Ordinarie liti familiari

Serie: L'imperatore dei Mari


Xenxo passeggiava sul prato del Giardino Celeste. Anche un dio, a volte, può avere dei dubbi, dei ripensamenti. Il suo sguardo era corrucciato, sofferente, intollerante. L’umore cupo si manifestava in potenti folate di vento che prendevano il volo in direzione della terra. Le nuvole oscuravano il cielo, si scontravano tragicamente tra di esse, temporali e fulmini si abbattevano sul suolo. Le navi faticavano nella loro avanzata, i mercanti Atei maledicevano la pioggia, i religiosi ringraziavano gli dei per quel toccasana.

Dai loro templi uscirono il resto degli dei, svegliati da tanto clamore da parte degli uomini.

«Ma che sta succedendo?» Chiese Xoxe irritato.

«Non saprei. Cantano la mia gloria, e mi fa stare bene.» Rispose Xaxura.

«Io ho un mal di testa assurdo, invece.» Intervenne Xaxe.

Xenxo stava tornando verso la sua dimora quando fu fermato da Xoxe, che lo prese per un braccio.

«Non toccarmi, fratello.» Disse Xenxo divincolandosi dalla presa con gli occhi fiammeggianti.

«Smettila. Abbi pietà per noi, non senti come ci tormentano?»

«Non è affar mio.»

«Invece lo è, eccome.» Intervenne Xaxe «Se la stanno prendendo con me, e io non c’entro nulla.»

«Calmati, Xenxo.» Disse Axoxe.

«Non ditemi di calmarmi, o quello che devo fare.» Una nuova ondata di vento si scagliò oltre i confini del Giardino Celeste.

«Ha ragione. Peggiorate solo la situazione.» Affermò Oxio, che si avvicinò al fratello e fissandolo dritto negli occhi riuscì a risucchiare la materia oscura che dava forma alla sua frustrazione.

«Lo stesso vale per te, Oxio. Statemi alla larga.»

«Incredibile. Sembri quasi un umano.»

Xenxo si lanciò contro Xoxe afferrandolo per la gola, il primogenito degli dèi fece leva sul gomito del fratello scartandolo di lato, poi fece materializzare la sua lancia a tre punte: «Non costringermi, Xenxo.»

«L’ho già fatto.»

Il dio del vento mosse il ventaglio in direzione del suo otre, lo sigillò con il tappo e partì di nuovo all’attacco. Xoxe lo attendeva in posizione di difesa. Xenxo simulò un colpo con il ventaglio, ma scivolò sotto le gambe del fratello, gli lanciò un sorriso sardonico e aprì l’otre; Xoxe fu colpito in pieno dalla potenza del vento. Xenxo saltò in aria, raggiunse il dio del sole e lo colpì in pieno volto con il suo ventaglio. Xoxe atterrò di schiena sul suolo creando un cratere; si rialzò appoggiandosi alla sua lancia, Xenxo era già in picchiata verso di lui, Xoxe non perse lucidità, si spostò leggermente e infilzò il fratello alla spalla. Il dio del vento urlò, impugnò la lancia e strappandola dalla sua carne colpì, involontariamente, Xoxe all’altezza della coscia. I due grugnivano, ansimavano, gli occhi erano rossi, furiosi, collerici.

«Avete dato abbastanza spettacolo. Adesso smettetela.» Disse una voce autoritaria, abituata al comando.

Tutti gli dèi presenti si voltarono e lo videro: capelli azzurri, occhi grigi, un sorriso smagliante, slanciato, muscoli asciutti e tonici, portava una corona, era Xiexo, il dio del cielo.

Xaxe e Xuxa corsero incontro al fratello piene di gioia, Axoxe cercava di imitarle mentre la parte oscura di Oxio faceva resistenza. Xenxo e Xoxe assunsero una posizione di riposo, ma continuavano a guardarsi di sottecchi. Xaxura ignorò il nuovo arrivato.

Xiexo prese sotto braccio per il collo i due fratelli e li trascinò, senza dire nulla, nel suo tempio.

«Che puzza! Dovrei tornare più spesso, non credete?»

Xenxo e Xoxe non dissero nulla.

«Xenxo, ti dispiace?»

Il dio del vento smosse il suo ventaglio facendo circolare l’aria.

«Adesso va molto meglio, Xoxe?»

Il dio del sole armeggiò con la sua lancia e una piccola palla di fuoco si innalzò al centro del tempio illuminandolo.

«Ottimo. Vedete? Quando collaborate siete in grado di fare ottime cose, quando litigate invece…» Si interruppe volontariamente.

«Xenxo e la sua maledetta fissa per i mortali. Questo è il problema.»

«Il problema è la tua ottusità, anche tu saresti mortale, se non fosse per la tua lancia.»

«Basta!» Le pareti del tempio tremarono. Xenxo e Xoxe caddero in ginocchio con il capo chino.

«Xoxe, essere il primo Dio creato non fa di te nostro padre, non ci hai creato tu, essere spuntato per primo non ti da nessun diritto di comando. Xenxo, tu, invece, non dimenticare che sei sempre un Dio, e che gli uomini ci hanno creato perché sono deboli, hanno bisogno di sicurezza e protezione non di qualcuno che si faccia intenerire. Dai loro quello che vogliono e basta. Limita all’indispensabile i tuoi rapporti con loro, se non sei in grado di gestirli.»

Xoxe sogghignò, credeva di aver vinto. Xiexo se ne accorse e iniziò a stringere il pugno, prima lentamente, poi sempre più forte. Xoxe sentì mancargli il respiro, faticò a rimettersi in piedi, appoggiato alla sua lancia, con un occhio chiuso lanciò uno sguardo verso Xiexo, vide che si stava avvicinando, poi il dio del cielo disse: «Ricordati che io vi contengo, voi siete dentro di me, il cielo è più in alto di voi, mi sottostate, posso distruggervi come e quando voglio, se solo me ne date le giuste motivazioni. Ci siamo capiti?»

Xoxe annuì.

Xiexo mollò la presa e riassunse il sorriso gioviale: «Bene, adesso andiamo a banchettare, cosa ne pensate? Ah Xenxo, ritira i tuoi venti nell’otre, hai già fatto abbastanza danni, per oggi.»

Lasciato il tempio, Xenxo obbedì al fratello, Xoxe prese posto a capotavola come sempre, ma non mangiò nulla, gli doleva la gola, Xiexo osservava Xaxura mentre distrattamente scherzava con il resto dei suoi fratelli e sorelle tra un boccone e l’altro. Alla fine del pranzo il dio del cielo si alzò con in mano il suo calice e disse: «Brindo alla nostra stirpe, alla nostra divinità, alla nostra magnificenza e gloria, che possa essere imperitura ed eterna, nonostante tutto siamo pur sempre una famiglia e come tale ci dobbiamo comportare, nel bene e nel male.» Concluse la frase guardando la dea della natura prima di bere tutto d’un fiato il contenuto del suo calice.

Gli dèi stavano tornando nei loro templi quando Xiexo fu afferrato alle spalle da una mano femminile, il dio si voltò ed esclamò: «Xaxura! Allora ti sei accorta della mia presenza.»

«Risparmiami il tuo sarcasmo. Cosa sei venuto a fare?»

«A svolgere il mio compito: mettere ordine e ristabilire le gerarchie.»

«Come no. Sei sempre il solito.»

«Il solito cosa?»

«Niente. Non abbiamo bisogno di te. Puoi tornartene da dove sei venuto. Del resto gli umani ti sono più congeniali, loro si fanno abbindolare, non come noi.»

«Stai molto attenta, sorella.»

«Dovrei forse avere paura di te? Sei il Dio del cielo è vero, ma senza il sole, la luna e il vento, a cosa servirebbe? A nulla, tu hai bisogno di noi più di quanto tu immagini.»

«Non credo proprio. Non costringermi a essere cattivo con te. Dobbiamo tollerarci.»

«Questa è bella. Se non te ne fossi accorto tu sei il meno tollerante di tutti, di tanto in tanto ti fai vedere, vieni a fare le tue paternali e scompari, questa la chiami tolleranza? Io non credo, questa è presunzione, arroganza.»

Xiexo non disse nulla, sorrise, entrò nel tempio e chiuse la porta in faccia a Xaxura.

Serie: L'imperatore dei Mari


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa, Fantasy

Discussioni

  1. Una parziale risposta alla mia domanda, il dio Xenxo è turbato anche se non ha ancora espresso un giudizio vero e proprio su quanto è accaduto con Sei. Hai dato a questi dèi pulsioni molto umane ed un’indole piuttosto egocentrica. Il titolo è azzeccato, mi è sembrato di assistere ad una riunione di famiglia molto vivace.