Ombre cinesi

Mi piaceva andare in monopattino con te. Io davanti e tu, che mi stringevi, dietro. Quante strade abbiamo attraversato così, in questi mesi. Quante luci differenti ci hanno illuminati. Da quella gialla e calda del giorno pieno, a quella rosso-arancio del pomeriggio, fino a quella sporadica e tenue dei lampioni di notte. Mi piaceva anche quando mi riaccompagnavi a casa.

Il momento dei saluti, invece, era il più triste.

Davanti al portone di casa, mentre ti davo la buonanotte, avrei voluto poter riavvolgere il tempo e ricominciare da capo. Io che scendo le scale e tu che mi aspetti già. Sì, avrei voluto davvero che la giornata fosse tutta lì, che non ci fosse nient’altro che tu che arrivi e te ne vai, per arrivare di nuovo. Io, in quel cerchio infinito e accogliente, ci sarei stata bene. Evidentemente lo stesso non valeva per te.

Avresti dovuto dirmelo, prima che io mi sistemassi lì, nell’androne del palazzo, su una sediolina sgangherata ad aspettarti per sempre. O, forse, avrei dovuto capirlo da sola che tu non avevi alcuna intenzione di rimanere. Tutto sommato, non me ne faccio davvero una colpa. Sei sempre stato un tipo torbido. Non ho mai potuto leggerti dentro veramente, anche se per un po’ mi sono illusa che non fosse così. Del resto, non ci riesci neppure tu.

Tu pensi di farlo, pensi di capire cosa ci sia scritto, ma in realtà sei solo un povero analfabeta funzionale dell’emotività. Mi fai tenerezza, così ignaro. Pensi di essere immacolato come un tabernacolo di marmo e invece rischi di collassare su te stesso da un momento all’altro. Non sei di marmo, sei di pietra pomice. Forse, sotto sotto, il sospetto di questa realtà ti è venuto e ne sei così spaventato da proiettarla sugli altri come in un inquietante spettacolo di ombre cinesi. Eccola lì, la tua paura, proiettata su di me, sulla mia faccia. Chissà, magari, ti dà sollievo. Finalmente puoi vederla, puoi distruggerla.

Tuttavia, non è con te stesso che te la prendi, ma con me. E allora ti arrabbi, urli, sminuisci. Mi fai credere di essere piccolissima, una nullità, e ti comporti come se quella che franerà da un momento all’altro dovessi essere io. Eppure, ancora una volta, ti sbagli. Io le mie crepe le ho sempre guardate. Le conosco tutte, anche quelle più piccole. Ci ho sempre passato sopra l’indice per segnarne il tracciato. Tutta la mia vita l’ho vissuta così, con il terrore di ogni singola scossa, fino a che, alla fine, ho imparato la lezione: la struttura è solida e non crolla.

Ora io so stare in equilibrio sulla fragilità.

Tu, invece, hai sempre preferito vivere con gli occhi chiusi. Non appena qualcosa ti insinua un dubbio, ti spaventi e fuggi per ricominciare altrove, da capo. Adesso, come un bambino, ti nascondi sotto la gonna di qualcun’altra per non vedere il mostro. Non te l’hanno insegnato che non è vero che, se non vedi, non vieni visto? Il mondo ti vede lo stesso sotto quella gonna. Tutto l’universo ti vede, non importa quanto forte tu stringa le palpebre.

 

Ma tu la lezione non la impari mai e adesso ti sprofondi negli occhi di un’altra, in quegli occhi scuri e lucidi, maliziosi, così diversi dai miei. E tu ti ci bei, e guardi ancora fuori per non leggere quei geroglifici che hai dentro. Ancora convinto di essere un bianco, vuoto e freddo tabernacolo di marmo.

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