Paranoia

Serie: Cecilia

Perse il conto dei giorni. Ormai potevano esser stati sette, come anche diciassette. Ogni mattina si svegliava nel letto matrimoniale che divideva con Sayuri. La cameretta non aveva eguali: l’arredo, misto orientale e occidentale, si sposava alla perfezione in un connubio di colori caldi e accoglienti.
     Cecilia si abituò presto al nuovo tenore di vita. Mentre il supercomputer tentava di forzare la protezione della chiavetta, Sayuri viziava la sua coinquilina. Abiti comodi, cibi prelibati, libri e soprattutto attenzioni. La mattina uscivano assieme per una passeggiata al parco, dove discutevano delle loro letture sedute sempre sotto lo stesso enorme albero foglioso; di fronte, lo stagno con le papere, abbellito da cespugli e piante in fiore, faceva da cornice al loro angolo di paradiso. In meno di un mese, Cecilia aveva appreso tutto ciò che una scuola pubblica le avrebbe insegnato e oltre. Sayuri la invitava a leggere dal proprio tablet complessi saggi di psicologia, matematica e numerose materie scientifiche.
     «Buongiorno,» si sentì chiamare. Si voltò e incrociò gli occhi chiarissimi di Sayuri, le sopracciglia inarcate in una smorfia deliziata. «Hai dormito bene, pigrona?»
     «Cos’hai da sogghignare a quel modo?» replicò Cecilia, fingendosi scontrosa.
     «Oh, nulla di che,» si accucciò tra le coperte. Si spinse verso l’amica e lei non la rifiutò, lasciò che le carezzasse le schiena e i fianchi. «Ti ho detto che non devi preoccuparti, suvvia. Chi lo verrà mai a sapere?»
     «Voglio che la smetti. Basta, adesso. La nostra è una convivenza di mera funzionalità; sarebbe difficile tenerci in contatto se vivessi altrove.»
     «Ti ascolti, Cecilia?» Sayuri l’abbracciò alle spalle. Poggiò il capo sul cuscino, proprio di fianco al suo. «Mera funzionalità, dici? E con quale scusa mi rifiuterai domani? Le stai esaurendo ormai, furbetta: “Ho il ciclo, puzzo di strada, in realtà ti detesto, non sono lesbica, ho solo tredici anni, ho incontrato un ragazzo che mi piace, sono impura, sono zoppa” e via dicendo. Dimentico qualcosa?»
     «Sì: non lo voglio!» Cecilia si girò, spingendola lontano tra le coperte. «Dimentichi perché sono qui? Il nostro scopo? Mi tieni ancora dei segreti, lo so: sembri non pensare mai alla Palmer.»
     «Non ti nascondo nulla e lo sai,» Sayuri scostò una ciocca riccia dal viso. Si mise seduta e tentò di approcciarla: «Lo sai quanto tengo a te, maledizione, non puoi dirmi cose del genere e sperare che io accusi il colpo in silenzio. Mi ferisci! Avrò tante parti meccaniche, ma non il cuore!»
     «Chi sono quelle persone con cui parli?» il tono di Cecilia non le diede scampo: nessuna pietà.
     «Come pensi che reagirebbero i vertici della Palmer se scoprissero che una ragazzina vuole insediarsi nel consiglio d’amministrazione? Ho bisogno di appoggi, lo capisci? Sto facendo favori a qualcuno, mi sto infilando nel loro sistema un passo per volta. Quando la chiavetta sarà decodificata avrò il potere di sovvertire il consiglio e collocare con cura i miei burattini.»
     «Bene,» Cecilia la ascoltò, rispettosa. «Questi burattini ti resteranno fedeli? Cosa li vincola?»
     «Ho potere. Possiedo l’unica cosa che conta in ogni epoca e in ogni paese: le informazioni.»
     «Troveranno il modo di soppiantarti,» ribatté, sussultando quel breve attimo che illuminò il viso dell’amica. «Cosa c’è?»
     «Hai paura che mi facciano del male…»
     «Affatto,» troncò Cecilia. Infine, messa alle strette dalle proprie emozioni, si abbandonò a un pianto liberatorio. «Mi scoppia la testa, dannazione! Da quando sono qui non so più cosa pensare, ed è solo colpa tua: come sono arrivata a dovermi sentire male per te? È ridicolo e ingiusto!»
     «Ingiusto, sì,» chinò il capo. «Faccio la finta tonta, ma lo so che hai scelto di restare solo perché ti do cibo, affetto, una casa e soddisfo ogni tuo desiderio. Cosa accadrebbe se domani finissi in bancarotta, se ogni mio computer e server smettesse di riempirmi di soldi? E se mi arrestassero? O se le multinazionali da cui rubo mi acciuffassero? Che faresti? Sarei ancora l’unica di cui potresti fidarti, o solo l’ennesimo Jayden Reilly
     «Sei crudele.» Cecilia scese dal letto e corse verso il salotto. 
     Sayuri la guardò, strinse i pugni e acciuffò il cellulare. Compose un numero:
     «Sì, sono io. Ne avete trovati altri? Dubito che riuscirò a decodificare quella roba; Davis aveva le mani fatate quando si trattava di codice di protezione.»
     Attese.
     «Neanche uno? E quello in Francia?»
     Batté il pugno contro la testata del letto.
     «Sul serio, Ron? Solo cinque? No, aspetta,» adocchiò Cecilia oltre lo spiraglio aperto: «Ne abbiamo sei.»

Cecilia era inginocchiata sul bordo dello stagno a lanciare molliche di pane alle papere. Sayuri la controllava da lontano: le bruciava il cuore, le lacrime non volevano saperne di starsene quiete; per un attimo pensò di star avendo un attacco d’asma. Non poteva nemmeno penare: i regolatori di ormoni le impedivano di soffrire troppo a lungo gli squilibri.
     «Niente lezioncine oggi?» Cecilia tornò sotto l’albero, sorprendendola. Lei alzò gli occhi e la inquadrò, coi capelli rossicci a baciarle il collo, le lentiggini attorno al naso. Lo stomaco le si ridusse a una nocciolina. «Non parliamo di Asimov come ieri? Mi piaceva.»
     «Mi hai perdonata?» Sayuri singhiozzò. Si puntellò al tronco rugoso e tentò di alzarsi. «È da quel giorno che fai così.»
     «Così come, scusa? Sto facendo la brava cagnolina, non sei contenta? Mi lascio accarezzare, mi lascio nutrire…»
     «Smettila!» urlò, attirando lo sguardo di due signore che facevano jogging. «Smettila, Cecilia: lo sai benissimo cosa provo per te.»
     «È proprio perché lo so che sono confusa,» lanciò le ultime briciole di pane nello stagno alle proprie spalle. «Ci sono sempre le stesse persone nel nostro isolato ormai.»
     «Non ti seguo,» Sayuri indietreggiò di un passo. Vibrò nell’anima.
     «Sono tutti attori. Nel nostro isolato non c’è una singola persona reale. Chi li paga? Tu? Perché?»
     «Abbiamo già fatto questo discorso,» si portò una mano alle tempie, snervata. «La gente di questa zona è stramba. Sono tutti attori, fai bene a definirli così, ma non c’è nessuno che li paga. Vivono in un universo tutto loro e recitano, fingono di volersi interfacciare con l’esterno. Nulla di più.»
     «Sono già passati due mesi da quando hai avviato quel marchingegno: perché la password non è stata ancora decodificata?»
     «Non ti ho insegnato abbastanza da darti la possibilità di risponderti da sola?»
     «Non rifugiarti nella retorica con me, Sayuri. Come hai detto, mi hai insegnato molto e certi trucchetti non funzionano più,» puntò i piedi, decisa a spremere ogni informazione fuori da quella ragazza. D’un tratto, il riflesso su un paio di occhiali da sole la rapì. Tre uomini vestiti d’alta sartoria avanzavano nell’erbetta, sotto il sole filtrato dalla cupola.
     «Eccoli che arrivano: mi chiedevo proprio dove fossero!» ridacchiò.
     «Scappiamo! Che fai?» Sayuri la prese per mano, terrorizzata.
     «No.» Cecilia non si mosse.
     «Ci ammazzeranno, stupida!» la strattonò sino a farla inciampare. «Alzati e corri, stanno arrivando!» pianse, allibita da tanta resistenza.
     «È una farsa,» rise l’altra, isterica. Gli occhi saettavano da un punto all’altro del parco. «Veniamo qui sempre alla stessa ora e mai nessuno ha pensato di disturbarci. Perché proprio quando ho espresso dei dubbi, la Palmer manda i suoi uomini a ucciderci? È una farsa.»
     «Non lo è! Pazza!» le parole di Sayuri furono interrotte da un lampo di luce e da un fiotto di sangue. Cecilia la guardò strabuzzare gli occhi, sputare saliva e porpora. Le gocce calde le bagnarono il volto.
     «Sayuri…» annaspò. «Non è vero. È tutto finto.»
     «Cecilia, basta fare la stupida! Corriamo via!» la ragazza lottò, si tappò la ferita all’addome con la mano. Il fluido rosso del corpo si mischiò al nero scuro degli oli meccanici.
     «Perdonami… io…» boccheggiò, stravolta e confusa. «Mi dispiace di aver dubitato di te,» si piegò sulla ragazza ferita e pianse, ancora incredula. «Credevo che…»
     «Basta! Salvami da loro, ti scongiuro,» farfugliò Sayuri, ormai pallida. I sicari della Palmer le stavano circondando. Un secondo colpo volò sopra le loro teste e presto il parco si riempì di saette. Cecilia la prese in braccio e arrancò verso i cespugli, sperando che il sentiero le avrebbe condotte alla salvezza.

Serie: Cecilia
  • Episodio 1: L’uomo del treno
  • Episodio 2: Neve nera
  • Episodio 3: In fondo al tunnel
  • Episodio 4: La chiave
  • Episodio 5: Conoscenze
  • Episodio 6: Occhi senza vita
  • Episodio 7: L’ultimo tassello
  • Episodio 8: Un pezzo di carta
  • Episodio 9: Paranoia
  • Episodio 10: L’angelo custode
  • Episodio 11: Concessione
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