Oltre le Nuvole

Il viale di foglie scricchiolava sotto i miei passi: camminavo lenta in un mattino qualunque, respirando l’aria pulita che tanto mi era mancata.

Da due settimane ero tornata a casa, nella vecchia tenuta di famiglia, dai miei cari, dalle mie abitudini, quelle che la vita di città aveva tentato di cancellare, confondendole coi fumi acri delle industrie che sbuffavano oscurando il sole.

Non avevo nulla in comune con quella gente che fuggiva per le strade affollate di vetture, di schiamazzi, di sagome frettolose, tutte plasmate in fucine assordanti, simili e perse nella frenesia di un giorno uguale agli altri.

Avevo deciso di voltare le spalle a quella realtà per tornare alle mie origini: al profumo della terra appena dissetata dalla pioggia, alla fresca fragranza dell’erba falciata; ai gelsomini vestiti di sole, alle mille lune che inondavano di luce la mia casa, risparmiandomi l’oscurità.

Passeggiavo compiaciuta, scorgendo i fiori che spuntavano ribelli sul ciglio della via semideserta; qualche passante mi offriva il suo sorriso e con un cenno di capo proseguiva per la sua strada.

Poco dopo, all’ombra di un grosso albero ancora carico di foglie paglierine, notai la panchina in pietra su cui ero solita sedere da piccola. La raggiunsi e posandoci la mano avvertì una sensazione di freschezza mista a nostalgia. Mi sedetti e rimasi immobile, sopraffatta dal rumore del vento che soffiava tra le foglie: mi sentivo serena, riappacificata. Questo glielo dovevo al mio povero cuore stremato dagli affanni degli ultimi anni.

Non avevo voglia di proseguire. Il mio corpo era rilassato, proteso al godimento di quel placido mattino di sole: un sole discreto e ancora basso che si faceva strada tra le sporadiche nuvole che, a stento, filtrava tra le foglie.

Passò un uomo in bicicletta: mezza età, cappello in testa. Proseguiva fischiettando a ritmo delle catene cigolanti del suo velocipede.

Poi passò una donna con un bambino capriccioso che strattonava un po’ la sua salda presa per correre e saltare sulle foglie scoppiettanti: le calpestava, ridendo del rumore. Giunti alla fine del viale la madre lo trattenne con più forza, mentre una vettura bianca, con a bordo un uomo e una donna ben vestiti, avanzava lentamente.

Ci fu un nuovo attimo di tregua dopo quell’andirivieni di gente troppo presa dalla proprie faccende, noncurante della straordinaria bellezza del posto. Forse la percepivo solo io, essendone rimasta per troppo tempo lontana.

Chiusi gli occhi un attimo, inspirando profondamente, quando udii sulla mia destra il crepitio delle foglie secche: un uomo dalla chioma bianca attraversava il viale con dei sacchetti in mano, lasciandosi alle spalle il sole. La sua figura era alta ed esile, aveva un portamento elegante; il suo incedere era lento e pacato tanto da infondere sicurezza. La giacca leggera a quadretti lo riparava dalla frescura del mattino.

Quando mi fu davanti mi guardò per un istante, poi procedette. Continuai a seguirlo con gli occhi finché mi fu possibile: se il mio corpo rimase lì immobile, la mia mente si alzò per correre lontano.

Non ricordavo l’anno preciso, ma di certo ne erano trascorse molte di primavere da quella che mi aveva visto pedalare un po’ incerta, eppure fin troppo impaziente di non esserlo più, lungo il viale sgombro di foglie. Pedalavo guardando avanti, sapevo che alle spalle avrei avuto un saldo sostegno contro ogni eventuale caduta. «Anna Maria, non fissare la ruota! Guarda avanti! Non abbassare lo sguardo! Non cadrai, fidati! Bravissima! Guarda, stai andando, stai pedalando da sola!»

Così nonno Michele diceva alle mie spalle. Entusiasta del progresso che avevo compiuto, non smetteva di invitarmi a guardare avanti, sempre avanti per non cadere «E quando questo accadrà, perché potrebbe succedere, ecco… ti rialzerai! Devi imparare Anna Maria!»

Inebriata dal verde viale assolato correvo più forte verso l’estate, guidando la mia bici in direzione del mare non troppo distante dalla nostra tenuta.

Nel raggiungerlo, sola o con mio nonno, attraversavo uno scenario verde e profumato: lungo i sentieri campestri crescevano selvaggi i fichi d’india e le more, e con le mani sporche di frutto e scaldata dal sole, facevo mille domande a nonno Michele che non era mai troppo stanco per rispondermi. Come quella volta che fissando il cielo dopo tanta pioggia rimasi sorpresa e affascinata dall’arcobaleno e gli chiesi perché mai non lo vedessi tutti i giorni.

Quel pomeriggio saremmo dovuti andare al parco giochi della chiesa e poi forse a mangiare un gelato, ma un temporale rovinò i nostri programmi. Così, per più di un’ora, rimasi ferma a guardare dalla finestra la pioggia che precipitava sulle stradine allagate e ad ascoltare i tuoni che ormai non mi facevano più paura.

La carreggiata scintillava come fosse diamante; il piccolo ruscello che si era formato trasportava foglie e rametti assieme a un pezzetto di carta. Ero incuriosita dalla faccenda, ma anche un po’ irritata dato che quei goccioloni non smettevano di venire giù, annegando tutta la loro furia nella terra inzuppata e sull’asfalto sommerso.

Finalmente la pioggia si placò e anche i tuoni ormai erano lontani: sembravano un’eco che pian piano si spegne, come quei ricordi che il tempo corrode e che tuttavia restano vivi.

Sempre ferma dietro la finestra chiamai mio nonno dicendo che aveva smesso e saremmo potuti uscire. Alzando gli occhi vidi un fascio colorato che attraversava l’aria bagnata e sfinita dal temporale: aveva in sé qualcosa di rasserenante e sembrava salire come una scala dalla terra al cielo. Mio nonno mi spiegò che era un arcobaleno. Certo, ne avevo visti un paio sui libri di scuola, tuttavia, mai uno ad occhio nudo.

Improvvisamente non ebbi più così fretta di uscire: ero troppo presa da quella novità.

Fu allora che gli chiesi il perché della sua rara comparsa e della sua assenza nel cielo azzurro e sereno, “Per vederlo devi prima accettare la pioggia!” rispose.

Più tardi compresi.

Non andammo al parco giochi quel pomeriggio d’estate, ma ero felice ugualmente: per la prima volta avevo apprezzato la pioggia.

E continuai ad apprezzarla quando stremata dai sacrifici, dalle delusioni, dalle difficoltà, la tenacia mi condusse ai primi successi. La laurea fu uno di quelli. E come ne sarebbe andato fiero se fosse stato accanto a me quel giorno! – ma credo lo fosse!– Oh, quanto lo avrei voluto! Ma la vita a volte è scorretta: regala cose belle per prendersene altre.

Respiravo ripensando a tutto questo, mentre il sole raggiungeva pian piano il suo zenit; ecco che passarono nuovamente mamma e figlio: ora il piccolo camminava composto, sembrava avesse pianto, si sfiorava il ginocchio sbucciato; la mamma gli accarezzava una guancia arrossata. E in quell’istante rammentai le lacrime che talvolta avevano rigato il mio viso di bambina e che mio nonno aveva asciugato.

Era stato mio amico, consigliere e anche mediatore di pace!

Continuavo a pensare, ma mezzogiorno era trascorso, decisi così di muovermi verso casa. Mi attendeva la mia famiglia, la mia amata famiglia. La stessa che anch’egli aveva amato e che avrebbe voluto vedere sempre unita.

Sì, tornavo anche per questo. Non potevo restare lontana a lungo. La vita di città mi attanagliava, mi faceva sentire sola, ed io senza affetti non sono un granché. In fondo l’uomo non è fatto per stare solo. E chi crede di esserlo non lo è mai davvero. Da qualche parte, anche a mille miglia di distanza, c’è sempre qualcuno che attende e che constata il vuoto della mancanza; anche da lontano non si smette mai di amare.

Avevo già superato il viale alberato e a pochi passi si ergeva la tenuta. Guardai il cielo: qualche nuvola ancora si faceva spazio in quella volta celeste; il sole brillava più forte.

Raggiunsi il viale di casa mia e una farfalla svolazzò davanti ai miei occhi e si diresse un po’ più in alto, ostentando nella luce del giorno i suoi magnifici colori.

Ricordai in un momento quante volte avevo corso su quel viale, tutta rossa in viso, per andare incontro a mio nonno, per baciargli le guance, per farmi prendere in braccio e coccolare. Non l’avrei trovato sulla porta adesso.

Fui sul punto di piangere, ma poi ripensai ad un altro episodio della mia infanzia: un palloncino mi era scappato dalle mani, lo avevo visto volare verso le nuvole: “Nonno, nonno! È scappato via! Cosa gli accadrà, dove andrà a finire? Le nuvole lo fermeranno? Scoppierà?”

Lui mi sorrise e rispose: “Non scoppierà, semplicemente continuerà a volare oltre le nuvole!”

E allora smisi di piangere. Quella risposta mi sembrò sufficiente. Credetti di capire cosa ci fosse oltre le nuvole: immaginai un cielo più grande e più turchino costellato di tanti palloncini, tutti quelli fuggiti dalle dita dei bambini e mi convinsi che il mio non sarebbe rimasto solo.

Sorrisi, inspirando l’aria fresca e mi ripromisi di non piangere varcando la soglia di casa, mentre il profumo di focaccia mi accoglieva dolcemente. Non avrei pianto:

oltre le nuvole lui continuava ad esserci e ci avrebbe amato, per sempre.

A mio Nonno.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ho passeggiato con te lungo il viale, ho osservato le nuvole, ho sentito la pioggia, ammirato l’arcobaleno, ho rivissuto i miei ricordi di bambina e accarezzato quello del mio caro nonno…. grazie Rosanna per le emozioni che mi hai regalato ?

  2. Rosanna hai un’introspezione di sentimenti a dir poco poetica e delicata, riesci a muoverti benissimo nel tempo e nel ricordo e descrivi, con un grazia bellissima, ogni pezzo del tuo racconto. Davvero brava!

  3. Un acquerello, dai colori tenui e ad un tempo dai contenuti profondi e intensi. Sei stata bravissima nello spostarti più volte nel tempo con estrema naturalezza, seguendo il flusso dei tuoi pensieri, planando dolcemente dalla descrizione del presente alla rievocazione dei ricordi. Un bellissimo omaggio ad un nonno speciale. Brava 🙂