Omicidio a puntate
Cé, in questo periodo, dirada le uscite: la casa diventa un rifugio, disegna satira, scrive cose, legge vecchi libri, ritrovandoli mutati, plasmati dagli occhi dell’età.
Potrebbe uscire a passeggiare nel parco, portare un libro, ma sicuramente rischierebbe di essere avvicinato da ogni tipo di fauna suburbana. In zona non ci sono né cinghiali né lupi con cui scambiare due chiacchiere e, in questa stagione, il tasso igrometrico dell’aria prende il sopravvento sul caldo, lasciando spazio all’umidità della pianura. Il tempo peggiora, il meteo prevede pioggia.
Cé disegna qualcosa; il televisore acceso serve ad annegare l’acufene nel mare di parole cantilenanti dei talk show.
È mattino. Sul primo canale, una conduttrice bionda sorride con aria fredda e naso arricciato, come quello dei banconisti del mercato del pesce; saluta telespettatori e ospiti con l’espressione dipinta da un truccatore distratto. Il tono di voce è da operatore di call center, una cantilena, una poesia imparata a memoria e recitata in piedi sulla sedia della cucina.
Alle sue spalle, la foto sgranata di una ragazza uccisa tanto tempo prima: titoli di giornale, volti di assassini o presunti tali, macchie ematiche come sacre sindoni.
Il termosifone tossisce, Luna, la micia di Cé, sobbalza sulla poltrona, poi si accomoda sulla copertina dopo averla impastata un po’.
Lo studio televisivo, novella agorà claustrofobica, dove, in cerchio intorno alla conduttrice, siedono due criminologi, due avvocati, un magistrato, un consulente informatico, un maggiore dei carabinieri.
Gli opinionisti prospettano nuove perizie, parlano dell’omicida, in carcere forse incolpato ingiustamente, o forse no. Un secondo personaggio è stato inquisito in concorso, ma non si sa con chi.
Intanto vengono ascoltate intercettazioni, deposizioni; si mostra l’orma dell’assassino, le scarpe con suola a pallini.
I rilievi, dicono, non furono fatti a dovere; poi la bici: nera, con o senza cestino? Un maresciallo è stato inquisito, uno scontrino ritrovato, un prete ricattato. Un monastero dove, sotto le coltri delle tenebre, si nascondevano vizi e peccati.
Cé inizia a fare zapping.
«Grande invenzione il telecomando», pensò, «forse meglio della ruota.»
Si sposta su una rete privata: trasmettono lo stesso format. Una conduttrice castana, davanti a un faretto da 500 watt che le fa sparire un po’ di rughe, restituendole l’età richiesta per contratto.
Anche lei propone lo stesso caso, il casting è identico. Cé non sopporta l’accanimento mediatico:
«Forse la giustizia e la verità meriterebbero la penombra e un po’ di sottovoce.»
È ora di pranzo. Cé trova un canale dove quattro cuochi si sfidano, morde un tramezzino immaginando di banchettare con loro, poi esce a fare i diecimila passi consigliati. Dopo quattromila, rincasa, pensando che non sempre bisogna fare tutto quello che dice la TV.
Cé plana sul divano, afferrando al volo il telecomando, schiaccia play e un tasto a caso, lasciando al fato la scelta del programma.
Come in un incubo, si parla anche qui di quell’omicidio di tanti anni fa.
Il termosifone tossisce, Luna sobbalza, si guarda intorno, vede Cé che la osserva, impasta la sua copertina, si acciambella, ritornando a fare le fusa.
In studio: due criminologi, due avvocati, un ex maggiore, un consulente informatico, un ispettore in pensione; si interrogano e si rispondono, fieri della loro oratoria.
Le solite intercettazioni, ascoltate per cogliere la sfumatura di argomenti piatti come la lama di un coltello.
Un analista di ombre ematiche cerca di determinare se la macchia sul muro sia sangue, l’impronta della mano dell’assassino, il tocco del diavolo, o l’apparizione mistica del volto di un santo esibizionista in preghiera.
Un testimone, intervistato di spalle, ripete ciò che disse ai carabinieri anni prima, ma loro, a quel tempo, non verbalizzarono le sue parole. Lo sa lui il perché! Lo dirà al giudice, in un orecchio, soltanto se potrà farlo a reti unificate. Vide qualcuno gettare una borsa in un canale, ma non un canale televisivo: quello dietro casa della nonna di una ragazza bene. È per questo che non si è saputo.
Cé si risveglia dopo qualche ora: è pomeriggio, il televisore ancora acceso, un altro canale, ma si parla dello stesso omicidio.
Stesso format. Il giornalista, questa volta, è un uomo. Seduti in studio: due criminologi, due avvocati, un ex carabiniere un po’ indagato, un consulente informatico, un ex giudice.
Intorno a un grande tavolo, ci sono anche due attrici che recitano la loro parte, un coreografo, un’ex politica in attesa di una sua platea, che passa il tempo in TV per esistere ancora.
Una opinionista esprime la sua unica opinione, poi parla di intercettazioni, di avvocati pagati in contanti, addirittura in nero. Alla parola «nero» scatta l’indignazione degli astanti; l’ex politica distratta toglie lo sguardo dal cellulare e grida: «Remigrazione!»
Si alza un coro di dissensi: un avvocato può accettare contanti, ma emette fattura, nessun avvocato farebbe mai una cosa del genere.
A quest’affermazione scattano due minuti di imbarazzato silenzio. Troppi crimini irrisolti: meglio non esumarne di nuovi.
Dopo cena, Cé accende di nuovo il televisore. Questa volta il telecomando punta su una rete privata. Ancora lo stesso omicidio. Seduti in studio: due criminologi, due avvocati, un ex carabiniere, un consulente informatico, un maggiore in pensione, un ex giudice, una giornalista, un coreografo, un transgender che fu politico, qualche inviato sulla scena del delitto, che muove le labbra ma non viene ascoltato.
Stessi ruoli. Stesse simulazioni. Stessa macchia di mano sul muro.
«Basta, è ora di dormire», pensa Cé, passando di nuovo sulla rete ammiraglia.
Un maggiordomo e un lacchè fanno accomodare gli ospiti, mentre una musichetta produce in Cé l’effetto che farebbe l’estirpazione dei peli pubici.
Anche qui: due criminologi, un consulente informatico, un maggiore in pensione, un ex giudice, una giornalista.
L’anchorman si sfrega le mani come una cicala in una calda serata di maggio. Al centro dello studio, il plastico della villetta.
A metà serata, l’anchorman per un attimo smette di frinire, prende una bacchetta, indica la scala, il pianerottolo. Tanto è il coinvolgimento che un rivolo della sua bava copiosa finisce sul tappeto riprodotto in miniatura nel salotto della maquette.
Per la prima volta dopo vent’anni qualcuno aveva finalmente lasciato il proprio DNA sulla scena del delitto.
Nessuno in studio ci fece caso.
Si passò subito alla pubblicità, poi la sigla :.…Domani è un altro giorno…
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