Zafiristan (di Learco Bissoli, illustratore, cartotecnico)

Serie: OLOTIPI DELL'IMMAGINARIO


Una lista di Opere prime (e fortunatamente uniche) del panorama artistico contemporaneo, stilata dalla raffinata penna del mio caro amico Giulio Traüber.

Learco Bissoli non aveva mai amato i libri.

Li considerava oggetti timidi, appiattiti dalla loro stessa passività. 

Cose che si lasciavano sfo­gliare senza opporre resistenza.

Da bambino, a Rovigo, smontava gli atlanti scolastici per capire dove si nascondesse quella profondità che la maestra prometteva sempre e che non arrivava mai.

Non la trovò.

Decise allora, con la cocciutaggine tipica di chi scambia un torto d’infanzia per una missione di vita, che l’avrebbe costruita lui.

Terminata la scuola, Bissoli passò undici anni a fare il restauratore di leggii lignei per una manciata di conventi del Polesine, mestiere che gli diede due cose fondamentali: la conoscenza esatta di come un cardine possa reggere un peso spropor­zionato al proprio spessore, e una solitudine suffi­cientemente vasta da dover essere colmata di un’ossessione unica.

Quando il convento di Santa Cattarina fallì e lo liquidò con una buonuscita ridicola e un carico di assi di tiglio invendute, Learco capì che era arri­vato il grande momento: quello d’ingegnarsi per creare qualcosa di unico.

L’idea non fu di progettare un semplice libro pop-up, ma un intero ambiente abitativo.

La sua ossessione, ripeteva ai pochi che lo stavano a sentire, non era l’illustrazione ma l’inge­gneria del disvelamento: ogni pagina, aperta, dove­va liberare un istante di equilibrio che prima non esisteva. 

Studiò per sette anni i principi di tensionamento, i pannelli a scorrimento parallelo, le strutture a soffietto usate nei presepi napoletani monumentali, e li scartò tutti perché “mentivano sulla propria fragilità”. 

Voleva perni veri. Voleva che il cartone smettesse di comportarsi da cartone.

Inventò così il giunto a farfalla rovesciata: due alette triangolari di cartone pressato a undici strati, unite da uno spago di canapa incerato passa­to attraverso un foro conico, che si autobloccavano nel momento esatto in cui la pagina raggiungeva un’apertura di centottanta gradi. Non serviva colla. Non servivano magneti. Serviva solo che l’angolo fosse calcolato al decimo di grado – un errore di tre gradi, scriveva nei suoi quaderni, con una calli­grafia minuta, e le stanze non si reggerebbero. E se una crolla, porta con sé anche l’altra.

Perché le stanze erano collegate. Questo era il segreto – o la follia, a seconda di chi giudicava. 

Bissoli non costruì quindici ambienti indipendenti: costruì quindici scenari che si sorreggevano a vi­cenda per compressione laterale, come le pietre di un arco romano. Bastava alzare una pagina all’estremità del libro perché, attraverso un sistema di tiranti nascosti nel dorso – fettucce di iuta che correvano sotto le cerniere come tendini sotto la pelle –, le configurazioni nascenti prendessero a sollevarsi da sole, in progressione, spinte da quelle calanti, con un rumore secco che i pochi testimoni descrissero come uno scricchiolio di giunture.

Ciascun regno, una volta interamente dispiegato, occupava sessantotto metri quadrati e raggiungeva i quattro metri e venti di altezza. Non era leggibile: era attraversabile. Bissoli lo chiama­va Zafiristan, e lo pretendeva sempre per esteso, mai per iniziale, mai abbreviato – “Zafiristan, tutto intero, o niente” – come se dargli un soprannome fosse un affronto alla sua maestosità.

Si iniziava da pagina 1, Il bosco di Nur (una foresta capovolta in cui le chiome degli alberi af­fondavano nel pavimento e le radici si aprivano verso il soffitto come mani in preghiera) costruito con un doppio strato di cartone ondulato piegato “a lisca”, che dava l’illusione della profondità senza che nessuna linea fosse davvero stampata in pro­spettiva. Da lì, una scala – reale, portante, calpesta­bile, sette gradini di compensato marino incastrati a coda di rondine nella pagina madre – saliva alla Torre di Kharabel, dove scaffalature di carta incre­spata contenevano migliaia di libri finti, ognuno largo tre millimetri, disposti secondo un ordine che non rispettava nessun alfabeto esistente.

Seguivano, in una sequenza che Bissoli ave­va concepito come un pellegrinaggio più che come una narrazione: il Mercato di Sabir, il Palazzo del­le Acque, con colonne in policarbonato opalino che imitavano il ghiaccio ma restavano calde al tatto, i Giardini Sospesi di Fhadid, retti da un contrappeso interno la cui tecnologia Bissoli non rivelò a nessuno, il Cimitero dei Ma-Jamid, in cui ogni fos­sa si apriva su un piccolo locale interno, la Catte­drale Capovolta di Al-Quad’me, dalla cupola con­cava all’esterno e convessa all’interno, e infine, all’ultima pagina, la Stanza Numero Quindici, che Bissoli non descrisse mai nei suoi appunti se non con due parole: il Capolavoro.

L’intero apparato pesava quasi una tonnellata fra cartone, spago, compensato marino, policarbo­nato e alluminio. Ci vollero quaranta uomini per trasportarlo, chiuso, fino al capannone agricolo di­smesso alla periferia di Rovigo dove Bissoli lo as­semblò per l’unica, definitiva apertura.

Il 4 ottobre 2008, davanti a una platea di tre­dici persone – un giornalista locale, due ex confra­telli del convento, e dieci curiosi convocati per passaparola – Bissoli aprì personalmente la prima pagina, con l’aiuto di altri 3 collaboratori.

Le testimonianze concordano su questo: le scenografie si susseguirono una dopo l’altra, all’apparenza robustissime, per poi deformarsi obliquamente, come ventagli, in coni sempre più lunghi e sottili, sino all’appiattimento totale sotto al peso della nuova struttura dispiegatasi nella pa­gina successiva. Concordano anche sul fatto che Bissoli, mentre l’ultima parete della Cattedrale Capovolta cominciava a disallinearsi a seguito del­la sfogliatura, si fosse infilato di nascosto tra due pannelli della nascente Stanza Numero Quindici per “controllare un giunto”, disse, e che non ne fosse più uscito.

Il capannone venne in seguito perquisito. La Stanza Numero Quindici venne smontata pannello per pannello. Non fu trovato né un corpo né un’uscita secondaria né una spiegazione. Si rinven­ne solo, incollato all’interno dell’ultimo giunto a farfalla rovesciata, un biglietto con l’inconfondibi­le calligrafia del Bissoli: Non cercatemi. Sto bene qui.

Zafiristan è tutt’oggi conservato, chiuso, in un magazzino della Regione Veneto, in attesa di una destinazione museale.

Nessuno, da allora, ha più tentato di riaprirlo.

Continua...

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Avete messo Mi Piace7 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco

Discussioni

  1. il capitolo finge di essere un pezzo sull’ingegneria, ma è un testo sull’ossessione, sulla solitudine e sul desiderio di costruire un mondo che risponda a una mancanza originaria. La cosa più interessante è che non c’è mai ironia, l’ho trovato molto originale

    1. Ciao! Grazie mille per la lettura🙏🏻 Le tematiche toccate sono esattamente quelle. Aggiungerei anche la fuga dalla realtà (il vero tema dominante dell’intera serie di racconti). Grazie ancora🤗

  2. Mi ricordo quando commentasti “La strana casa nella tela” dicendo che ami i mondi e le storie contenuti in altri mondi e storie, e qua ne abbiamo una dimostrazione palese. C’è la volontà di trasformare i libri, intrinsecamente “passivi”, come dice il personaggio, in qualcosa che respiri autonomamente, chissà forse in cerca di quell’equilibrio strutturale, studiato e preciso che questi, nonostante i loro pregi, faticano a offrire.
    Inoltre non ho potuto fare a meno di vedere come ti destreggi bene tra due sintassi piuttosto diverse: i primi passaggi sono molto paratattici, al punto che vanno addirittura a capo al termine dopo ogni punto, poi man mano affianchi anche periodi più elaborati e diventi generoso con incisi e subordinate.

    1. Ciao Gabriele! Ricordi bene: io adoro le realtà frattali😄 Calcola che questa serie è costituita tutta di libri, album, quadri e opere che sono apparse in altre mie storie (alcune molto vecchie, altre presenti in serie pubblicate anche qui su, come Colophon e l’Atlante) e che ho voluto ampliare, quasi fossero spin-off.
      E hai notato bene anche quell’altra cosa: mi piace alternare paratattiche e ipotattiche. Cambiare ritmo. In questo caso ho voluto costruire il labirinto attorno al lettore: si parte leggeri, con un testo veloce e, poco alla volta, ci si affonda, come una rana bollita. Grazie mille per la lettura e per il commento accuratissimo 🙏🏻🤗

  3. Ammirevole la precisione descrittiva, questo sogno di cartone e spago (se ho ben compreso) fa nascere il desiderio di vederlo e visitarlo.

  4. Ciao Nicholas, mi colpisce sempre la tua creatività e di come riesci a rendere storie assurde verosimili. La parte in cui descrivi il libro è meravigliosa, avrei voluto essere tra il pubblico.
    Bravissimo!

    1. Ciao Melania! Grazie mille per la lettura!🙏🏻 È lo spirito che volevo infondere a tutta la serie: il senso del meraviglioso e del leggendario, ma fortemente ancorato alla realtà 🤗

  5. Il progetto di Bissoli era affascinante, anche se forse non aveva tenuto conto delle leggi di Newton; ma magari la quindicesima stanza era un varco su altre dimensioni e lì, incontrando Edward Leedskalnin, sarà entrato a conoscenza dei segreti della levitazione… forse lo rivedremo ancora, Learco? Bravo Nicholas, la tua fantasia non ha limiti! 🙂👏