Paolina

A quelle mattinate ricolme di lezioni e nozioni preferivo i pomeriggi di una Roma che per chi come me è incline alla noia, poteva offrire possibilità di svago nella più totale omertà e nel silenzio di tramonti continui. Cominciai a curiosare tra gli annunci delle prostitute in zona Marconi. Un giorno ne scelsi uno tra gli innumerevoli. Mi feci coraggio e chiamai. Rispose una ragazza con un marcato accento sud americano. Il tono era certo. Senza indecisioni. Di chi è avvezzo al rapportarsi con i depravati ansimanti. Io dal canto mio, nonostante la curiosità, non ero convinto sul da farsi.

Percorsi viale Marconi su un autobus. Scesi qualche fermata prima come sempre per camminare a passo svelto zigzagando tra il traffico umano della città. Arrivai nella strada indicata dall’annuncio. Chiamai la ragazza chiedendo se potessi entrare nonostante non avessi rispettato l’orario stabilito. Lei acconsentì. Come indicatomi, citofonai all’unico inserto bianco senza nome. Il portone si aprì ed oltrepassai la soglia, approdando in un antro di silenzio ed ansia. Attesi qualche istante. Sentii dei passi provenire dai piani superiori. Aspettai immobile che si manifestasse la figura davanti ai miei occhi. Era un vecchio con un cappotto lungo e un buffo berretto. Lo aspettai fermo di fronte il portone vetrato. Aprii e lo feci passare, dicendogli: “Prego”. Lui rispose con un sorriso. Capii che non era più il caso di indugiare. Affondai i pochi passi che mi separavano dalla mia meta. Sulla sinistra notai una porta semiaperta. Da quell’ombra tenebrosa una vocina mi chiamò. Mi avvicinai, con il cuore in gola per l’emozione. La ragazza era all’in piedi dietro la porta e faceva capolino con la sua testolina. Era giovanissima. Minuta. Notai subito i suoi capelli ricci, lunghi e neri e la carnagione olivastra. Indossava un costume a pezzo unico leopardato. Lo trovai bellissimo. Mi salutò ed io ricambiai. Chiuse rapidamente la porta e mi passò davanti. Aveva due enormi seni rifatti, decisamente poco proporzionati rispetto alla sua esile figura, uno spregiudicato tanga che le solcava il sedere e delle scarpe nere con un tacco altissimo che fasciavano i suoi piedi fin sulle caviglie. Fin sui polpacci. La seguivo. Camminava lentamente. C’era nell’aria un odore fortissimo e a tratti nauseante di olive ascolane fritte. Entrammo in una stanzina con una luce soffusa e un letto ad una piazza e mezza. La ragazza mi fece sedere. Mi resi conto che non si trattava della stessa persona con cui avevo contrattato il mio massaggio speciale via telefono. Ci guardammo negli occhi per qualche istante. Lasciò la porta aperta. Mi disse di aspettare. Ancheggiò sui suoi trampoli con una lentezza tanto accattivante quanto necessaria per non ritrovarsi con la faccia sul pavimento. Tornò dopo qualche minuto. Mi sorrise, palesandomi un lieve impaccio.

“Sono 50 per bocca e 100 per sesso”.

Ed io risposi spavaldo: “Sesso”.

Teso com’ero non ebbi la forza di contrattare. In realtà avrei preferito optare per il semplice bocchino, ma molto probabilmente mi feci distogliere dall’abbondante scollatura della mia nuova amica. Mi disse di spogliarmi. Ed io obbedii. Appoggiai i miei vestiti, comprese le mutande e i calzini, su una sedia, nell’angolo. Mi stesi sul letto, sul quale premurosamente la ragazza leopardo dalle grandi mammelle aveva adagiato un sottilissimo velo monouso. Accortezze degne di una personcina per bene. Dopo essersi spogliata iniziò a strusciare i suoi seni ultra sodi sul mio corpo steso. Da buon provinciale cominciai a toccarli, ma lei si innervosì, dicendomi: “Non si può”. Mai ero stato così lontano da un’erezione. Prese un preservativo. Aprì la bustina e me lo applicò sul piselletto. Cominciò a succhiarmelo respirando furiosamente col naso. E grazie a dio, lentamente, il mio pene riprese a dare segni di una vita sperata. Lontana. Ecce! Erezione totale. (O quasi). Mi alzai. Colto da un inaspettato ritorno di virilità le ordinai pacato: “Da dietro”. Colpo dopo colpo riacquistai fiducia. E per un attimo non mi parve di essere nel posto più squallido del mondo, mentre portavo a termine il mio squallido operato. Noia e curiosità insieme mi hanno quasi sempre fregato. Perché ho sperato nella fiducia. Una fiducia verso me stesso e verso il mondo. Instaurata però sul tradimento.

“Posso venirti sulle tette?”.

“Sì”.

E così eiaculai sui quei seni turgidi, che tanto mi avevano illuso. Rivestendomi mi chiese, commuovendomi:

“Come ti chiami?”.

“Stefano e tu?”.

“Paolina”.

Il che mi fece sorridere ed anche riflettere. Perché in quel periodo uscivo con una ragazza che si chiamava Paolina. E non mi sembrò assolutamente un caso. Fu esattamente in quel momento che cominciai a pensare che la vita possedeva una propria ritmicità narrativa e che essa stessa valeva molto di più di tanti film, romanzi e canzoni e che io potevo vivere a servizio di questo ideale. Ovvero onorandola senza rinunciare alle fallimentari epifanie delle possibilità. E di questo non potevo che ringraziare la graziosa Paolina. Avrei voluto chiederle di uscire e di passeggiare con me, ma mi mancò il coraggio.

Rivestitomi mi diressi verso quella porticina che a modo suo mi aveva inizialmente accolto concedendomi l’illusione di svincolarmi da una solitudine che ora, mentre percorrevo la strada di ritorno verso casa, mi pareva inevitabile. Passeggiando sul ponte di viale Marconi vedevo i ciclisti, i motociclisti e le macchine sfrecciare, avvolti da una luce che diveniva sempre più fioca e, non so perché, triste. Camminavo lentamente e ascoltavo i rumori di quell’infinito via vai. Affacciandomi verso il Tevere una lieve commozione cominciò ad attraversare i miei occhi. La luce leggera riverberava sulle onde stanche e qualche gabbiano volava basso. Non avevo nessuno intorno a me. Mi sentivo finalmente calmo. Come mai prima di allora. E trovavo confortante sapere che potevo riempire il vuoto di un qualcosa che un attimo prima era mio e un attimo dopo non più.

Entrai in casa. Sistemai le mie poche cose sul letto della stanza singola pagata da mio padre. Mi diressi verso la cucina. Uno strano odore vagava per la casa. Entrando mi accorsi che i miei coinquilini stavano friggendo delle olive ascolane. Mi chiesero se volessi unirmi a loro per la cena. Ma rifiutai. Perché mi veniva da vomitare.

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Discussioni

  1. Dietro questa avventura sessuale incerta, sembra nascondersi l’inquietudine e il senso di inadeguatezza di un uomo come tanti. Ho trovato questa storia molto tenera e intimista a dispetto delle descrizioni esplicite e dell’umanità misera in essa rappresentata. Soprattutto certe riflessioni mi hanno colpito, quelle in cui, anche agli occhi di una persona razionale come me, le coincidenze sembrano avere un senso. Le vite possono certamente somigliare a dei film, avere gli stessi ritmi e rispettare talvolta un registro invisibile ma tangibile. L’isolamento finale del protagonista traccia una parabola desolata e comprensibile. Questa storia mi è piaciuta.