
Off he goes – Traccia numero 6
Serie: Off he goes
- Episodio 1: Off he goes – Soffitta numero 12
- Episodio 2: Off he goes – Traccia numero 6
STAGIONE 1
Lo osservo impresso sul nastro magnetico attraverso lo schermo della televisione, due bande nere ai lati che potrebbero sembrare un guasto e che sono invece la conseguenza del formato ormai in disuso nel quale è stato girato il video.
Da subito i colori tendono ad accendersi in tonalità insolite, di viola e di rosso, distorcendo l’immagine con righe orizzontali che disturbano l’inquadratura come fossero i segni lasciati da una piega su una fotografia. Poi tutto si stabilizza, lasciando il posto a una pellicola che mantiene però fissa una sgranatura di fondo, alla quale le nostre esigenze ad alta definizione non sono più abituate. Il contrasto con la modernità dello schermo è quasi profano.
Lo vedo scendere dalla via avvicinandosi un passo alla volta alla telecamera puntata su di lui, ad un’ora imprecisata di un giorno qualsiasi privo di luce. Potrebbe essere pomeriggio, oppure notte.
Non guarda verso l’obiettivo. Come fosse un attore consumato, o come se a riprenderlo ci fosse qualcuno che è lì ma in un momento diverso. Come se quel filmato non dovesse finire un giorno nelle mani di nessuno.
Il silenzio attorno è interrotto da uno scricchiolio ritmico, l’incedere delle suole che compattano a terra la neve fresca caduta da poco. Si inserisce a tratti il sopraggiungere di un’auto lungo la direttrice principale, perpendicolare alla strada in discesa che percorre il ragazzo. Un rumore intermittente e irregolare, di carrozzerie e gomme che rotolano bagnate su un asfalto sul quale il gelo non ha fatto presa. Vibrazioni via via più intense che si fanno più vicine fino a raggiungere il culmine, scemare e scomparire del tutto, lasciando nuovamente spazio a quei passi giovani e pesanti.
E io che quel ragazzo lo conoscevo bene, così come conosco bene l’uomo che è diventato, so perfettamente da dove ne viene e dove andrà un giorno.
Così come so che se ha scelto quel percorso la ragione non sta nel fatto di essere il più breve per arrivare a casa, ma perché è quello più insolito e meno ripetitivo. Perché gli piace scoprire strade nuove che non ha mai fatto prima. Vedere cosa ci sia dietro quella curva che ha adocchiato qualche giorno addietro. Chi si affacci alle vetrate di quelle case così eleganti e un po’ defilate. Immaginare come potrebbe essere vivere una vita che non gli appartiene lì dentro. Assieme a quella donna che suona il violino in un ambiente illuminato da una luce calda e rassicurante, leggendo lo spartito davanti a una finestra senza tende che affaccia su un giardino in letargo. A domandarsi quante cose che ancora non conosce potrebbe insegnargli quella donna. A mettere da parte quelle domande e continuare a camminare.
Ha gli occhi puntati a terra e i pensieri aggrappati altrove, sta mettendo insieme i pezzi sparpagliati in giro di una di quelle tante giornate, dai contorni dilatati come gocce d’inchiostro in una brocca piena d’acqua, inverosimilmente spesa lassù in capo al mondo.
Entrambe le mani sono al riparo nelle tasche di un giaccone verde militare che gli ho visto indosso talmente tante volte, talmente tanto da vicino, da percepirne l’odore come se questo scaturisse dallo schermo prima che dai ricordi. Vivido della cera che lo rende impermeabile, che accentua sul tessuto i riflessi della luce proiettata dai lampioni a incandescenza piantati con regolarità lungo il marciapiede, impegnati come possono a spazzare via tratti di buio mentre gli accendono sulle spalle una tonalità giallognola.
Il cappello di lana spessa è ben calato sulla testa. Su un risvolto che arriva quasi a sfiorare gli occhi lunghi e stretti come fessure, dal taglio sottile che quasi fa a pugni con la corporatura massiccia e pronunciata dei suoi ventitré anni, minuscoli sporadici cristalli si sciolgono lentamente inzuppando le trame del berretto e lasciando il posto ad altrettanti in arrivo, sospinti da un vento che stenta a fare breccia tra l’irta barba rossastra che gli ricopre le guance.
Svolta l’angolo e gira alla sua sinistra, fermandosi di fronte alla porta esterna di un edificio grigio le cui fondamenta poggiano sul terreno di un’isola spaccata in due fra America ed Europa, dalle fattezze vagamente sovietiche se osservato da una certa distanza; come se chi l’ha costruito un tempo avesse voluto strizzare l’occhio a tutti i modi in cui sarebbe potuto defluire il corso della storia.
Lo vedo frugare nelle tasche della giacca, cercare le chiavi facendosi strada con le dita ostacolate forse da una busta di tabacco o un accendino, sfregare le suole sullo zerbino per liberarsi della neve sporca accumulata sotto al carrarmato delle scarpe.
Entra nell’edificio richiudendosi la porta alle spalle, e né io né voi lo rivedremo più com’era allora.
Ma mi basta chiudere gli occhi per guardarlo entrare da quella porta e scendere i tre gradini che conducono al corridoio, mentre sto seduto al tavolo della cucina con una tazza fumante di the tra le mani e un libro dell’università che non ho nessuna intenzione di aprire.
I suoi passi risuonano ovattati e morbidi, scalzi sulla moquette chiara che ricopre a terra gran parte dell’appartamento che condividiamo, io lui e altri ragazzi che chissà dove sono finiti.
Gli chiedo se ha voglia di uscire con me, dobbiamo fare un po’ di spesa.
Mi dice che va bene, dieci minuti ed è pronto.
Scompare dalla mia visuale e lo sento muoversi verso camera sua, la porta che si apre e si richiude.
E allora sì, che posso solo immaginare. Lui che accende la lampada sulla scrivania e posa a terra lo zaino.
Che si toglie la giacca e l’appende al gancio dell’armadio.
Che si siede sul bordo del letto e apre il cassetto del comodino.
Tira fuori un’audiocassetta registrata, “No Code” vergato a mano con un pennarello sulla copertina di carta bianca.
Toglie la cassetta dalla custodia e la inserisce nella vaschetta dello stereo portatile.
Si sdraia con una mano sotto la testa, allunga l’altra verso lo stereo.
Sulla traccia numero sei chiude gli occhi e preme il tasto Play.
Al mio amico, e a chi ci si è ritrovato.
Serie: Off he goes
- Episodio 1: Off he goes – Soffitta numero 12
- Episodio 2: Off he goes – Traccia numero 6
Ciao Roberto! Sempre fantastico il tuo modo di rielaborare i ricordi personali e di presentarli sotto a una luce originale. Nella tua narrativa la memoria è un caposaldo: tutto ciò che racconti entra automaticamente nella sfera del nostalgico, velandosi di quell’aura mitica che ricopre i ricordi e, con loro, gli oggetti e i supporti che ne sono impregnati👏🏻
Grazie Nicholas, sei sempre incoraggiante!
Ciao Roberto, arrivo un po’ in ritardo nel leggere gli episodi della serie, spero mi perdonerai. Comunque, entrambi molto belli, mi sono piaciuti tanto, come sempre!! Complimenti.
Passa quando e se riesci Alfredo, non c’è fretta e sei sempre il benvenuto. Grazie!
Grazie a te Roberto. Purtroppo molto spesso non c’è neanche il tempo per scrivere i propri racconti o leggere quelli altrui, e non capisco se capiti soltanto al sottoscritto o anche agli altri. Complimenti ancora!!
Penso capiti a tutti. Io mi ritaglio il tempo nei weekend e spesso la mattina prima di andare al lavoro.
Sì, infatti ritagliare un po’ di tempo per leggere gli episodi degli altri è la cosa migliore da fare. Nonostante ciò, però, alcune volte non si riesce proprio a raccapezzarsi.
Mi sono chiesta già dalla volta precedente se il titolo fosse legato alla canzone. Ora, eccola. Mi ha accompagnata per l’intero racconto, ci sta a pennello, ne ha il suono e il sapore.
Ho notato una cosa: due numeri. Soffitta 12, traccia 6. Non so, ci ho visto una sorta di profezia, un conto magico alla rovescia. Secondo i calcoli della mia mente deviata nel terzo episodio dovrebbe comparire il numero 3…ma forse sto solo delirando. Staremo a vedere 😉
In effetti deve essere come dici tu, una sorta di profezia, o qualcosa che avevo in testa senza saperlo. Ma non ci sarà modo di verificarlo perché questa storia si conclude qui. Quel ragazzo sul video è un amico col quale ho fatto l’Erasmus in Islanda a Reykjavík quando eravamo studenti universitari. L’idea era quella della trasposizione di un ricordo attraverso una videocassetta (inesistente), che lo ritraesse in un momento di quotidianità di allora, per poi guardarlo con i miei occhi quando invece entra in casa. La scelta della canzone è duplice: il tema dell’amicizia trattato nel testo in modo non scontato, ed il fatto che quell’album (assieme a OK Computer dei Radiohead) fossero le due cassette che aveva con sé quando studiavamo su, e me lo sono sempre immaginato in quelle giornate di appena quattro ore di luce ad ascoltare nella sua camera ”Off he goes”, chiedendomi fino a quanto riuscisse (e riuscissimo) a comprendere l’esperienza che stavamo vivendo. Per il suo 50esimo compleanno gli ho regalato tre giorni a Reykjavik, solo io e lui, dove non eravamo mai più ritornati. Siamo andati a gennaio, è stato molto evocativo. Questo racconto ce l’avevo in testa già da tempo, ma col viaggio ha spinto per uscire fuori definitivamente.
Grazie per averlo letto!
“so perfettamente da dove ne viene e dove andrà un giorno.”
vintage come il vhs quel “ne viene”👏
tu dici eh? mmh, osservazione interessante, bisogna che me la studi un po’…
Come detto nel precedente commento, ho un ricordo non così nitido delle videocassette, eppure mi è sembrato di starne guardando una, di essere tornata indietro nel tempo. Le immagini si susseguono come su uno schermo; ricordi registrati per impedire che vadano perduti.
Concordo con quanto detto da @cristiana : il modo in cui usi le parole è inconfondibile; sai prenderti il giusto tempo per dire tutto ciò che vuoi dire, senza mai annoiare.
Rettifico quanto scritto prima: non hai cambiato genere, sei rimasto te stesso dando il meglio. 😸
Ciao Mary, ti rispondo qua sia per il primo che per il secondo commento, grazie davvero, mi hai scritto una cosa bellissima che allo stesso tempo mi lascia soddisfatto e mi spinge a fare una riflessione. Un abbraccio.
Ciao Roberto, è sempre bello come racconti e valorizzi la quotidianità con frasi davvero belle ed evocative.
Le prime righe mi hanno riportato ai miei pomeriggi di bambina, quando guardavo e riguardavo le videocassette dei film Disney o i filmini delle vacanze e di Natale. I tuoi ricordi ne hanno evocati altri. Bravo come sempre!
Sapere di averti risvegliato dei ricordi è ricevere un gran bel complimento, oltre ad essere una bella soddisfazione personale. Grazie Melania!
Bello Roberto! Bello il modo in cui come sempre mi hai portato lentamente dove volevi tu! Canzone stupenda che ha consumato le mie nostalgie innumerevoli volte. Ho apprezzato più questa seconda parte che la prima più descrittiva! Sempre il mio gusto personale, quello che mi porta ad essere molto scarno nelle descrizioni, che spesso anche nella lettura mi portano un po’ fuori centro e mi costringono a tornare indietro. Ma ripeto è un mio gueso personale e tu sei molto bravo a fare quello che fai!
Si, devo ammettere che questa seconda parte ce l’avevo in testa in qualche modo da molto prima, e in effetti me ne accorgo da come è uscita. Grazie per la lettura, i tuoi commenti non sono mai scontati.
C’è quella malinconia graffiata e quasi giallognola che accompagna il tuo testo, come un brivido che corre lungo la schiena e non si sa dove si ferma. Lui e l’altro, l’uomo di fronte allo specchio che guarda se stesso, come attore e spettatore. E poi, il sentimento dell’amicizia che ti viene da dentro e nemmeno intendi celarlo. Magistrale la scena che accompagna il ritorno a casa, descrizioni vivide e quella tua maniera lenta di scrivere, senza fretta, così ci dici tutto. Credo, Roberto, uno dei tuoi racconti che ho preferito. Adesso torno a leggerlo.
Mi piace come ti immergi sempre nei racconti, e questo tuo non accontentarti della prima lettura per concedere alle storie il beneficio di poter parlare ancora un po’. Grazie Cristiana.
Il racconto è legato alla canzone fin dal titolo, si doveva solo aspettare in che modo. Hai una bella capacità di mettere su carta i ricordi. Bravo, come sempre.
Grazie Francesco, sempre gentile e presente.
Bravo Roberto, mai scontato e sempre elegante. Vorrei saper scrivere di persone vere e di nostalgia come ci riesci tu, sempre bene. Io non ci riesco, qualcuno ci resta sempre male.
Grazie Giancarlo… Mariiiiia certa gente non è mai contenta!
Aldo, esci da questo Toso!
😂.
“Non guarda verso l’obiettivo. Come fosse un attore consumato, o come se a riprenderlo ci fosse qualcuno che è lì ma in un momento diverso. “
Bellissima suggestione.👏
🙏.
Mi piace molto la tua scrittura! Al di là dei racconti in sè, è una scrittura carica di significato che arriva dritto al cuore di chi legge!
Grazie Tatiana! Beh, a leggere un commento del genere direi che anche tu sei brava ad arrivare dritta al punto…
Innanzitutto complimenti per la musica. Ho ascoltato Off He goes, e letto attentamente il testo. Lo hai interpretato davvero bene, donandoci un pò di genuino stile americano che sa accarezzare e graffiare, come un whiskey ben invecchiato, di quelli che ne hanno viste passare tante: il sapore di un’antica, profonda amicizia.
Grazie Robért per il tuo passaggio. Sì, quel brano mi gira in testa da un sacco di tempo, assieme alla domanda su come farlo un po’ più mio.
Giuseppe ha ragione: una profonda nostalgia, ecco cosa suscita la lettura di queste righe. Vivere questo scorcio di vita attraverso la vecchia tecnologia rafforza questo sentimento. Volevi scrivere del tuo amico in modo non scontato, dici? Beh, gli hai fatto un regalo immenso!
Buona domenica, Roberto.
Grazie Antonio, anche tu mi hai fatto un regalo con il tuo commento.
Che bellezza ci proponi. Un ricordo tuo, che fai diventare nostro. La delicatezza con cui ci racconti di questo ragazzo è commovente e riesce nell’intento di suscitare in me, in noi, nostalgia di un tempo, o di una persona, che non è più nel quotidiano ma che resta, indelebile nella mente. Il brano dei Pearl Jam che hai scelto mette la giusta cornice alla dolce malinconia che rimane dopo la lettura. Scrittura perfetta, come tua consuetudine. Grazie per questa ennesima perla caro Roberto.
Grazie Giuseppe, questa volta sono felice di poter dire che questa persona fa ancora parte del mio quotidiano, ma un paio di vicende mi hanno fatto venire voglia di ricordarlo nella veste di tanti anni fa.
Bello. Spero di leggere presto il seguito
Grazie Rocco. Purtroppo devo deluderti dicendoti che il racconto termina qui. È un omaggio ad un amico col quale ho condiviso anche questa avventura quando eravamo giovani. Era tanto che volevo scrivere di lui per lui, ma volevo farlo in un modo non scontato. Spero dii esserci riuscito, e che gli piacerà quando glielo farò avere.