
Omni-bus
La sveglia, il tram, le quattro ore di ufficio o di officina, la colazione, il tram, le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno… questo cammino viene seguito senza difficoltà la maggior parte del tempo. Soltanto un giorno sorge il ‘perché’ e tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore
Albert Camus
E’ apparsa così, come un errore sintattico nel mezzo di un dettato: Gesticolante ma angosciosamente muta, a-phasica per febbre tisica.
Tarantolando e sbracciando con svolazzanti pantazuava di saio a strombo, ortodinamica alla monorotaia in sul calar della rotatoria.
Agitando e dondolando su due dita smangiate una petit pochette a tarsie policrome come un campanello tibetano, schiva auto a zig zag con reciproche e disinvolte imprecazioni dagli abitacoli recitando mantra inversi in un antikundalini: Renge kyo – Myoho – Nam.
Coglie un pingue piccione spappolato sull’asfalto, osserva le interiora fumanti e scollate, aruspicina ruspante quasi a tacitare un senso di colpa globale.
E benedicendo il capo del pennuto in rigor mortis lo ripone sull’altare bordato della carreggiata.
Ai mal’occhi dei passanti deve averci fatto il callo, cuore calloso e inspessito come le piante dei piedi di un nero carta carbone.
Se ne va e torna sempre piu solitaria come i passeri, pellegrina tra la frittura mistica e masticata suburbana, puzzando di santità inebria l’etere saturo di gocce di Chanel dei bazar.
La matta dell’Omnibus matricola 1565 danza ed avanza fin su al capolinea dei Ferrivecchi come una janara portata da un mal vento del sud, sciroccata da un troppo dolciastro sciropposo scirocco.
Si batte il petto con spasmi marziali di una liturgia paleo-cristiana mentre sale sul trabiccolo color verde lattuga, art decò prossimo al pensionamento.
Le fermate di Affori, Baggio, Chiaravalle Milanese, Crescenzago, Gorla Precotto, Greco Milanese, Lambrate, Musocco, Niguarda, Trenno e Vigentino sono annunciate da uno scampanellio.
Una volta a bordo spulcia con insistenza uno ad uno i cespugliosi sguardi dei macilenti mattinieri, sorci da ufficio, col corriere della sera aperto in bella vista sullo smartphone.
Una saggia sciura con le sporte della spesa che sembra conoscere l’ossesso da tempo confida al conducente: “Da quando é uscita dal sanatorio del Paolo Pini, padiglione isteriche furiose, si reca ogni giorno al museo delle Scienze e si immagina chissà quali avventure sul mitico “Milano 1928” ormai reperto dell’archeologia industriale. Povera ragazza e pensare che era tanto brava a far calcolo, a volte mi viene da pensare che la follia non sia una mancanza ma una abbondanza di immaginazione, non crede?”
Il conducente é un cartonato vestito alla moda del ventennio. La donna saggia é una voce da dentro:
O Voi passeggeri che vi illudete di andar da qualche parte
in un altrove sempre uguale che somiglia all’ufficio, alla vostra stanza, al ristorante preferito da tripadvisor, all’ultimo arredo di ikea.
Catturati nella giostra di un interrotto dinamismo logorroico che vorrebbe rimuovere persino
l’idea della fine, del sacro silentium e della morte
Imbottigliati in un loop da “giorno della marmotta”
che somiglia al tubo di scappamento della marmitta
un giogo sempre piu stretto e tossico, saturo di CO2
e bug, hackers e blatte pruriginose.
Vi credete forse piu liberi?
Piu liberi del folle? Di colui che seppur imprigionato nella sua monomaniaca idea
e seppur insegue come Don Chisciotte i mulini a vento,
intanto vive, di vita autentica fatta di assurdo e nonsense
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Io credo che attraverso il tentativo di esaltare la follia come forma di libertà (i Pink Floyd ci hanno costruito il loro successo sopra questa cosa) ci sia una nostra scontentezza di fondo, e dico nostra perché l’ho fatto anche io tra le pagine di questo sito. L’intro al racconto non è da trascurare, anzi ha la sua buona importanza. Purtroppo quella libertà non è sana, è causata da problemi di salute, magari lo fosse!
“Renge kyo – Myoho – Nam”. Ma come ti vengono certe cose? 🙂
Stile da vendere, l’ho già detto.
Grazie mille Pino,
Non so se la follia o trattare della follia riguardi lo stato d’animo dello scrivente. Il mio raccontino parte, come detto, dal rapporto essere/tempo. O essere nel tempo. Forse più si è in sintonia con il panta rei più si è completi in quanto essere. La follia in questo senso è essere fuori dal tempo, asincrono. Ma di certo non è il mio raccontino che può far da lezione.
“E’ apparsa così, come un errore sintattico nel mezzo di un dettato”
Capolavoro. Ho immaginato l’istantanea: Milano grigia e ordinata e lei, una svisata d’inchiostro rosso sopra la tela. Mi ha fatto pensare che è un po’ come l’arte astratta questa follia, c’è chi ci vede errori, e chi opere d’arte.
Mi hai ricordato i viaggi in tram di una volta, senza patente verso il liceo, e capitava sempre salissero il matto o la saggia di turno. E pure noi ci interrogavamo su chi fosse più libero. Personalmente, ho sempre escluso i passeggeri.
A parte queste divagazioni, io adoro come scrivi (fossero pure ricette di biscotti starei incollata dall’inizio alla fine👏 ). Complimenti davvero.
Dea, come si dice prendo e porto a casa o mi attacco al tram:) Grazie davvero, ero partito su una analogia tra sintassi e follia, ispirato un po agli studi di Focoult sul Don Chisciotte, poi ha prevalso la mia esperienza diretta dove mi pare di intuire che lo scarto tra follia e normalità sia nell’essere tempo quella che heidegger chiamava Dasen? mi pare. La presenza, l’esserci. Proverò a cimentarmi con qualche ricetta anche se sono solo una buona forchetta.
Ammetto di non avere idea di come parli, e soprattutto come pensi, un folle. Anche perché la parola stessa non ha molto senso. Folle è chi non è conforme, e secondo questa non-definizione folli sono anche tutti coloro che non si conformano ad un’idea comune. Come parla chi non so conforma all’idea di aldilà che hanno gli altri?
Cos’è allora la follia della protagonista del tuo racconto?
Non-conformità. Come tale, puoi fare parlare questa persona comunque tu voglia, perché non sia conforme.
Ed il modo che hai scelto, con la sua velocità e libera scelta di forme e strutture, è davvero coinvolgente.
Ora mi sento un po’ meno conforme anch’io.
Grazie.
Giancarlo mi fa piacere che questo breve testo sia stata una brezza anti conformista. Mi sono espresso male probabilmente quando dico che solo il folle può narrare la sua follia. Ma questo è un paradosso in quanto se la follia fosse comunicabile sarebbe curabile. Tutto ciò che viene espresso narrativamente ha insita una “terapia”. Per follia intendo il caos della mente e in ambito artistico pochissimi hanno tracciato una anti narrazione della follia, mi viene in mente Artaud, Van Gogh, WIlliam blake. Per la maggior parte la follia viene affrontata in maniera meta testuale dai cosi detti “sani di mente”.
PS : Uno degli obiettivi della AI sarà quella di ridurre i fraintendimenti comunicativi e la malattia mentale verrà raddrizzata semanticamente e logicamente da supporti “stampella’ delle funzioni neurobiologiche. Credo che noi “boomer” siamo gli ultimi testimoni del pensiero del 900
Complimenti Hugo, ancora una volta e come sempre. Il tuo linguaggio difficile, complicato, azzardato, sovraccarico di allitterazioni che quasi toglie il fiato, richiede attenzione particolare. Ma se il lettore ce la fa, allora le immagini si presentano nitide. Non è facile tenere il lettore attaccato, quando scrivi così. Ma tu ci riesci pescando qua e là nel linguaggio della letteratura azzardata e futuristica che fai tua. Che bella Milano e i milanesi visti con quegli occhi impietosi che analizzano la fauna locale senza sconti. La pazza diventa quasi una figura mitica e attorno a lei ci sono tutti gli altri che si trascinano, mentre lei è una trottola impazzita che si salva. Anche io dico che questo pezzo è da applauso.
Grazie mille Cristiana, la follia per quanto affascinante è foriera di retorica quando si prova a raccontarla. In rari casi si è raccontata la follia dal punto di vista del folle e questi è riuscito a renderla codificabile. Servirebbe un grammelot glossolalico incomprensibile ma musicale di cui non sarei capace. Inoltre il testo è stato ispirato dal recente sceneggiato sulla Merini della Rai che mi ha lasciato perplesso. Davvero grazie per la tua analisi.
“follia non sia una mancanza ma una abbondanza di immaginazione, non crede?””
si ❤️
🙏 ❤ 🙏 Cristiana.
“Vi credete forse piu liberi?Piu liberi del folle? Di colui che seppur imprigionato nella sua monomaniaca ideae seppur insegue come Don Chisciotte i mulini a vento,intanto vive, di vita autentica fatta di assurdo e nonsense”
Applauso
Grazie, grazie, grazie 🙂
Linguaggio pazzo per parlare di una pazza. Ma anche libero come lei – ammesso che i pazzi siano liberi. Un linguaggio in cerca di avventure.
Francesca ti ringrazio per attribuirmi una tautologia che ahimé o per fortuna non mi appartiene. Sono mediocre sia come folle che come scribacchino. Per un linguaggio della follia dovremmo guardarci indietro fino alle glossolalie ed i neologismi di Artaud, De Nerval, Campana. Comunque l’intenzione era quella, molto abusata e battuta, di scandire il rapporto tempo follia nei confronti del tempo normalità con un esempio che riprende la conoscenza diretta di certi “pazzi” e routinari. Grazie ancora ed ancora.