PAGLIACCIO

Sto qui per terra, col naso di gomma tondo e rosso sopra un sorriso disegnato a cera, e mi nascondo dentro un vestito largo e goffo.

Venite, venite, guardate come sono bravo a farvi ridere: ora corro e inciampo su una enorme buccia di banana che solo un clown non può vedere, ora mi arrabbio per una sciocchezza e tiro fuori il martello di gomma per farlo rimbalzare in testa a chi mi ha canzonato.

Salto, faccio capriole e cado a terra fingendomi morto e poi resuscito con la secchiata d’acqua fredda in faccia che il mio compagno di scena mi getta addosso, mentre piange disperato fontanelle di lacrime a spruzzo dagli occhiali tondi e neri.

Ogni giorno facciamo la stessa recita da tanti anni, ogni giorno muoio e rinasco, emergendo dal lago d’acqua del catino che il mio amico mi getta addosso, come si esce dal liquido amniotico del ventre materno.

Oggi però non voglio più resuscitare.

Voi non le vedete le mie labbra tristi dietro le pennellate di belletto bianco che fissano un sorriso finto, indosso panni colorati camminando in questa vita dentro scarpe troppo grosse che mi fanno incespicare ma che sono diventate troppo strette per la mia anima.

Non voglio resuscitare.

Lo sento il mio amico, schiaccia freneticamente la pompetta e le due fontanelle zampillano dagli occhiali e mi sbattono l’acqua in faccia, corre tutt’attorno a me, forse è perplesso per la mia immobilità, forse è sorpreso.

Getta un’ altra secchiata d’acqua sul mio corpo steso a terra e mi strizza l’occhio interrogativo.

Io lo guardo dall’alto del tendone.

Come sono buffo steso a terra e come ero pesante in quei vestiti. Adesso però, amico mio, non gridare il mio nome per svegliarmi, non disperati se non rispondo al tuo richiamo e non mi sveglio.

Non sono più Augusto il Clown, sono Mario Rossi, anzi lo ero.

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