello medievale ricoperto di nuvole grigie mentre a destra ho lo stagno di Santa Gilla con lo sfondo dei monti di Capoterra.
Mi destreggio nel traffico e arrivo all’ingresso della SS131 e mentre acquisto velocità la pioggia diventa sempre più forte e violenta.
Non vedo più niente, la pioggia entra dentro la mascherina, rallento, scarto a destra e realizzo per la prima volta cosa effettivamente rischio. Quella vocina che ho tenuto da parte adesso mi urla quello che non voglio sentire. Mi urla con rabbia tutto quello che non potrò più fare se le cose dovessero andare male. Mi rinfaccia che perderei tutto, sarei inutile, una larva, non più indipendente. Cerco di cacciare via questi pensieri ma quella voce colpisce nel segno quando mi dice che non sarei più in grado di vedere crescere i miei nipotini.
Accelero.
Le lacrime si confondono con la pioggia, le gocce mi trafiggono il naso e le labbra.
Respiro a bocca aperta, l’acqua entra dentro la mia bocca e colpisce i denti stretti in uno sforzo. Caccio indietro le lacrime, io sono più forte.
Sfreccio al limite dell’aderenza mentre entro nella tangenziale per Cagliari, salgo su un cavalcavia e tra la mascherina e gli occhiali sporchi lo riesco a vedere nitidamente.
Un arcobaleno si spande su tutto il Golfo degli Angeli. Sotto l’arco, lo stagno di Molentargius, raggi di sole squarciano il cielo grigio e illuminano le macchie rosa dei fenicotteri.
Rallento.
Osservo quel panorama e faccio una cosa che non dovrei fare.
Vaffanculo la faccio ugualmente.
Mi fermo in una piazzola, spengo la moto e salgo sopra il guardrail.
La tempesta si è fermata, mi tolgo la mascherina, il casco e resto lì fermo.
Siamo abituati a credere che l’eroe sia sempre il principe azzurro alto, forte, sano e biondo.
L’eroe perfetto.
Peccato che la perfezione non esiste.
Anche per me è stato questo il modello di riferimento, quando i veri eroi sono altri. Sono coloro che reagiscono. Coloro che dei loro difetti ne fanno una forza. Coloro che si reinventano, si adattano, non sono chiusi in modelli prestabiliti ma ne creano di nuovi.
Penso a Bebe Vio, Alex Zanardi e Andrea Bocelli.
Mi vergogno per essermi fatto abbattere. Ad ogni cosa c’è sempre una soluzione, non esistono problemi irrisolvibili.
Non ho neanche trent’anni ma mi sono già dovuto reinventare, ho già dovuto cambiare più volte i miei sogni, progetti e realizzare che la felicità non è in quello che fai ma in chi sei.
Mi rimetto il casco. La pioggia leggera adesso mi accarezza e lava via le lacrime.
L’arcobaleno lentamente inizia a sparire ma resterà indelebile, nitido, nella mia mente.
E in fondo, come dice Rossella, domani è un altro giorno.
Domani non è più maggio.
Serie: Occhio baggiano
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- Episodio 3: Settembre sui bastioni
- Episodio 4: Ottobre tra le onde
“«Mah, vediamo» solo io colgo l’ironia della scelta del verbo”
Davvero fine
Vero? Grazie!
Ciao Caro. La vita può riservare sorprese meravigliose ed è fatta di tanti arcobaleni, capaci di dare un senso ai giorni di pioggia. Una malattia non è mai un peso facile da portare, il trucco sta nel non identificarsi con essa: è una compagna scomoda, ma riguarda il nostro corpo e non la nostra mente. Sono un vecchio catorcio che, secondo i medici, doveva morire a tre mesi di vita: nel frattempo ho girato angoli di mondo, avuto una figlia, scritto libri, ammirato mille arcobaleni. Non è possibile evitare che piova, di tanto in tanto: è naturale, fisiologico. Come la paura, provarla ci rende umani: la soluzione è dare spazio a chi amiamo. Se non si è soli, il peso è più leggero.
*Ciao Carlo… ma anche Caro può andare bene 😀
Cara Micol, grazie di cuore! Bellissime parole. Concordo molto sul dare spazio a chi amiamo. Io sono un tipo molto allegro e positivo di natura, mi piace scherzare e ho imparato a scherzare anche su questa malattia come su tante altre cose che possono sembrare difetti. Che dire, meno male che i medici si sono sbagliati! Forse intendevano 3 lustri 😂 Sul vivere appieno la vita, penso che questa malattia mi abbia spronato ancora di più. La mia paura più grande è quella di non vivere. Vivendo poi, si prende spunto per scrivere, perché la fantasia è fondamentale, ma bisogna anche avere esperienza. Infine, quando arriverà il mio giorno, voglio poter salutare la Morte come una vecchia amica e dire “ho fatto tutto quello era in mio potere”. Un abbraccio!
Una sola parola: wow!
Grazie Kenji!
“Vaffanculo la faccio ugualmente”
Così!
😂
Io credo, Carlo, che questo sia uno dei tuoi racconti più vivi. Partendo dal fatto che la tua tecnica e stile migliorano ogni volta e si arricchiscono di elementi nuovi, sono convinta che tu abbia trovato il giusto equilibrio fra i due mondi, quello dentro di noi e quello attorno. In questo racconto, in particolare, hai condiviso un pezzo importante della tua storia, che è ciò che il lettore vuole, ma l’hai arricchito di elementi pescati da ciò che ti circonda, il paesaggio, la natura, le persone, e così lo hai attualizzato. Le tue parole sono molto forti e colpiscono, soprattutto le corse in moto che superano il limite della sicurezza e che, assieme all’immagine del surf, diventano metafora di come tu decidi di affrontare la malattia. Stupenda l’immagine di te in piedi sul guardrail con il cielo che si calma dopo la tempesta e tu che, in quel momento, decidi di accettare ciò che ti viene riservato. Perché il tuo messaggio è chiaro, la vita è comunque bellissima, qualsiasi cosa ci offra è un regalo, anche se spesso è tanto difficile comprenderlo. Bravissimo Carlo. Giovane l’età, ma pienamente matura la tua consapevolezza. Direi che è il punto di partenza migliore e il trampolino da cui fare il salto. Ti mando un abbraccio grande e continua, se vuoi, a condividere perché, secondo me, è la strada giusta.
E comunque, anche se siamo geograficamente un po’ distanti, anche qui maggio è finito e oggi c’è il sole.
Cara Cristiana, grazie per le tue belle parole e per aver compreso fino in fondo questo piccolo racconto. Scrivere è stato molto liberatorio e indovina un po’? Oggi c’è il sole e sono andato al mare con il surf a prendere qualche onda. Non è solo uno sport, è proprio uno stile di vita. Si impara molto dal surf: ad avere pazienza, perseveranza e ad accettare quello che il mare ti dà: oggi puoi avere onde, domani no. L’importante è godersi pienamente ogni singolo momento perché come hai ben detto, la vita è comunque un dono. Grazie ancora e un abbraccio! Alla prossima!
In questi giorni mi è anche venuta spesso in mente la canzone I lived degli One Republic. Nel video c’è un ragazzo con problemi respiratori che va in bicicletta e gioca ad hockey. Quando lo vidi qualche anno fa mi colpisse, pensai che avrei nelle sue stesse condizioni anche io non mi sarei mai voluto abbattere. Spero di mantenere la strada giusta.
Mia figlia è ipotonica dalla nascita e, naturalmente, viene sistematicamente derisa e bullizzata soprattutto a scuola, da sempre. Ha schiena e collo malandati, pieni di contratture e che non riescono a sorreggere il peso del corpo. Nonostante questo fa 7 ore di danza alla settimana anche se è sempre non uno, ma cento passi indietro rispetto alle compagne. Per lei sarà sempre così, perché l’aspetta una dura lotta che l’accompagnerà per tutta la vita. Nonostante questo, lei è una che non molla mai. Ha imparato ad accettarsi e ascoltarsi. Credo sia la persona più forte e coraggiosa che ho la fortuna di conoscere. Stasera leggeremo insieme il tuo racconto.
Se posso permettermi, credo che tua figlia sia veramente molto forte e posso imparare molto da lei. Sono questi i veri eroi e spero possa continuare a danzare. Un passo alla volta, senza fretta, arriverà anche lei dove le altre magari sono già arrivate. L’importante è il viaggio no? Sul bullismo ci sono rimasto molto male, pensavo che le nuove generazioni fossero più aperte. Ma anche in questo caso, prima o poi finirà e anche gli altri suoi coetanei riusciranno ad avere un briciolo della maturità e dell’umanità che lei ha già. Non mollare mai, e con una madre del genere, sono certo che un giorno anche lei, leggendo i racconti della madre, farà la sua esperienza, magari proprio in Sudamerica. Un abbraccio ad entrambe! Visto che siamo ancora al 2 giugno, in tema di parata militare, l’inno della Brigata Sassari parla della gioventù sarda che affronta il pericolo insieme una frase dice “ajo, dimonios, forza paris”, ovvero “andiamo, demoni, avanti insieme”. Forza paris!
Grazie 💪
Chapeau Carlo! Questo racconto è riduttivo dire che è bellissimo! Bravo!E soprattutto non può piovere sempre sul bagnato! Forza e coraggio <3
Grazie! Oggi c’è il sole, maggio è finito 😉
Ciao Carlo, spero non ci sia niente di vero in questo racconto, almeno per quanto riguarda la malattia. E` vero che i trapianti di cornea sono pane quotidiano per chi si occupa di chirurgia dell’ occhio. Ormai, per loro, sara` facile e garantito quanto l’ estrazione di un dente, ma per chi l’ intervento lo subisce, la paura e` inevitabile. E tu scrivendo hai trasmesso in pieno la preoccupazione e l’ incertezza, ma anche il coraggio di affrontare una delle tante difficili prove, che la vita talvolta ci impone. In tutti i casi – che sia autobiografico in tutto o in parte, oppure no – molto bravo. Un racconto intenso, efficace e un’ immagine suggestiva e perfettamente intonata al finale del racconto, soprattutto se la foto era uno scatto serale. “Arcobaleno di sera, bel tempo si spera.”
Ciao Maria Luisa, graize. Vorrei anche io che fosse solo frutto della mia fantasia, purtroppo è vero. In questo racconto ho unito più episodi in un solo giorno, compreso l’arcobaleno, uscito ieri, bello, enorme e splendido. Non ho pensato a fargli una foto, volevo godermi il momento e così quello nella copertina è una immagine trovata su Pixabay. A presto, e ancora grazie!