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Serie: Buonanotte Barcellona


Dopo le dimissioni, e i primi preparativi per la partenza, il viaggio per Barcellona si mette letteralmente in cammino.

Avevamo passato le ultime ore di mattina seduti sul fresco marmo di Piazza Teatro ad ascoltare degli Africaans cantare per gioia e per godere del tempo. E pensavo a quello che avevo scritto e a come mi era piaciuto raccontare quelle ore di Africa, in quella nebbiolina grigia.

I sotterranei… eravamo li,

avevamo da parlare di una certa discussione 

su come ci eravamo trovati fuori dall’intonazione,

una di quelle discussioni in cui la notte dovrebbe finire, 

il giorno iniziare, e non sarebbe bastata una jam di bop

per tutto il tempo che ci sarebbe voluto.

Quei quattro erano li, Via Landolina deserta, 

tutto il fracasso era come se fosse sostituito dalla brina mattutina,

e le chitarre della Kiave colmati dal canto di una hip che intonava canti cristiani.

E li fra un santone gesuita, che imparolava sacri testi,

e ci diceva di quanto amasse Dio,

un bellissimo Afrikaman pieno di pace e di musica,

e parole infinite, sentivamo tutto lo spirito del tempo

che quelle persone stavano donando.

E l’afrikaman impugna la chitarra, e comincia a pizzicottare del buon Reggae senegalese,

canzoni del popolo amico, canzoni religione.

Corde di chitarra e corde di voce,

la nera Kalipso spacca la mattina ormai vicina,

con la sua voce, vibra la brina, e tutte le foglie che non ci sono

danzerebbero dondolando su quel timbro di pace.

Kalipso coi suoi serpenti addomesticati, 

ci fa godere del suo dono divino,

dei suoi occhi tristi e felici,

fino a che il cielo non si fa mattina.

E li in tutto quel silenzio,

quei sotterranei con noi,

abbiamo vissuto vita,

senza che lo avessimo previsto,

vita di sotterranei.

La macchina andava, c’era un po’ di stanchezza, tutti in silenzio. Davanti a noi Termini e un mare immenso. Palermo si avvicina. Ci siamo. Scendiamo. Scarichiamo le valigie. Posiamo la macchina noleggiata al parcheggio. Entriamo in aeroporto barcollando. Mangiamo una pizza e fumiamo nella sala esterna del terminal, di fronte alla conca riflessa di mare. Partiamo alle 2.30 e arriveremo a Barcellona alle 4.30 circa. Check-in, che bella hostess, lasciamo finire le sigarette, tanto li costeranno meno, sperando costi meno anche il fumo. Sveglia, bum! L’aereo è atterrato. Ci guardiamo in giro, scendiamo, andiamo a prendere i bagagli. Scivola la porta automatica, si apre un pan di luce bianca, sembra di uscire da Cube, invece è il terminal più bianco che abbia mai visto. Una lunghissima scala mobile ci accompagna come prototipi di robot in uscita dalla produzione. E l’album delle più grandi firme del “Democratic Wearing” si staglia davanti a noi, Zara, i manichini di Mango in una teca si vetro, e l’arcobaleno di Desigual, e altri ancora che non si sappia chi siano. Ma la più importante e necessaria insegna, rivela il suo cancello chiuso, Duty free. Merda! Cazzo, siamo a corto di sigarette e pensavamo di sbafarci una stecca…meno male il mio tabacco lo porto sempre, e ha ormai un sapore migliore, quasi tutti abbiamo il tabacco, ma quelle sigarette a due euro e cinquanta ci illuminavano.

Andiamo al bagno, io ci vado per ultimo ed entro contemporaneamente a una bellissima ragazza spagnola, tailleur grigio, gonna con spacco, tacchi non molto alti, sembra arrivare per lavoro, mi guarda, la sguardo dal basso del mio sonno, ma spara un sorriso, dico “Hola!”, andiamo in bagno, e scopiamo come ricci. Silenzio, potrebbero sentirci, il cellulare squilla. E’ passata mezzora. Le do un bacio, scappo. Chi non sa la leggenda delle scopate nei bagni dell’aeroporto non capirà mai come sia così facile farsi delle trombate assurde. Naturalmente se la sai non la racconti, se non la sai pensi sia una puttanata. Esco, asserendo a una pulizia necessaria degli intestini pre-Barca, una specie di catarsi pre-nuovo mondo e gli altri mi mandano a fanculo. Meglio così, finisce a ridere, e non devo dire niente della storiella dei bagni degli aeroporti. Sarebbe solo tempo sprecato, e scopate occasionali in meno. E si va, con un paio di birre, due pacchetti di rizla, alla prossima sosta non sai che vista…

Prendiamo un bus, col buio Barcellona sembra una città normale, tanti viali, belle strade, ma sembra almeno tanto vuota quanto Catania, ma è domenica notte o lunedì mattina e forse siamo solo lontani dalla cità. Giù in metro, si corre, ma non c’è nessun treno. Partono le foto, nessun Baldo degli Ubaldi, solo facce sconvolte dal sonno, siamo vicini dai.

Usciamo, è fresca alba, ancora mezzo buio, con tante voci per strada, a dire il vero sono urla, cazzo, urla di pazzi che si strattonano ubriachi, un po’ ci si spaventa, ma alla fine come ombre della mattina scivolano via, africani o iraniani ubriachi, avranno i loro motivi per un po’ di bordello. Scendiamo la Rambla, sembra autunno, tutto grigio, il sole è appena sveglio, e sembra come tutto bohemien Parigi, o estate a Londra, ma non si vedono colori di Barca.

Arriviamo a San Ramon, dopo una sensazione di delusione. Forse siamo arrivati tardi alla bellezza di Barca, o forse anche Barca si svuota a ferragosto, cazzo speriamo di no. Camminiamo verso il San Ramon, e quello che vediamo in mezzo è un puzzle misto Bangladesh, di Jet market sempre aperti, buono, prendiamo due birre? No, cazzo sono le cinque di mattina, andiamo all’ostello dormiamo un paio di ore e svegliamoci pronti a scannare Barca.

Io una birra la prendo comunque, ci guardiamo tutti, il sonno non attecchisce bene, ok, posiamo le valigie, una doccia e tutti fuori entro un’ora. Sono fuori dal Ramon, e tutto è esattamente come trovi scritto su internet: la puttana all’incrocio, due tizi che sembrano spacciatori, altri sembrano protettori, la porcona nera, gli africans, gli indiani, arabi, armeni, turisti inglesi, tedeschi, Spagna, è un arcobaleno di facce, è tutto molto più bello di quello che scrivono, eppure non sembra molto sicuro. Ed ecco un arcobaleno che passa, si ferma all’incrocio, guarda la prostituta e va via, come a volergli dire como estas? Bien? E subito dietro la vettura che pulisce le strade. Ci vorrebbe una faccina con gli asterischi al posto degli occhi *-*. Strabuzzante. Magnifico.

Diverso, come avremmo sempre voluto dipingere Catania… senza bigottismo ma con ordine e cultura colorata.

Continua...

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