
Off he goes – Soffitta numero 12
Serie: Off he goes
- Episodio 1: Off he goes – Soffitta numero 12
- Episodio 2: Off he goes – Traccia numero 6
STAGIONE 1
Chiudo la porta della soffitta numero dodici con due giri di chiave e subito dopo il cancelletto in ferro, più recente rispetto alla costruzione originaria, che delimita il corridoio sul quale si affacciano i solai di tutti gli inquilini del palazzo.
Lo hanno installato anni fa, quel cancelletto, perché negli anfratti del sottotetto un ragazzo che abitava nello stabile ci andava a bucarsi. Più che un tentativo di dissuaderlo dal continuare, era stato il modo per impedirgli di farsi là sopra, privandolo delle chiavi.
Quel ragazzo adesso non c’è più, non nel palazzo e non da qualche altra parte, ma il cancello è rimasto. E chissà perché tutti quanti ci ostiniamo a tenerlo sprangato, come se avessimo paura di ritrovarci quell’infelice ancora lì tra quei pertugi quando andiamo a tirare giù l’albero di Natale o le valigie grosse per i viaggi più lunghi.
Scendo a piedi le due rampe di scale che mi separano dal mio appartamento. In mano ho un borsone con dentro cianfrusaglie lasciate dai precedenti proprietari, che finalmente mi sono deciso a mettere all’asta in rete, e una scatola rettangolare di cartone a fiori, di quelle che si comprano nei negozi di cancelleria o dei cinesi così come sono, per tenerci dentro quello che è.
Quando l’ho vista sullo scaffale a prendere polvere la fantasia disegnata sopra mi ha detto qualcosa, anche se non sapevo di preciso che lingua parlasse. L’ho aperta, ho sbirciato dentro, l’ho richiusa e me la sono portata appresso, tenendola ferma sotto l’ascella e sfregandomi i palmi delle mani con i polpastrelli delle dita piegate verso l’interno, per tentare di mandare via pulviscolo e ragnatele senza sfregarmele sui pantaloni della tuta o sulla felpa, che anche se è roba da casa poi mia moglie si incazza comunque.
Entro in casa e ripongo momentaneamente il sacchetto di cianfrusaglie nell’armadio ad angolo della camera, a fare compagnia a tutte le altre cose messe lì momentaneamente, il cui ricordo sublimerà assieme alle mie buone intenzioni sino alla prossima volta in cui aprirò l’anta di nuovo per stiparci qualcos’altro.
In piedi, appoggiato di schiena al lavandino della cucina, con una spugnetta lavo via la polvere dal coperchio della scatola ancora chiusa ed i colori per un attimo sembrano tornare a brillare di nuovo; ma è solo l’effetto della patina umida sulla superficie di colpo pulita, che una volta asciutta tradisce ancora l’opacità dei disegni e dell’inchiostro sbiadito.
Sposto una seggiola da sotto il tavolo e mi siedo poggiando la scatola davanti a me. I bordi interni del coperchio producono un leggero attrito, levigato e arioso quando lo sollevo prendendolo dei lati più corti, in contrasto con il rumore secco che mi restituisce quando lo abbandono poi sul legno chiaro.
Estraggo dalla scatola la videocassetta. È conservata in una custodia di cartoncino color panna, talmente sottile che potrebbero avere lo spessore di una normale pagina di quaderno. Sulla superficie scivolosa e opaca sono stati annotati a matita, in una scrittura che non è mia e nemmeno riconosco, numeri che si leggono a stento, la grafite cancellata negli spostamenti e nei traslochi e nei passaggi da una mano all’altra. Intuisco rappresentino un giorno un mese e un anno, ma decifro solo l’ultimo, 1997. Come l’anno della fuga da New York, che quando è uscito nel 1981 sembrava appartenere ad un futuro inarrivabile ai miei occhi di bambino, e ora è solo una data del passato, di quasi trent’anni fa.
Libero la videocassetta dalla custodia e me la rigiro tra le mani. Non c’è alcuna etichetta, né sulla scanalatura del fianco esterno né su quella del lato largo e piatto, sul quale sono visibili attraverso la plastica trasparente i rulli bianchi e il nastro nero.
Alzo gli occhi dall’oggetto e li poso sul televisore appeso alla parete della sala, che è un ambiente unico con la cucina, per poi scendere alla credenza azzurro polvere dalle fogge retrò, ampia e profonda, che a prima vista stona con la modernità di quel che la sovrasta ma che in realtà rappresenta un abbinamento perfetto nel suo contrasto. Almeno a me pare.
Quella credenza custodisce quello che fa al caso mio. L’ho visto infilato lì dentro l’altro giorno, in un angolo, decisamente fuori luogo sopra il ripiano delle coperte da divano e delle tovaglie; e per un momento come sempre accade ogni volta che lo vedo mi è balzata l’idea di metterlo all’asta pure lui, assieme alle cianfrusaglie dei vecchi inquilini. Ma poi, come anche in questo caso sempre accade, mi faccio prendere dalle perplessità, e dall’idea che se do via un oggetto che ho usato così tanto nella mia vita solo perché risulta sorpassato, prima o poi questa cosa mi si ritorcerà contro, e in qualche modo qualcuno farà lo stesso con me.
Scollego dalla tv la Playstation e collego il videoregistratore che ho appena tirato fuori dalla credenza. I cavi sono piegati a formare anse che il tempo ha reso immodificabili; ma per fortuna quella che un tempo era considerata una presa di connessione avveniristica, ed ora è solo una serie di aghetti obsoleti, si adatta ancora alle previdenti fessure d’ingresso nascoste dietro lo schermo.
Premo il tasto col simbolino a semicerchio interrotto del videoregistratore ed inserisco la cassetta all’interno del vano protetto dalla linguetta basculante. Il suono di ticchettii meccanici e il ronzio di motorini elettrici, che pensavo di avere sepolto per sempre in qualche radura per arrivare alla quale ho perso la mappa, riemergono dalla memoria appena la cassetta viene risucchiata nel lettore, ed ora so di nuovo con anticipo e certezza quale sarà la melodia ritmica di quel concerto di percussioni e corde tese; esattamente come quando mi capita per caso di ascoltare una tonalità metallica e gracchiante e mi basta chiudere gli occhi per ricordare l’esatta sequenza di suoni che uscivano dalle casse esterne del mio primo computer quando collegavo il modem 56K alla rete telefonica.
Sprofondo con la schiena nel divano, accendo la tv, riavvolgo il nastro e quando sento lo scatto di arresto della bobina premo il tasto Play.
Serie: Off he goes
- Episodio 1: Off he goes – Soffitta numero 12
- Episodio 2: Off he goes – Traccia numero 6
Ciao Roberto! Che bello leggere di nuovo qualcosa di tuo dopo tanto tempo! 😸
Parto con dire che mi hai fatto tornare alla memoria le videocassette e i videoregistratori di cui, purtroppo, non ho goduto a lungo. Eppure il suono che descrivi, la linguetta a basculante, i nastri dentro le videocassette… è emozionante quando un racconto riesce a risvegliare ricordi che credevo perduti, o quasi!
Hai cambiato genere per un ritorno ad effetto, o sbaglio? 😼
Ciao Roberto! Le videocassette hanno sempre un fascino unico! Tu saresti capace di scrivere un racconto appassionante soltanto descrivendone l’impatto sui cinque sensi (ricordi il profumo? Assuefacente, come quello dei pennarelli indelebili. E il suono? Il ticchettio delle due bobine… poi la ruvidità! Avevano tipo due fasce di minuscole scaglie quadrate, come se fossero dei piccoli rettili rettangolari 🙂 ) Grande la citazione di Carpenter! Io però, a differenza di Giancarlo, credo che il suo capolavoro (tra i capolavori che ha fatto) sia stato “Il seme della follia”.
Vero, trasmettevano sensazioni irripetibili con altri supporti, e la cosa bella era che te accorgevi sul momento, senza dover aspettare momenti nostalgici futuri. Grazie per esserti immerso.
Ritorno a farmi vivo, finalmente, dopo un periodo (tutto gennaio…) decisamente nero. E cosa trovo? Il primo episodio di una nuova serie. Perfetto. La lettura mi proietta indietro nel tempo, tra rumori, ricordi, pensieri; e in un presente tragico, subito, dalle prime righe, che ci racconta come noi nascondiamo ciò che vogliamo dimenticare, senza affrontare davvero il problema. “I colori per un attimo sembrano tornare a brillare di nuovo”. Sembrano… Fantastico. Bello.
Ciao Roberto. Aspetto il seguito!
E prima o poi tornerò a riappropriarmi del mio tempo.
Oh, sono proprio contento di essere stato l’esordio del tuo ritorno. Non sarà una serie lunga, ma speriamo intensa 😅. Grazie Antonio
“E chissà perché tutti quanti ci ostiniamo a tenerlo sprangato, come se avessimo paura di ritrovarci quell’infelice ancora lì tra quei pertugi quando andiamo a tirare giù l’albero di Natale “
A parte che come immagine iniziale è strepitosa. La solitudine di questo ragazzo che da qui in poi non vedremo né conosceremo più. Ma rimarrà, secondo me, in qualche modo. Non è l’unica cosa che i condomini vogliono chiudere fuori. Gli ha soltanto insegnato a farlo. E in tutto questo spunta la videocassetta misteriosa…bell’inizio. Mi piace.
Grazie Dea, sono contento che questa storia incuriosisca 🙂
Ciao Roberto. Parto dal titolo che è assolutamente inquietante e cozza molto bene con l’inizio dove abbiamo una sorta di chiusura soffocante fra scatoloni e cose vecchie che appartengono al passato. Ho apprezzato molto le descrizioni minuziose che caratterizzano il tuo stile (soprattutto le mani…). Intrigante il segreto della videocassetta, sa di mistero.
Mi sono posto un grosso dubbio sul titolo, perché avevo il timore che suonasse come di un genere col quale la storia non c’entra niente. Ma alla fine ho trovato stimolante anche l’idea di fare cambiare opinione. Grazie di averlo letto.
“fuga da New York”
L’acme di Carpenter, secondo me. Mai superato da sé stesso né da altri nell’ambito del settore. Ho avuto per un decennio la colonna sonora come suoneria dello smartphone.
Tra l’altro quel film è un pozzo di chicche e retroscena, ne avevo letto non molto tempo fa, se ritrovo il link te lo giro.
Un incipit con tanto intimismo da sembrare un diario personale. Le tue descrizioni sono sempre eleganti, stilisticamente perfette e iperrealistiche, al punto da aspirare il lettore dentro il racconto e non farlo più uscire. Sempre bravo, Roberto.
Sempre lusingato Giancarlo.
“Quel ragazzo adesso non c’è più, non nel palazzo e non da qualche altra parte, ma il cancello è rimasto. E chissà perché tutti quanti ci ostiniamo a tenerlo sprangato, come se avessimo paura di ritrovarci quell’infelice ancora lì”
Splendido passaggio. Semplicemente elegante. Ma complimenti!
Il tuo soffermarti sui dettagli mi riempie sempre di gratitudine.
Inizia un tuffo nel passato e tutto nell’episodio riporta al passato: la videocassetta, il videoregistratore, il modem… Roba che in meno di trent’anni è diventata reperti archeologici, che per noi era tecnologia nuova. Quel film con Kurt Russell era ovviamente una delle tante videocassette che avevo nell’armadio della mia stanza.
Cassetta consumata e strinata a suon di farla girare 😅. Grazie Fra!
“l’esatta sequenza di suoni che uscivano dalle casse esterne del mio primo computer quando collegavo il modem 56K alla rete telefonica.”
Secondo me Roby, io e te siamo coetanei, perché tutto ciò che hai descritto in questo racconto e nei prossimi che sicuramente leggerò, me lo hai fatto rivivere con una straordinaria intensità. Sai cosa soprattutto??? Quelle curve tremende dei cavi che si formano e si irrigidiscono col tempo, io le conosco benissimo!!!👏 👏 👏
Mi avvicino settimana dopo settimana ai 50!😉
Grazie Alberto per la fiducia sul seguito.
“Quel ragazzo adesso non c’è più, non nel palazzo e non da qualche altra parte, ma il cancello è rimasto”
Questo passaggio l’ho trovato di una bellezza micidiale. Non so perché mi ha colpito così tanto, anzi forse, se ci penso bene, mi ha fatto pensare a quella capacità che credo sia prettamente umana di abituarsi ed adattarsi alla tragedia. 👏 👏 👏
Grazie Alberto, è una riflessione decisamente azzeccata.
Brillantissimo come sempre!!! E ci lasci qua ad attendere, a chiederci se quella cassetta ti restituirà una Cicciolina giovane o scene da un matrimonio o una gita aziendale. I tuoi magheggi sono sempre avvolgenti e intriganti. Il desiderio sarebbe girare pagina e svelare immediatamente ma qui, pur marcandoti a uomo, non è possibile, e l’unica soluzione è avere pazienza nell’attesa del prossimo episodio. Grande Roberto!
Sei sempre incoraggiante Giuseppe, grazie!