Papà

Mi spinge. Apro la portiera e scendo dalla macchina. Lui è già fuori dall’altro lato. Giriamo intorno all’auto e rientriamo, mi passa un pettine.

«Vai papà, è tardi».

L’auto si muove e sale il marciapiede. Un bambino mi guarda fisso, ha un gelato in mano. Siamo inclinati adesso. Giro io il volante allora. La lamiera stride contro il muro, polvere nel naso. E il mattone cade sul cofano. Un sapore di fragole in bocca.

«Papà sei qui?»

Corro verso l’incrocio. Non riesco ad alzare la gamba, un cane canta e mi guarda negli occhi. È un pantano, scivolo sempre di più. Papà non c’è più, ma la macchina? Quel camion è tutto rosso, devo comprare uno specchio.

«Papà dove sei?»

Che fatica questa salita, questo odore di gomma bruciata. Starnutisco. Ecco, una scarpa. Devo correre, sta scappando.

«Papà, la tua scarpa!»

Bello questo pallone, rimbalza e sa di cioccolato. Ho le mani tutte sporche.

«No mamma. Adesso me le lavo».

Le do la scarpa, la mette nel frigorifero. Sul tavolo in cucina ci sono dei libri. Il dizionario di latino, la scritta IL.

«Penso sia rimasto in città mamma».

«Fa sempre così, poi torna. Ti vanno bene le penne al pomodoro?»

La macchina è rotta, il mattone sul cofano non va bene. Che dirà lui?

«Non preoccuparti, è solo una questione di specchi. Domani hai scuola?»

Aria sulla faccia, calda. Sa di vaniglia. Alzo la testa, i piedi appesi al davanzale. Dove sarà papà?

Elena mi tira un orecchio, che male.

«Lascia stare tuo fratello!»

«Mamma non immischiarti. Dov’è papà?»

Mi scappa da pisciare. Il mattone è sempre sul cofano, immobile, nel mezzo.

«Non so, in città. Penso».

«Vai a cercarlo imbecille. È pericoloso».

Vado in cucina. Metto una mano sulla spalla di nonna. Un braccio si stacca, cade per terra con un tonfo. Vado.

Discesa. Lunga e ripida. Ma la macchina dov’è? Il mattone e tanta polvere con il gusto di fragole. Il semaforo rosso. Alt.

I piedi sono bagnati, l’acqua è rossa. No, è verde. Il bambino mi vuole dare il gelato. Ancora giù per la discesa, non finisce mai.

«Papà dove sei?»

Un rumore nella pancia, una chiave inglese si muove. Devo riparare la macchina.

Semaforo rosso, Elena mi tira il braccio.

«L’hai trovato?»

Il braccio di nonna, eccolo lì per terra. Lo prendo, è molle.

«Vado. La scarpa è nella macchina. Lo so».

La discesa è finita. C’è l’alta marea, devo cambiare le calze.

«Papà sei qui?»

Il semaforo è laggiù, non vedo il colore. Il bambino si gira, è rosso. Ho una fragola in bocca che si sta sciogliendo.

Respiro male, devo pisciare. Metto una mano in gola, ecco il mattone. E quindi la macchina?

Apro una porta. Mia sorella è ancora lì. C’è anche mamma.

«Dove hai messo il braccio di nonna? Non ti vergogni?»

«Cerco papà» e le faccio vedere una scarpa.

Ancora porte, una lunga fila.

Ne apro una. Ho la mano bagnata, la annuso, sa di benzina. Il pavimento pende a destra, vado al bancone. Ho la birra in mano e la bionda mi guarda.

«Un uomo anziano? Con un soprabito chiaro?» mi chiede.

«Sì, lui».

L’altra si sporge. Mi appoggia la mano sul braccio, il suo anello stringe. Risale fino alla mia spalla e poi mi mette un dito in bocca. Sa di fragola.

«Sì, era qui fuori. Senza scarpe».

«Ah sì» dico «ieri ha comprato le calze nuove».

Mi rimette il dito in bocca.

«Spingeva le persone. Cantava e poi urlava».

«La polizia dopo».

Il marciapiede scivola. Corro verso l’incrocio. Il semaforo è rosso. Sotto una sua scarpa. E il mattone con la polvere.

«Papà dai vieni qui».

Un soprabito chiaro laggiù. Lo afferro. Si gira. È nonna. Ride.

«Mi hai riportato il braccio?»

«Cerco papà, lo devo trovare».

Una mano mi tira da dietro. Mi giro, il bambino ha in mano una scarpa di papà. Me la offre con un sorriso.

«Lo vuoi un gelato? O una fragola»

«Papà dove sei? Lo so che sei qui».

Ho le mani sul volante. Il mattone è immobile in mezzo al cofano.

«Papà…»

***

Apro gli occhi, una nebbia grigiastra. La vescica piena punge con urgenza. Dalla tapparella semiaperta entra una sottile lama di luce. Mi spingo in alto con le braccia e mi giro, metto i piedi a terra. Cerco le ciabatte che scappano come anguille.

Sono seduto in salotto. Ho l’album in mano. Giro piano le pagine e sfioro quelle foto, ci sono tutti. Torno indietro. Le accarezzo.

Con delicatezza chiudo l’album.

Lo poso sul tavolino di fronte a me.

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Discussioni

  1. Il tuo racconto emoziona per la delicatezza con cui sono raccontate la fragilità della memoria e il dolore della perdita.
    La scrittura è intensa e coinvolgente e le immagini evocative. Molto bello.

  2. Ciao Pierpaolo, sarà una mia impressione o è la memoria che mi riporta a fatti di cronaca della mia giovinezza, ma mi sembra che il protagonista, sfogliando un album di foto di famiglia, ricordi dettagli di un episodio molto grave: forse una strage in cui sono morti i suoi cari e il padre è risultato disperso. Una favola intensa e commovente.

    1. Ciao Concetta, grazie per aver letto e commentato. Sì, è più o meno così, è un sogno dove compaiono persone che non ci sono più. In realtà le fotografie sono guardate al risveglio. Comunque sì, ho cercato di entrare in un sogno e di metterlo su carta.

  3. Un racconto che riesce a ricreare molto bene la confusione e l’angoscia di un sogno, ma senza perdere mai il filo emotivo. Dietro tutte quelle immagini assurde si sente chiaramente la ricerca di un padre che forse non può più essere ritrovato. Bello e doloroso il finale con l’album delle fotografie.