OKKUPAZIONE!

Era iniziato tutto con un messaggio su WhatsApp:

“Regaz, occupiamo?”

Nessuno aveva davvero capito se fosse una battuta, ma nel giro di due ore la cosa era diventata virale. 

Il gruppo si chiamava “LISTA CLAMOROSA – QUINTA B”, e già dal nome si capiva che la rivoluzione non era esattamente nel loro DNA. Eppure, quella mattina di novembre, si presentarono davanti al cancello della scuola con sacchi a pelo, panini imbottiti e la vaga convinzione di star facendo la storia.

Il leader, o almeno quello che si era autoproclamato tale, era Bardini Lorenzo, detto “Lollo No Global”, uno che aveva ascoltato i deliri alcolici di uno zio marxista a Natale, e ora si sentiva pronto a riscrivere il sistema scolastico italiano. Parlava usando parole come “tazebao”, “assemblea permanente” e “spazi di dialogo”, anche se nessuno aveva ben chiaro cosa volessero dire.

«Dobbiamo creare un nuovo modello educativo!» dichiarò, mentre cercava inutilmente di aprire una porta secondaria.

«Lollo, quella è la palestra, è sempre chiusa,» gli fece notare Valente Giulia, la più pragmatica del gruppo, una tipetta uguale sputata alla Velma di Scooby-Doo.

Dopo qualche tentativo fallito e una breve discussione filosofica sul significato di “accesso agli spazi pubblici”, qualcuno si ricordò che Fiorenzo il bidello lasciava sempre aperta una porta laterale per fumare. Fu così che la rivoluzione entrò da una porta secondaria, tra l’odore di Nazionali e detersivo.

Una volta dentro, gli occupanti si zittirono.

“E adesso?” chiese Rossetti Marchino, mentre appoggiava il sacco a pelo di Decathlon su un banco.

“Adesso… occupiamo,” rispose Lollo NG, con tono solenne.

Il problema era che nessuno sapeva esattamente cosa significasse occupare. Dopo dieci minuti di entusiasmo iniziale, la situazione degenerò in una serie di decisioni casuali: qualcuno propose di fare un’assemblea, qualcun altro di ordinare pizze, e un gruppo minoritario voleva perlustrare il laboratorio di chimica in cerca di sostanze psicotrope.

Alla fine, vinse la pizza.

Le prime ore passarono tra discorsi confusi e tentativi di organizzazione. Giulia cercava di stilare un programma:

«Allora, alle 10 dibattito sulla didattica, alle 11 laboratorio artistico—»

“E alle 12 vediamo un film,” concluse qualcuno dal fondo.

Così nacque il primo giorno di occupazione: un mostro mitologico metà rivoluzione e metà cazzeggio.

Nel pomeriggio arrivarono anche studenti di altre classi, attratti più dall’idea di saltare le lezioni che da un reale interesse politico. Qualcuno portò un mixer, qualcuno delle casse, e in breve la scuola si trasformò in un rave. 

Ben presto una nube di marijuana saturò gli austeri corridoi dell’istituto.

Lollo NG cercava disperatamente di mantenere un minimo di serietà politica.

«Gente, spegnete Bob Marley, su. Dobbiamo restare focalizzati sui nostri obiettivi!»

«Quali obiettivi?» chiese Giulia premendo l’asta degli occhiali con l’indice.

«Beh… tipo… cambiare le cose.»

«Quali cose?»

«Le cose sbagliate,» concluse Lollo NG, togliendosi una canna che gli avevano appena ficcato in bocca.

La notte fu il vero banco di prova. Dormire sui banchi si rivelò più difficile del previsto, e dopo qualche ora iniziarono le lamentele.

«Ragazzi, non vi azzardate a scopare!» disse Marchino ad alcune coppie che provavano a infrattarsi in palestra. «Perché?» obiettarono i lussuriosi. «Yawn. Perché siamo qui per lanciare un messaggio politico…» farfugliò Lollo NG prima di svenire dal sonno, e anche perché la maria non è che la reggesse così bene.

Verso le tre del mattino, iniziarono a raccontarsi storie horror. Il risultato fu che metà gruppo non riuscì più a dormire, convinto che nel laboratorio di chimica ci fosse lo spirito della professoressa Mengali, una donna terribile che non faceva interrogazioni programmate, morta un anno prima in circostanze misteriose.

Il giorno dopo, la situazione iniziò a complicarsi. Il preside aveva convocato una riunione urgente nel bar antistante la scuola. E rivolgendosi ai rappresentanti dei genitori non aveva lasciato spazio a dubbi.

«Quando abbiamo provato a entrare i vostri figli ci hanno lanciato uova e farina! Ahh, ma la legge parla chiaro: un’occupazione impedisce il funzionamento di un servizio pubblico. Pertanto, o si arrendono e mi riconsegnano la mia scuola o faccio intervenire le forze dell’ordine!»

E ce ne vollero delle belle per farlo calmare, ricordargli che stavamo pur sempre parlando di ragazzi in cerca di una dimensione, e che se avessero combinato qualcosa di grave più che la polizia avrebbero dovuto temere il rientro a casa.

Nel frattempo, Lollo NG aveva organizzato una specie di assemblea. Questa volta sedevano in cerchio e tutto sembrava più serio.

«Dobbiamo decidere le nostre richieste,» disse.

«Più intervalli,» propose qualcuno ricevendo una pacca sulle spalle.

«Abolizione dei compiti a casa!» disse un altro, ricevendo un consenso tale che neppure John Kennedy durante la crisi missilistica di Cuba.

«Macchinette gratis,» aggiunse Zini Taddeo, addentando una baguette con salame ungherese e insalata russa.

Giulia sospirò. «Cerchiamo di essere realistici però…»

Dopo un’ora di discussione, Lollo NG riassunse un po’ confuso le richieste: «Allora, i leggins ammessi per le ragazze, e visto che non ci dànno l’aria condizionata i pantaloncini dell’Adidas per i ragazzi. Qui poi leggo: meno verifiche a sorpresa, il sei politico a matematica e… un generale miglioramento della qualità delle merendine.»

“Però Lollo, più che un programma politico sembra un menù,” commentò Giulia guardando male Rossi Sara e Santamaria Paolo che avevano cominciato a slinguazzarsi davanti a tutti.

Il terzo giorno fu quello più critico.

La stanchezza serpeggiava, la maria era finita, e qualcuno iniziava a rimpiangere il proprio letto.

«Secondo me abbiamo fatto abbastanza occupazione,» disse Marchino con delle occhiaie preoccupanti.

Lollo NG era combattuto. Da una parte voleva continuare, dall’altra non dormiva da due giorni e gli mancava tantissimo la sua playstation.

«Dobbiamo resistere!» disse, per poi aggiungere: «Però anche una doccia calda non sarebbe male.»

Alla fine, decisero di concludere l’occupazione con un gesto simbolico: pulire la scuola.

«Almeno lasciamo un segno positivo, responsabile e adulto,» disse Giulia.

«Già, e poi a mia madre verrà un infarto quando lo saprà» aggiunse Marchino ridacchiando.

E così, tra scope, stracci e qualche lamentela, gli studenti riportarono la scuola a una condizione quasi umana. Quando uscirono, stanchi ma soddisfatti, il sole stava tramontando.

«Abbiamo cambiato qualcosa?» chiese Marchino.

Lollo NG ci pensò un attimo. «Forse no. Ma abbiamo imparato qualcosa.»

«Cosa?» chiese Giulia.

«Che è meglio studiare che fare le pulizie.»

Risero tutti.

E in quel momento, forse, quella strana occupazione aveva davvero avuto un senso.

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Discussioni

  1. Lollo No Global che si toglie la canna dalla bocca per parlare di obiettivi politici, il sei politico a matematica, le merendine come rivendicazione sindacale. È la più onesta cronaca di un’occupazione scolastica mai scritta. E quella chiusa, “meglio studiare che fare le pulizie”, vale più di qualsiasi manifesto. Ci si ride di gusto perché è tutto vero.

    1. Ciao Lino, Hai centrato il punto: la direzione di questo racconto non sta nell’ideologia, ma nel realismo del disagio studentesco, che va dai grandi proclami alle piccole conquiste. Step by step. Grazie!

  2. Questo racconto mi ha divertito, ricordandomi l’ occupazione del mio Istituto, il Liceo Scientifico “Leon Battista Alberti”, a Cagliari, per richiedere: il sei politico, il riscaldamento nelle aule gelide, fronte mare, e poi boh, non ricordo cos’ altro. É passato giusto giusto mezzo secolo, da allora. E la mia memoria vacilla. 😢 Le tue descrizioni l’ hanno rinfrescata, mostrandomi il lato comico della protesta.

    1. Ciao M.Luisa, beh per come la vedo io, dal continente, fare il liceo a Cagliari – soprattutto in primavera e frontemare – è stato già un bel privilegio. Puoi ritenerti fortunata. Questo racconto viaggia sui ricordi di amici che hanno potuto fare l’occupazione a scuola, e me l’hanno raccontata all’epoca. La mia era una scuola paritaria che non consentiva certe attività. Mai uno sciopero, mai un’occupazione, mai un’autogestione. Per fortuna i docenti erano bravi, altrimenti mi sarei sparato. 😉

  3. Mi hai fatta sorridere dall’inizio alla fine, perché racconti benissimo quell’età in cui si vuole cambiare il mondo, ma non si sa ancora bene da dove cominciare.
    L’occupazione è caotica, ingenua, piena di contraddizioni, però proprio per questo risulta vera. Mi è piaciuto molto il tono ironico che prende in giro i ragazzi, ma senza cattiveria. Sotto il cazzeggio, le pizze e le richieste assurde, resta una cosa tenera: il bisogno di sentirsi parte di qualcosa e di lasciare, anche solo per tre giorni, un piccolo segno.

  4. Fossi un vetero sessantottino con la puzza sotto il naso ti fulminerei, ma non lo sono, per fortuna. Ti giuro che ho okkupato e, anche se un tantino esagerato, ciò che hai scritto corrisponde alla realtà. Fai e non sai, vorresti ma non puoi; sei un ragazzino stupidotto e di fronte hai un sistema che, giusto o sbagliato che sia, sa quanto spazio lasciarti ben consapevole della tua scarsa autonomia. Resta un’esperienza comunitaria esaltante, ti senti un eroe solo per esserti contrapposto al “potere”… poi rientri nei ranghi, studi, fai la maturità e l’età dei giochi è finita. Grazie Simone per avermi riportato a giorni tanto lontani, a quella meravigliosa ingenuità… “Fantasia al potere” era uno slogan che andava forte e, forse, qualcosina ha smosso.

    1. Ciao Giuseppe, innanzitutto grazie a te per la lettura e per l’appassionato riscontro che hai dedicato a questo mio racconto. Sono contento che ti abbia sbloccato ricordi, e sì quello che siamo stati da giovani si trasforma, ma resta con noi per sempre.
      Quanto al ’68, ti dico questo: io provengo da una città che è stata una fucina rovente di quel movimento. I miei professori erano tutti (e dico tutti) sessantottini, per cui li conosco come le mie tasche, essendomici confrontato (e anche scontrato) dalla scuola dell’obbligo all’università. Qualcuno è stato anche un buon maestro (e in buona fede) ma, per indole e vocazione, ho sviluppato un mio pensiero ironico e critico che mi ha messo in salvo dal pericolo dell’ideologia.
      Detto questo, quella Fantasia al potere purtroppo è franata miseramente alla prova dei fatti, e del tempo, ma non professava un mondo brutto, tutt’altro. Sicuramente migliore di quello in cui siamo costretti a vivere oggi. Pertanto sì, qualcosa ha fatto, per un po’.
      Foss’anche aver ritardato l’inizio di questa società dove il danaro è l’unico generatore di valori.
      Un caro saluto.