
PAPÀ
Papà. Padre. Pà. Papi. Non c’è parola più dolorosa da pronunciare. È sempre un nodo allo stomaco. Le labbra si toccano per poi aprirsi con uno schiocco. “Papà”.
È “papi” da piccoli, quando si fa un bel disegno e lo si vuole mostrare. Lo appenderà in ufficio. Lo avrà sempre davanti gli occhi. Un disegno colorato con figure strambe che rappresentano la famiglia. Mamma, papà, forse un fratellino o una sorellina. Lo appende con cura. Si sente sollevato, ha una bella famiglia. Oh! Si è appena reso conto che non potrà essere presente alla recita scolastica.
È “papà” alle elementari, quando si finge il mal di pancia per non andare a scuola. “Papà non mi sento bene, posso restare a casa oggi?” “Va bene dai” “resti con me?” “No, devo andare a lavoro” “ma oggi torni presto?” “Non lo so, forse ora di cena” “lavori sempre…” “lo faccio per voi”. E allora perché lo dici con questa rabbia papà?. Torni sempre stanco e non giochiamo mai. Anche mamma è triste perché non stai più tanto con lei. Il fine settimana però mi accompagni alle giostre. Allora va bene.
È “padre” alle scuole medie, quando per gioco si cerca di mettere una distanza. Per gioco, si. Ma la distanza lui l’ha messa per davvero. Ora lavora lontano. Lo vedi pochissimo. “Torno questo weekend” “va bene”. Sto crescendo e ora ho altre priorità. Non andiamo più alle giostre. Sono troppo grande per questo. Ora esco a fumare le prime sigarette con i ragazzi più grandi. Non ho più tempo per le giostre.
È “pà” al liceo, quando rompe per tornare a un orario decente la sera. Ah, ora ti preoccupi? La mamma è dimagrita. Non ci sei mai. Mi ha cresciuto lei. Sei poco più che uno sconosciuto. Non hai diritto di preoccuparti. Non hai diritto di dire che mi vuoi bene. Non mi conosci. È colpa tua se vado con uomini più grandi. È colpa tua se vado dallo psicologo e prendo le pillole. Torna a lavoro. Torna da quell’altra.
È di nuovo “papà” all’università, quando si metabolizza. Quando si capisce il perchè di tante cose. Quando il cervello accetta ma il cuore ancora no. Lo capisco papà, ma allora perchè? Perchè non riesco a perdonarti del tutto?. Ti voglio bene. Ti odio. Sarei voluta andare di più alle giostre con te. Volevo restare piccola per essere ancora presa in braccio. Ti preoccupi per me ma ti preoccupi delle cose sbagliate. Mi consegnano il diploma di laurea, ma tu papà, ti prego, portami ancora alle giostre.
“Ti voglio bene papà”
“Anche io, scusa se sono stato poco presente”
“Tranquillo, non fa niente, è passato”
È passato. Ormai è tardi. Ma non fa niente. Non fa niente papà. Vieni, andiamo a casa.
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Cosa dire che non sia già stato detto negli altri commenti? Il cui tenore, tra l’altro, credo sia un onesto e sincero complimento anche a questo tuo secondo racconto. C’è chi è figlio e chi è stato figlio. Io appartengo a questa seconda categoria e come per tanti, il rapporto non è sempre stato idilliaco. Però quel “vieni, andiamo a casa” finale, è una carezza riconciliatrice.
Cara Valeria, uno splendido racconto, nel quale -per me- è molto difficile non immedesimarmi. Bellissimo il perdono finale, non ‘sporcato’ da sensi di colpa. Brava.
Ti ringrazio tantissimo e da una parte mi dispiace che immedesimarti sia stato “naturale” per te
Un perdono amaro, alla fine, che chiude bene il racconto. Brava, librick breve ma centrato.
Ti ringrazio!
Difficile non sentirsi toccati dall’intimità di questa storia. Siamo stati tutti figli, molti di noi lo sono ancora. Conosciamo questo percorso fatto di tappe, di fasi quasi standardizzate delle vita eppure così personali. Alcuni di noi sono dall’altra parte, sono dei papà e magari leggono con terrore queste parole con la paura di cadere nelle sabbie mobili descritte in questa lettera aperta a tutti i papà e forse a tutti noi.
Un bellissimo commento, già la paura di cadere in queste sabbie mobili e la sensibilità di capire il punto di vista di una figlia cresciuta con un padre così sono sicura che faccia/farà di tè un ottimo papà
Grazie Valeria, in effetti da un anno e mezzo sono papà e sono molto sensibile all’argomento 😂
Brividi.
Cara Valeria, la tua pagina di diario mi ha commossa, coinvolta e mi ha fatto respirare l’aria di casa. Immagino di avere qualche anno più di te e spesso mi giro indietro a osservarlo. Perché la differenza è che ‘lui’ resta indietro, inevitabilmente. E poi, forse, arriva il giorno in cui noi siamo sufficientemente adulti da riuscire a tendergli la mano. Forse, magari. È molto amara la tua riflessione, niente di più vicino al vero. Grazie per il finale, così dolce da addolcire un po’ anche chi legge.
Trovare gente con vissuto simile che capisce mi fa sempre sentire meno sola, ti ringrazio del commento
Davvero molto bello! Dietro ogni parola c’è un macigno nel cuore! Un abbraccio
Grazie è un abbraccio a te!
Cara Valeria, hai dato vita a delle cose difficili da dire, vere e pure, talvolta meravigliose ma brucianti.
Mi è piaciuta tanto la fine, dove ormai mi stavo commuovendo…
Quell’intro speciale, con le parole, i cambiamenti, ciò che mi ha invogliato a leggere questa storia.
Sono cose tristi, vere, ma che temprano; è realtà ciò che hai scritto alla fine, che si capiscono tante cose, certo a fatica, e il cuore con fatica perdona.
Complimenti di cuore!
Grazie mille di questo bellissimo commento!