Orrore in obitorio per Leonardi

Serie: Che fine ha fatto Margherita?


A mezzanotte tornai in cucina, dopo aver messo mia madre nel letto. Non sapevo quando si sarebbe svegliata. Per ora era meglio godersi il momento. Misi su un pentolino di acqua per farmi una minestra. Dopo un po’, la minestra fu pronta, mi sedetti, mi misi il tovagliolo sul petto e ne presi una cucchiaiata.

Squillò il telefono del lavoro. Eh no, porca troia, NO!

Era Mungiardi.

“È la mezza porco di quel…”

“Commissario presto! Il cadavere della Lunzi! Signore onnipotente faccia presto!” gridò al telefono Mungiardi.

“Cosa? Ma sei scemo? Calmati!” dissi preoccupato.

“Corra! Corra! All’obitorio! All’obitorio!” disse e mise giù.

Rimasi senza parole. Pensai pure che fosse iniziata un’apocalisse zombie e che la Lunzi si fosse rialzata sbranando il guardiano notturno dell’obitorio. Non sapevo che pensare. Ma come facevo ad andare? Non potevo lasciare mia madre sola.

Il telefono squillò ancora.

“Chi è ?”

“Ti hanno chiamato? Cosa sta succedendo?”. Era Jonny.

“Sì lo ha fatto Mungiardi. Non saprei proprio.”

“Vengo a prenderti.”

“No, non posso venire. La badante ci ha piantati.”

“Non preoccuparti, faccio venire mia moglie per stasera. Tanto i bambini sono dai nonni.”

“Ma figurati se faccio venire tua moglie all’inferno.”

“Insisto. Siamo da te tra mezz’ora al massimo.”

Mezz’ora dopo, io e Rizzetto eravamo in macchina verso l’obitorio. Raggiunta la struttura, arrivammo alla stanza dove Mungiardi, ci aspettava, pallido. Vicino a lui c’era Diego Costanzini, il capo della polizia, un figlio di puttana. Era sconvolto pure lui.

Aprimmo la porta.

Quello che ci stava aspettando non era altro che l’essenza dell’orrore.

La stanza era fredda come solo quella di un obitorio poteva essere. La Lunzi era in fondo alla stanza, girata su un lato, mentre due addetti cercavano di metterla ben sdraiata. Tra le sue gambe un terzo faceva qualcosa. Sulla sinistra c’era Marco, l’assistente del dottor Deodato. Era in ginocchio sul pavimento freddo e bianco e con una scopa cercava sotto un mobile di acciaio contenente chissà quale strumento.

“Marco che fai? Perchè la Lunzi è piazzata così?” sbraitai io. Credevo che questi quattro idioti si fossero dati alla necrofilia.

“Scarafaggi commissario! Tantissimi!” dissi lui senza nemmeno tirarsi su.

“Scarafaggi?”

“Puttana troia!” urlò Rizzetto da dove si trovava la Lunzi. Scattai verso di lui e quello che vidi probabilmente me lo sarei portato dietro per tutta la vita; il cadavere era stato messo ben disteso ora, mentre i due tizi le tenevano le gambe aperte, uno le infilava una mano dentro ed estraeva nientedimeno che scarafaggi, mettendoli dentro un contenitore con un coperchio. Proprio così, Beatrice Lunzi era piena di scarafaggi nel suo condotto uterino decomposto. Io e Rizzetto fummo colpiti da un odore mefitico, allucinante che subito ci prese la testa ed entrambi uscimmo di corsa per vomitare nei due cestini dell’immondizia nel corridoio. Costanzini si avvicinò.

“Leonardi, credevo avesse più stomaco” commentò sarcastico.

“Comincia ad averlo tu, poi a me ci penso io” dissi io vomitando ancora.

“Cazzo ma perché?” chiese Jonny tirandosi su, asciugandosi la bocca con la manica.

Uno scarafaggio uscì dalla porta e ci passò vicino. Mi voltai e lo pestai con forza urlando “Fanculo!”. Non sapevo se quella rabbia fosse frutto del mio mancato appuntamento con la minestra, che dopo quella vista avrei evitato di mangiare, oppure perché mi dispiaceva per quella donna morta male e dopo la morte, ancora peggio.

Costanzini si voltò, rivolgendosi a Mungiardi.

“Mungiardi, Cristo Santo, chiudi quella porta prima che l’intero edificio si riempia di quei cosi”

Mungiardi ubbidì.

“Per quanta riguarda voi due, voglio sapere perché il cadavere di questa donna perde scarafaggi dalla vagina. Il medico è già stato tirato giù dal letto e sta arrivando. Seguite l’autopsia e per domani mattina voglio un resoconto ben dettagliato. Anche tu Mungiardi resta con loro. Io ho un letto caldo che mi aspetta, devo andare. Ah, prima che me lo chiediate, no, niente giorno di riposo con un caso come questo in corso. Questi non sono considerati come straordinari. Ci vediamo alle otto in centrale come sempre. Buonanotte.” disse Costanzini, allontanandosi e alzando una mano.

Appena si fu allontanato, Rizzetto strinse i pugni.

“Lo odio. Giuro che uno di sti’ giorni lo atterro in qualche vicolo con una mazza e un passamontagna.”

“Ed io ti aiuto. Con un ascia” dissi.

Guardai Mungiardi e notai che era triste. “Luca vedi di non iniziare a lamentarti perché ti infiliamo la testa nel cestino, eh.”

Non disse nulla. Ci avvicinammo alla porta dicendo a Marco di passarci delle mascherine prima di entrare. Nel frattempo, Deodato arrivò bestemmiando.

“Che odore di vomito, e che è!?” disse.

“Oh dottore, anche lei sveglio a quest’ora?” dissi io sorridendo, accendendomi una sigaretta.

“Vai al diavolo, Edgar. Qui non si fuma. È un luogo sterile. Sai cosa significa, vero?”

“Certo, sterile. Entra e poi dimmi cosa c’è di sterile, qui, stanotte.”

Detto questo, Deodato si avvicinò alla porta e la aprì. Noi aspettammo fuori. Io mi voltai verso Rizzetto e lui fece lo stesso. Mi misi a contare fino a tre con le dita.

Uno, Deodato chiede cosa stia succedendo.

Due, Deodato si avvicina alla Lunzi.

Tre. Deodato esce dalla stanza e va a vomitare nel cestino.

Sorrisi a Rizzetto e Mungiardi, facendo pollice in su.

“Allora, la sterilità c’è ancora?” chiesi io. Deodato si tirò su. Mi guardò con occhi stanchi.

“No. E’ andata a farsi fottere, lontano da questo inferno. Magari in Amazzonia. Tra i cannibali” disse il dottore. “Dammi una sigaretta va”.

Gliela porsi e la diedi anche a Jonny e a Mungiardi, ma quest’ultimo reclinò l’offerta. Fumammo in silenzio per un po’, poi Deodato andò vicino la porta della stanza e disse di uccidere tutti gli scarafaggi fuori dal cadavere, mentre di lasciare quelli rimasti dentro. Si volse verso di noi.

“Prima di iniziare, però, sarebbe meglio un bel caffè.”

“Vero” dissi io. “Mungiardi, veloce, prendi caffè per otto persone. Forti e molto lunghi. Teh.” dissi io allungandogli il portafogli.

“Commissario ma è l’una e mezza. Dove trovo un bar aperto a quest’ora di lunedì notte?” chiese lui.

“Autogril ragazzo. Non abbiamo fretta. Vero?” disse Deodato.

Noi annuimmo. Mungiardi fece un sospiro.

“Ah, poi passa al supermercato in piazza San Tommaso e prendi due bottiglie di Whisky. Anche delle sigarette. Ci serviranno” disse Rizzetto.

Il poliziotto cicciotto si allontanò sbuffando.

Un’ora dopo, Deodato cominciò ad incidere la carne all’altezza della pancia, come per emulare un taglio cesareo.

“Volete la telecronaca?” ci chiese.

Io bevvi una lunga sorsata dalla bottiglia di whisky e con la faccia disgustata cercavo di seguire. Il whisky aiutava. Rizzetto guardava impassibile ma sapevo che dentro di sé stava vomitando la sua anima. Mungiardi invece, era pallido e apatico. Marco assisteva il dottore mentre gli altri tre emettevano suoni di disgusto.

“Vedi di muoverti, per favore” dissi io. Lui rise. Ora non era più disgustato, ma affascinato.

Per lui si trattava d’una sfida nuova, un passo in un territorio inesplorato, dove la sua passione per le scienze forensi poteva esplodere.

Noi invece stavamo lì con il vomito in gola, con un odore repulsivo, non pagati. Una cosa equa, non trovate?

Deodato prese uno strumento e lo mise in prossimità dei due lati del taglio. Si trattava di un dilatatore. Appena fece pressione, vedemmo il suo addome muoversi in tanti punti e delle zampette sbucare dal taglio.

“Eccoli qui, questi pezzi di merda” disse il dottore.

Infilò una pinza nel taglio e ne estrasse uno. Lo mise in un barattolo. “Questo lo esamino. Ciao piccolino.”

Lo guardai male. Era un po’ matto, però sapeva fare il suo lavoro.

Stette dietro al taglio per un po’, annotò qualcosa su una cartellina, poi disse a Marco di ricucire tutto. Ogni volta che uno di quegli esseri toccava la mano di Marco da dentro la donna, emetteva un gridolino.

Il medico ora si focalizzò sul taglio alla gola.

“E il …ehm…il sotto?” chiese uno dei ragazzi sconosciuti.

“Vuoi mica rovinarti il gran finale?” disse Deodato facendo un sorriso diabolico. “Sarebbe un vero peccato.”

Si avvicinò al collo dove il taglio profondo aveva ucciso la donna, con una lente. Stette un po’ a guardare da sinistra a destra e da destra a sinistra, poi disse: “Arma da taglio con lama seghettata. Tipo un coltello da pane o un seghetto. Però non è stato questo ad ucciderla. E’ stata strozzata prima, poi , solo in un secondo momento gli è stato inflitto il taglio. Ma perché?” si chiese il medico.

“Ma guarda te sto maledetto.” dissi io.

“Ed ora, monsieur, il grande finale.”

Sentivo già un gorgogliare nello stomaco.

Deodato divaricò le gambe aiutato da Marco e uno degli sconosciuti. Estrasse la carta che era stata messa come tampone per non far scappare gli scarafaggi e subito uno ne fuoriuscì. Deodato, bestemmiando lo schiacciò.

“Ma come faccio ad esaminare qua dentro se sti’ cosi continuano ad uscire?” disse irritato.

“Non ci avevi pensato prima, porca miseriaccia maledetta? E adesso?” dissi io, mandando giù un’altra bella sorsata.

“Sentite. Voi andate pure. Parlo io con Costanzini. Qui la cosa è lunga” disse Deodato.

“ Affare fatto.” disse Rizzetto.

Deodato si voltò poi verso i tre sconosciuti, come se fosse stato preda di un illuminazione.

“Non vi conosco. E voi? Chi cazzo siete?”

Serie: Che fine ha fatto Margherita?


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Discussioni

  1. Altro episodio godibile, con una piacevole vena splatter e ironica cui si aggiunge la situazione al limite del grottesco di un cadavere in quelle condizioni. Sorrido mentre leggo certi dialoghi asciutti, da detective americano tutto d’un pezzo, perché si mescolano con le inflessioni e il parlato italiano. È un bell’effetto.