Parallelismi
“Antisemita!” Mi urla un ragazzo da lontano. La manifestazione si fa sempre più caotica, intorno a me bandiere dell’Iran, della Palestina, Libano e davanti, dall’altra parte, quelle di Israele e Stati Uniti. Il ragazzo che mi ha insultata ha gli occhi azzurri, è bellissimo ma la sua espressione è piena di rabbia e disgusto. Il suo bel volto di ventenne sfigurato da queste emozioni. “Antisemita! Terrorista!” Continua ad urlare. Ha una bandiera a stelle e strisce sulla schiena. “Stiamo salvando il popolo iraniano! Tutto il medio oriente!” Il suo sguardo è su di me, aspetta che ribatta? “Ipocrita” aggiunge sputando per terra davanti a me. Ipocrita. Antisemita. Il caos della manifestazione aumenta. Guardo il ragazzo negli occhi, lui guarda nei miei. Ci sono troppe cose da dire, di trattati da leggere, politici da condannare, soldi da contare e corpi da pregare. Non dico niente, forse sono ipocrita davvero. Mi gira la testa ma non abbasso lo sguardo. “Non è una partita, non c’è una squadra da tifare” è l’unica cosa che riesco a dire, poi, il buio.
Al mio risveglio c’è la stessa strada della manifestazione ma qualcosa è diverso. Anche le persone sono diverse, sono vestite in modo strano. Anche io lo sono. Anacronistica. Ma guardandomi intorno intuisco che forse non lo sono poi così tanto, vedo una macchina decisamente fuori dal mio tempo, che succede? Corro a casa, c’è casa? Sembra di si. L’atrio e le scale del palazzo sono le solite, forse più lucide e meno ammaccate. “Sei tornata, non devi stare fuori così a lungo mi stavo preoccupando pensavo ti avessero fermata” mia madre. Fermata da chi? “Devo andare a dare una mano all’ospedale militare, tu occupati di loro” lancia un’occhiata di intesa verso la mansarda. Loro? Non ho fratelli o sorelle. Dov’è finita la manifestazione? Cosa succede? Dov’è il telefono… cerco nelle tasche di questo strano vestito, l’ansia mi assale, le mani tremano. Vengo interrotta da un rumore che viene da sopra. “Loro” ha detto mamma. Voglio svegliarmi da questo sogno, mi viene da vomitare. Un altro rumore. Ingoio e sopprimo l’ansia, vado da “Loro”. La mansarda è silenziosa ora, ma non vuota. Un neonato, una donna, un uomo. L’uomo ha una camicia, sopra ci è cucita una Stella di David, ebrei. Il puzzle è completo, ora ho capito. Il terrore mi assale. Ebrei, 1942, guerra, fascisti. Stiamo nascondendo degli ebrei. Degli ebrei. Una breve ondata di rabbia. Israele, promesse, guerra, imperialisti. È allora che il neonato emette un verso quasi come una risata. Bambini. Esseri umani. È vero, stiamo proteggendo degli esseri umani dall’ingiustizia di un Impero e il suo Imperatore. Qualcuno aveva detto ipocrita e antisemita, un eco lontano negli occhi di quella famiglia. Ha appena suonato il campanello. “Aprite la porta è un ordine!” il gelo, come quello negli occhi del ragazzo dietro la Guardia Fascista, eccoli suoi occhi azzurri pieni di rabbia e disgusto, li vedo anche ora, negli anni quaranta. “È lei, la sua famiglia nasconde degli ebrei in soffitta” questa volta non ha una bandiera sulle spalle ma una svastica sulla giacca. Ci guardiamo negli occhi, mi gira di nuovo la testa. Ho capito, posso tornare a casa ora.“L’asse sta ripulendo il mondo dagli ebrei” dice. Ah, che ironia!
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Un giusto cambio di prospettiva, hai ragione Valeria, non sono le bandiere importanti, ma gli esseri umani.
Complimenti per l’argomento a
e per la composizione del testo.
Un brano molto forte con un concept originale. Complimenti 👏
Brava, Valeria. Un bel brano e, soprattutto, un pensiero libero e limpido. Grazie.